L’ Accademia dell’Arcadia, Pietro Metastasio e il melodramma

L’Arcadia, è una accademia letteraria nata a Roma nel 1690. La prima Radunanza degli Arcadi, alla quale parteciparono quattordici letterati, si tenne il 15 ottobre del 1690 a continuazione delle riunioni che avevano luogo nel palazzo romano della regina Cristina di Svezia. Il nome si ispira all’Arcadia, poema pastorale del poeta napoletano vissuto nel Quattrocento Jacopo Sannazaro.  L’Arcadia si propose di riformare la poesia italiana, “mandata quasi a soqquadro dalla barbarie dell’ultimo secolo, d’esterminare il cattivo gusto” ritornando alla semplicità e chiarezza della poesia classica, contro la stravaganza della letteratura barocca. I poeti arcadi si ispirarono alla poesia degli antichi poeti greci, Anacreonte e Pindaro, e latini, Virgilio, Orazio e Ovidio.
Gli arcadi assumevano un nome latino ispirato a quello dei pastori della mitica terra dell’antica Grecia, cantati dai poeti. L’Arcadia si diffuse in tutta Italia attraverso la fondazione di “colonie”, nel Settecento le principali città italiane avevano tutte una sede dell’accademia a cui erano iscritti non solo lettterati e poeti ma anche eruditi e studiosi, italiani e stranieri. Le regole dell’Accademia vennero scritte in latino da Gian Vincenzo Gravina. L’accademia era anche una casa editrice e nei primi anni pubblicò le raccolte delle poesie e delle prose scritte dai suoi esponenti , Rime degli Arcadi (tredici volumi, dal 1716 al 1780), Prose degli Arcadi. Tra i principali poeti arcadi sono da ricordare Giovan Battista Zappi, Carlo Innocenzo Frugoni, Paolo Rolli, Pietro Metastasio. La poesia arcadica è lieve e musicale, parla di amori graziosi e descrive paesaggi idilliaci, canta sentimenti teneri con toni dolci e soavi,  i versi più utilizzati sono l’endecasillabo e il settenario, le forme metriche predilette la canzonetta e l’ode.
Nei secoli successivi al Settecento, l’Arcadia ha proseguito la sua attività. Nel 1925 l’Arcadia venne denominata Accademia letteraria italiana. Attualmente l’Accademia ha sede a Roma presso la Biblioteca Angelica, il suo simbolo è il flauto di Pan con le sette canne disuguali, è una delle più antiche e rappresentative accademie italiane.

Solitario bosco ombroso di Paolo Rolli

Solitario bosco ombroso,
a te viene afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in questo orror.

Ogni oggetto ch’altrui piace 5
Per me lieto più non è:
ho perduta la mia pace,
son io stesso in odio a me.

La mia Fille, il mio bel foco,
dite, o piante è forse qui? 10
Ahi! La cerco in ogni loco;
eppur so ch’ella partì.

Quante volte, o fronde grate,
la vost’ombra ne coprì!
Corso d’ore sì beate 15
quanto rapido fuggì!

Dite almeno, amiche fronde,
Se il mio ben più rivedrò:
Ah! Che l’eco mi risponde
E mi par che dica no. 20

Sento un dolce mormorio;
un sospir forse sarà
un sospir dell’idol mio,
che mi dice tornerà.

Ah! ch’è il suon del rio, che frange 25
fra quei sassi il fresco umor
e non mormora ma piange
per pietà del mio dolor

Ma se torna, vano e tardo
Il ritorno, oh Dei! sarà; 30
chè pietoso il dolce sguardo
sul mio cener piangerà

