Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”

Cesare Beccaria nacque in un’antica famiglia aristocratica a Milano nel 1738, venne educato a Parma dai gesuiti e si laureò in Giurisprudenza all’Università di Pavia.
Nel 1760 si innamorò di Teresa de Blasco, che sposò contro il volere del padre, loro figlia primogenita fu Giulia Beccaria, la madre di Alessandro Manzoni.
Nel 1768 ottenne la cattedra di economia politica nelle Scuole palatine di Milano, tre anni dopo fu eletto consigliere del Supremo Consiglio dell’economia e nel 1791 entrò nella giunta per la riforma del sistema giudiziario civile e criminale.
Fu un economista e giurista e uno  dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo italiano. La sua fama è dovuta soprattutto al celebre libro Dei delitti e delle pene, che ebbe un grande successo soprattutto in Francia, d’Alembert, Diderot, Voltaire, ammirarono il libro di Beccaria, che nel 1766 fu invitato a Parigi dove si recò con Alessandro Verri. Ma il libro incontrò anche forti resistenze, nel 1766 venne messo all’indice e negli stati austriaci era incluso tra quelli proibiti di “seconda classe” ovvero “non pubblicamente vendibile, ma vendibile solamente per la gente di giudizio” (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, nota introduttiva di Franco venturi, p.8). Particolarmente violento fu l’attacco del monaco vallombrosiano Ferdinando Facchinei che nel 1765 pubblicò a Venezia Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene. Il libro di Beccaria è definito uno delle “tante opere orribili e mostruose che ci hanno dato i pretesi spiriti forti” . Facchinei intendeva combattere lo spirito  dell’opera di Beccaria, la rivendicazione dell’uguaglianza degli uomini davanti alla legge, l’idea di una società fondata sul contratto tra i suoi membri, la separazione del concetto di delitto da quello di peccato, idee che stavano alla radice del libro di Beccaria, erano considerate colpe, eresie ed orrori dal frate, che nel suo libro si chiedeva a proposito dell’uguaglianza “Come? (Beccaria dunque) insegnerebbe  per avventura che bisognerebbe castigare ugualmente chi dà uno schiaffo ad un vil facchino che colui che commettesse un simile attentato contro un generale di armata?” oppure polemizzava con l’idea del contratto sociale degli uomini affermando “Chi è quell’uomo libero, e massime se fosse qualche spirito forte, il quale voglia soggiacere al governo di pari suoi”. Facchinei giungeva così a difendere con “energia inusitata e con particolare vigore la pena di morte, la tortura, le denunzie segrete, il tribunale dell’inquisizione. (op.cit.p.8). Da parte sua Beccaria affermava che intendeva “difendere l’umanità senza essere un martire” e spesso il timore ebbe il sopravvento su di lui. In suo soccorso scesero in campo Pietro e Alessandro Verri che scrissero Risposta ad uno scritto che si intitola Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene con lo scopo di creare  intorno a Beccaria e al suo libro uno schieramento di consenso tra gli uomini illuminati d’Italia.
Beccaria a Milano morì nel 1794 .

Dei delitti e delle pene
Dei delitti e delle pene è un breve saggio pubblicato anonimamente nel 1764 a Livorno. Beccaria scrisse il libro in meno di un anno tra il marzo del 1763 e l’inizio del 1764, lo ispirarono le letture degli illuministi francesi, Montesquieu in primo luogo, e il dialogo con gli amici milanesi dell’Accademia dei pugni.  Due i principali principi su cui Beccaria fonda la sua analisi delle leggi penali: 1. la teoria contrattualista, che pone lo stato come difesa della “salute pubblica dalle usurpazioni particolari” (op.cit. cap.II Diritto di punire, p.35), 2. l’idea che “l’unica vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione” (op.cit. cap.VII Errori nella misura delle pene, p.42).
Nel saggio Beccaria esamina criticamente il sistema delle leggi con lo scopo di dimostrare in modo logico e razionale gli errori di questo sistema e auspica riforme come l’uguaglianza delle pene per tutti i cittadini, la pubblicità dei giudizi, l’abolizione della tortura e del giuramento di dire la verità, la limitazione della pena di morte a casi eccezionali, l’importanza della prevenzione dei delitti, l’idea che la pena debba essere “pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”. Il libro venne riconosciuto come base e fondamento di un codice criminale nuovo e moderno ed ebbe grande influenza nella legislazione di tutta Europa, ad esempio Caterina II di Russia, ispirata da Dei delitti e delle pene, riformò radicalmente il codice penale del suo stato.  Alcune delle idee espresse nel saggio sono ancora in attesa di essere realizzate e conservano intatto il valore della battaglia nell’interesse dell’umanità combattuta da Beccaria con il suo libro.
Riportiamo l’Introduzione e alcuni brani salienti del capitolo XXVIII Della pena di morte da Dei delitti e delle pene.

Introduzione
Gli uomini lasciano per lo piú in abbandono i piú importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l’interesse de’ quali è di opporsi alle piú provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità e dall’altra tutta la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose piú essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i mali, giunti all’estremo, non s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a riconoscere le piú palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, piú per tradizione che per esame.

In questo primo paragrafo Beccaria nota come gli uomini lasciano in abbandono le regole della comunità e permettono che se ne occupino coloro che hanno interesse a opporsi alle leggi che provvedono a distribuire ricchezza e felicità tra molti. Per questo motivo solo dopo molti errori e lungo tempo si decidono a ristabilire le giuste regole.

Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo piú che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Felici sono quelle pochissime nazioni, che non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità.

Beccaria osserva che le leggi, che dovrebbero essere “patti di uomini liberi” sono state lo strumento di pochi, nate casualmente e senza prendere in considerazione il principio fondamentale delle società “la massima felicità divisa nel maggior numero”.

Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si è animato all’aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla stampa, e si è accesa fralle nazioni una tacita guerra d’industria la piú umana e la piú degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo secolo, ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene e l’irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione cosí principale e cosí trascurata in quasi tutta l’Europa, pochissimi, rimontando ai principii generali, annientarono gli errori accumulati di piú secoli, frenando almeno, con quella sola forza che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità. E pure i gemiti dei deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con prodiga e inutile severità moltiplicati per delitti o non provati o chimerici, la squallidezza e gli orrori d’una prigione, aumentati dal piú crudele carnefice dei miseri, l’incertezza, doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane.
L’immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa materia. L’indivisibile verità mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo grand’uomo, ma gli uomini pensatori, pe’ quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi dai suoi. Me fortunato, se potrò ottenere, com’esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione, e se potrò inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi della umanità!

I lumi del XVIII hanno chiarito le relazioni che intercorrono tra il sovrano e i sudditi e tra le nazioni tra di loro, hanno favorito gli scambi tra le nazioni e promosso una sana competizione tra le economie. Pochi uomini si sono dedicati allo studio delle crudeltà e irregolarità delle leggi, prodotte da secoli di errori, nonostante i lamenti delle vittime delle ingiustizie  delle leggi.
Tra questi pochi Montesquieu, Beccaria ha voluto con la sua opera seguire le sue tracce e aspira a ottenere “i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione” e a “inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gli interessi della umanità”.

Capitolo XXVIII Della pena di morte
Questa inutile prodigalità di supplizi, che non hai mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la pena di morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risultano la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno. Esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio d’ucciderlo? Come mai nel minimo sagrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i  beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi? Ei doveva esserlo, se ha potuto dare altrui questo diritto, o alla società intera.
Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale esser non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino; perchè giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere: ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

All’inizio del capitolo dedicato all’analisi della pena di morte Beccaria si chiede con quale diritto un uomo possa decidere la vita o la morte di un suo pari. Chi darebbe mai ad un altro uomo la possibilità di decidere della propria vita? La pena di morte, quindi, non è un diritto ma è “una guerra della nazione con un cittadino; perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere.”
Se l’autore dimostrerà che la pena di morte non è né utile né necessaria avrà ottenuto il suo scopo.

La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino diviene dunque necessaria quando la nazione recupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengono luogo di leggi: ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo, per la quale i voti della nazione sieno riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti; secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.

L’autore afferma che la morte di un cittadino è da ritenersi necessaria per due motivi: il primo quando un cittadino anche privato della propria libertà mantiene relazioni e potenza tali da mettere in pericolo la nazione, situazione che si verifica quando la nazione si trova in disordine. Il secondo motivo quando la morte di un cittadino è l’unico modo per distogliere gli altri cittadini dal commettere delitti. Ma nel lungo paragrafo successivo Beccaria dimostra che questo non è affatto vero.

Quando la esperienza di tutti i secoli, nei quali l’ultimo supplizio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società, quando l’esempio dei cittadini romani, e vent’anni di regno dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia1, nei quali diede ai padri dei popoli quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto, ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia asserzione.
Non è l’intensione2 della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perchè la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime, ma replicate impressioni, che da un forte ma passeggero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente; e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni coll’aiuto di lei, così l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate3 percosse. Non è il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offeso, che è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace, perché spessissimo ripetuto, ritorno sopra di noi medesimi: Io stesso sarò ridotto a così lunga e misera condizione, se commetterò simili misfatti, è assai più possente, che non l’idea della morte, che gli uomini veggono sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza naturale all’uomo anche nelle cose più essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani, o dei Lacedemoni4; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere più frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte, e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambedue questi sentimenti occupano più l’animo degli spettatori, che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue, il sentimento dominante è l’ultimo5, perché è il solo. Il limite che fissare dovrebbe il legislatore al rigore delle pene, sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplizio più fatto per essi, che per il reo6.
Perchè una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti: ora non vi è alcuno che, riflettendovi, sceglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà, per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua, sostituita alla pena di morte, ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato. (…)

Infatti la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da replicate minime impressioni piuttosto che da eventi molto violenti ma occasionali. Ha un effetto maggiore l’idea della perdita della libertà piuttosto che l’idea della morte, perché gli uomini vedono quest’ultima come un avvenimento lontano, che non li tocca direttamente. La perdita della propria libertà è sufficiente a distogliere gli uomini dal commettere delitti.
Nella continuazione del capitolo Beccaria presenta altri argomenti sull’inutilità della pena di morte e conclude con l’auspicio che i monarchi illuminati dell’Europa possano stabilire nuove leggi ed eliminare le antiche leggi piene di errori.

1Elisabetta Petrovna imperatrice di Russia dal 1741 al 1761, abolì la pena di morte con due decreti nel 1752 e nel 1753

2intensità

3ripetute

4che trasformano uomini comuni in popoli famosi

5il terrore

6le pene non devono suscitare il sentimento di compassione nell’animo di chi assiste alla punizione

 

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