Pietro Metastasio
Pietro Metastasio nasce a Roma nel 1698. Pietro Trapassi, questo il vero nome del poeta, era nato in una famiglia povera e a 12 anni, mentre si trovava nella bottega di un orefice, per imparare il mestiere, fu sentito improvvisare versi dal poeta Gian Vincenzo Gravina, che lo adottò e fece istruire. Fu Gravina a trovare al giovane poeta il nome greco di Metastasio. Ebbe un ingegno precoce, la prima raccolta di poesie è del 1717, pubblicata a Roma con il titolo di Poesie. Dopo la morte del Gravina nel 1719 si trasferì a Napoli, qui incontrò la cantante Marianna Bulgarelli, detta la Romanina, che spinse il poeta a comporre il suo primo vero melodramma, la Didone abbandonata nel 1723. Divenuto famoso venne nominato poeta di corte a Vienna nel 1730 e mantenne l’incarico fino alla morte. Scrisse i suoi capolavori tra il 1730 e il 1740,  tra cui Olimpiade e Demofoonte. Il poeta morì a Vienna nel 1782 . Metastasio è il poeta che esprime al meglio il mondo idillico e gentile dell’Arcadia, in cui era entrato nel 1718 col nome di Artino Corasio, le sue canzonette A Nice e La partenza sono tra le migliori della lirica arcadica. Metastasio divenne famoso per i suoi libretti per melodramma, ovvero i testi poetici scritti per l’opera in musica. Il melodramma era l’opera in musica famosa in tutte le grandi città europee ; i libretti erano scritti in italiano da poeti italiani, ma la loro qualità letteraria era scadente, perché per lo spettacolo teatrale contavano di più la musica, la bravura dei cantanti, la scenografia. Metastasio scrisse invece libretti che erano vere opere letterarie; curò la coerenza dell’intreccio, la caratterizzazione psicologica verosimile dei personaggi, l’armonia e l’equilibrio dei recitativi e delle arie ispirandosi ai principi classicistici della poetica arcadica.
Melodramma
Melodramma è il termine musicologico e letterario per indicare l’opera lirica o opera seria, per distinguerla dall’opera buffa, nel quale il testo letterario, quasi sempre in versi, detto anche libretto, è interamente cantato e accompagnato dalla musica. Il melodramma nasce in Italia alla fine del Cinquecento. Un gruppo di musicisti e letterati fiorentini e romani, la Camerata de’ Bardi , che si riuniva a Palazzo Bardi a Firenze, volendo rinnovare la tragedia greca che era cantata, teorizzò e sperimentò la tecnica del recitar cantando. Il melodramma  ebbe dal Seicento in poi straordinario successo nelle corti e nei teatri d’Europa.

La Didone abbandonata di Pietro Metastasio
Il primo dramma dell’autore fu la Didone abbandonata, rappresentato la prima volta con musica di Domenico Sarro, compositore italiano, a Napoli, nel carnevale dell’anno 1724. In questa opera, che gli diede il primo risonante successo, la protagonista viene immaginata come creatura veramente umana combattuta fra il suo ruolo di regina e la debolezza della passione d’amore. La Didone di Metastasio presenta alcune differenze con la Didone di Virgilio; mentre la Didone virgiliana è un personaggio cupamente drammatico, la Didone di Metastasio è un personaggio patetico. Difatti nella versione di Virgilio la donna assume atteggiamenti regali anche nella disperazione, con lamenti fieri e dignitosi, al contrario la versione offerta da Metastasio descrive una Didone oscillante tra trepidazioni femminili e lamenti deboli e scomposti. Infine nell’Eneide la donna non è in grado di intaccare la fierezza di Enea risoluto a compiere la volontà degli dei, mentre ne La Didone abbandonata di Metastasio, la protagonista commuove Enea con i suoi lamenti.
Argomento
Didone vedova di Sicheo, ucciso dal re di Tiro Pigmalione, fuggì in Africa con ampie ricchezze, dove edificò la città di Cartagine. Qui fu richiesta in moglie da molti, e tra questi Iarba, re dei Mori. Ella rifiutò sempre le proposte per rimanere fedele al marito. Intanto Enea fu condotto in Africa da una tempesta, dove fu accolto nella reggia di Didone, la quale se ne innamorò. Egli ricambiò l’affetto della donna ma durante il soggiorno in Africa gli fu comandato che proseguisse il suo cammino verso l’Italia, dove gli dei gli promettevano una nuova Troia. Enea partì e Didone disperata si uccise.
Personaggi
Didone: regina di Cartagine, amante di Enea
Iarba: re de’ Mori, sotto nome d’Arbace.
Selene: sorella di Didone ed amante occulta di Enea.
Araspe: confidente di Iarba ed amante di Selene.
Osmida: confidente di Didone.
La scena si finge in Cartagine.

ATTO I SCENA XVII
DIDONE: Enea, salvo già sei
dalla crudel ferita.
Per me serban gli dei sì bella vita.
ENEA: Oh Dio, regina!
DIDONE: Ancora
forse della mia fede incerto stai?
ENEA: No: più funeste assai
son le sventure mie. Vuole il destino…
DIDONE: Chiari i tuoi sensi esponi.
ENEA: Vuol… (mi sento morir) ch’io t’abbandoni.
DIDONE: M’abbandoni! Perché?
ENEA: Di Giove il cenno,
l’ombra del genitor, la patria, il Cielo,
la promessa, il dover, l’onor, la fama
alle sponde d’Italia oggi mi chiama.
La mia lunga dimora
pur troppo degli dei mosse lo sdegno.
DIDONE: E così fin ad ora,
perfido, mi celasti il tuo disegno?
ENEA: Fu pietà.
DIDONE: Che pietà? Mendace il labbro
fedeltà mi giurava,
e intanto il cor pensava
come lunge da me volgere il piede!
A chi, misera me! darò più fede?
Vil rifiuto dell’onde,
io l’accolgo dal lido; io lo ristoro
dalle ingiurie del mar: le navi e l’armi
già disperse io gli rendo; e gli do loco
nel mio cor, nel mio regno; e questo è poco.
Di cento re per lui,
ricusando l’amor, gli sdegni irrìto:
ecco poi la mercede.
A chi, misera me! darò più fede?
ENEA: Fin ch’io viva, o Didone,
dolce memoria al mio pensier sarai:
né partirei giammai,
se per voler de’ numi io non dovessi
consacrare il mio affanno
all’impero latino.
DIDONE: Veramente non hanno
altra cura gli dei che il tuo destino.
ENEA: Io resterò, se vuoi
che si renda spergiuro un infelice.
DIDONE: No: sarei debitrice
dell’impero del mondo a’ figli tuoi.
Va pur: siegui il tuo fato:
cerca d’Italia il regno: all’onde, ai venti
confida pur la speme tua; ma senti.
Farà quell’onde istesse
delle vendette mie ministre il Cielo:
e tardi allor pentito
d’aver creduto all’elemento insano,
richiamerai la tua Didone in vano.
ENEA: Se mi vedessi il core…
DIDONE: Lasciami, traditore!
ENEA: Almen dal labbro mio
con volto meno irato
prendi l’ultimo addio.
DIDONE: Lasciami, ingrato.
ENEA: E pur con tanto sdegno
non hai ragion di condannarmi.
DIDONE: Indegno!
Non ha ragione, ingrato,
un core abbandonato
da chi giurogli fé?
Anime innamorate,
se la provaste mai,
ditelo voi per me!
Perfido! tu lo sai
se in premio un tradimento
io meritai da te.
E qual sarà tormento,
anime innamorate,
se questo mio non è?

youtube link: aria Non ha ragione ingrato

Parafrasi Atto I Scena XVII
DIDONE : Enea sei già salvo dalla ferita crudele. Gli dei riservano per me una vita così bella.
ENEA: Oh Dio, regina!
DIDONE: Sei ancora incerto della mia fede?
ENEA: No, le mie sventure sono ancora più tragiche. Il destino vuole…
DIDONE: Parlami chiaramente.
ENEA: Vuole… (mi sento morir) che io ti abbandoni.
DIDONE: Mi abbandoni! Perché?
ENEA Il segno di Giove, il ricordo di mio padre, la patria, il Cielo, la promessa, il dovere, l’onore, la fama oggi mi chiamano alle sponde d’Italia. La mia lunga permanenza purtroppo ha mosso lo sdegno degli dei.
DIDONE: E così fin ad ora, perfido mi hai nascosto il tuo piano?
ENEA: Lo feci per pietà.
DIDONE: Che pietà? Le tue labbra bugiarde mi giuravano fedeltà e intanto il cuore pensava a come fuggire lontano da me. A chi, povera me! Darò più la mia fede? Vile rifiuto del mare, io ti accolgo dal lido; ti ristoro dalle calunnie del mare: io ti rendo le navi e le armi già disperse; ti do posto nel mio cuore e nel mio regno; e questo è poco. Per te ho rifiutato l’amore di cento re e ho irritato la loro collera: ecco poi la ricompensa. A chi, povera me! Darò più la mia fede?
ENEA: Fino a quando vivrò, o Didone, sarai un dolce pensiero alla mia memoria: non partirei mai, se non fosse che per il volere degli dei io debbo affannarmi per l’impero latino.
DIDONE: Veramente gli dei non hanno altro riguardo che il tuo destino.
ENEA: Io resterò, se vuoi che un infelice diventi sleale.
DIDONE: No: sarei debitrice dell’impero del mondo ai tuoi figli. Vai pure: segui il tuo fato: cerca il regno d’Italia: riponi la tua speranza nelle onde e nei venti; ma senti. Il Cielo farà di quelle stesse onde la mia vendetta e quando ormai tardi ti sarai pentito di aver creduto all’elemento irragionevole, richiamerai invano la tua Didone.
ENEA: Se vedessi il mio cuore…
DIDONE: Lasciami, traditore!
ENEA: Prendi almeno dalle mie labbra l’ultimo addio con volto meno irato.
DIDONE: Lasciami, ingrato.
ENEA: Non hai motivo di condannarmi con tanto disprezzo.
DIDONE: Indegno! Non ha ragione, oh ingrato, un cuore abbandonato da chi gli giurò fede? Anime innamorate, se mai provaste tutto ciò, ditelo voi per me! Perfido! Tu lo sai se meritai in premio da te un tradimento. E quale sarà il tormento, oh anime innamorate, se non è questo che provo io?

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