Decameron di Giovanni Boccaccio

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 J.William Waterhouse A tale from the Decameron, 1916

Il Decameron è l’opera più famosa di Giovanni Boccaccio, scritto tra il 1349-51, è una raccolta di cento novelle in prosa. Il titolo decameron significa in greco dieci (deca) giorni . Dieci infatti sono i giorni nei quali dieci giovani, tre giovani e sette giovani donne si raccontano le cento novelle del Decameron.
Boccaccio immagina che in occasione della terribile peste del 1348 dieci giovani si allontanino da Firenze per sfuggire al contagio e rifugiatisi in una villa in campagna trascorrano lietamente il tempo, tra giochi, canti, danze, banchetti e racconti.
Ogni giorno viene eletta una regina o un re della giornata che stabilisce il tema delle novelle al quale i narratori devono attenersi, due giornate : la prima e la nona sono a tema libero, uno dei narratori di nome Dioneo racconta sempre liberamente senza tenere conto del tema della giornata.
I temi delle dieci giornate.
Riportiamo la rubrica con cui hanno inizio le dieci giornate del Decameron:
Prima giornata  Comincia la prima giornata del Decameron, nella quale dopo la dimostrazione fatta dall’autore, per che cagione avvenisse di doversi quelle persone, che appresso si mostrano, ragunare a ragionare insieme, sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello che più aggrada a ciascheduno.
Seconda giornata  nella quale, sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine.
Terza giornata  nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui desiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse.
Quarta giornata  nella quale, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine.
Quinta giornata nella quale, sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse.
Sesta giornata  nella quale sotto il reggimento d’Elissa, si ragiona di chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno.
Settima giornata  nella quale, sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a’ lor mariti, senza essersene avveduti o sì.
Ottava giornata  nella quale, sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo, o uomo a donna, o l’uno uomo all’altro si fanno.
Nona giornata  nella quale sotto il reggimento d’Emilia, si ragiona ciascuno secondo che gli piace e di quello che più gli aggrada.
Decima giornata  Finisce la nona giornata del Decameron incomincia la decima ed ultima nella quale sotto il reggimento di Pànfilo si ragiona di chi liberalmente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a fatti d’amore o d’altra cosa
.
Il Proemio.
Il Decameron inizia con il Proemio e termina con le Conclusioni dell’autore. Nel proemio il poeta spiega quale sia l’intento della sua opera. L’intento dell’opera è di dare conforto alle donne che amano.
Egli per primo da giovane ha ricevuto, quando soffriva per amore, conforto e ora ritiene giusto darlo a sua volta a chi, come lui un tempo, soffre d’amore. A differenza degli uomini innamorati che hanno molti modi per distrarsi : possono uscire, andare a caccia, a pesca, a cavalcare, le donne innamorate più facilmente sono afflitte dalla malinconia e da pensieri dolorosi .
Dal Proemio riportiamo l’inizio « Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere (bisogno), et hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli. (…) E chi negherà questo (conforto), quantunque egli si sia, non molto più alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro à dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette dà voleri, dà piaceri, dà comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio, sopravviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sè e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore. »
Leggendo le cento novelle del Decameron le donne potranno insieme svagarsi e imparare qualcosa di utile.
Come Boccaccio afferma alla fine del Proemio « Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati avvenimenti si vederanno così né moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire. »
La poetica del Decameron.
La poetica di Boccaccio nel Decameron è insieme edonistica e pedagogica. Edonistica perché le novelle dilettano e consolano, ovvero danno piacere (edoné in greco), pedagogica perché insegnano qualcosa : « in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare », ovvero le lettrici e i lettori leggendo potranno imparare come comportarsi nei tanti diversi casi della vita.
L’introduzione alla prima giornata.
La prima giornata si apre con una lunga introduzione in cui Boccaccio spiega come i dieci giovani si siano incontrati, perché abbiano deciso di recarsi fuori di Firenze e come abbiano deciso di trascorrere il tempo raccontandosi novelle. E’ qui che si trova la descrizione della peste del 1348 : è proprio per sfuggire alla peste che i giovani incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze decidono di abbandonare la città e di rifugiarsi in campagna. Lo spazio della campagna e il tempo trascorso lontano dalla città, due settimane ( in ciascuna di queste due settimane si raccontano novelle per cinque giorni, escludendo, per motivi religiosi, il venerdì e il sabato), divengono uno spazio di ordine e equilibrio, un tempo di piacere e di vita gioiosa che si contrappongono allo spazio e al tempo pieni del disordine, dolore e morte che invadono la città durante l’epidemia di peste.
Raccontare novelle è un antidoto al disordine morale e civile, al dolore, alla morte, è affermazione del desiderio di vita, piacere, ordine civile e morale da parte dei dieci giovani.
Nell’introduzione alla prima giornata Boccaccio descrive il primo incontro dei giovani scappati da Firenze e rifugiatisi in campagna con queste parole « Non era di molto spazio sonata nona, che la reina, levatasi, tutte l’altre fece levare, e similmente i giovani, affermando esser nocivo il troppo dormire di giorno; e così se n’andarono in uno pratello, nel quale l’erba era verde e grande né vi poteva d’alcuna parte il sole; e quivi sentendo un soave venticello venire, sì come volle la lor reina, tutti sopra la verde erba si puosero in cerchio a sedere, a’ quali ella disse così: – Come voi vedete, il sole è alto e il caldo è grande, né altro s’ode che le cicale su per gli ulivi; per che l’andare al presente in alcun luogo sarebbe senza dubbio sciocchezza. Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all’animo gli è più di piacere, diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si seguisse, non giucando, nel quale l’animo dell’una delle parti convien che si turbi senza troppo piacere dell’altra o di chi sta a vedere, ma novellando (il che può porgere, dicendo uno, a tutta la compagnia che ascolta diletto) questa calda parte del giorno trapasseremo. Voi non avrete compiuta ciascuno di dire una sua novelletta, che il sole fia declinato e il caldo mancato, e potremo dove più a grado vi fia andare prendendo diletto; e per ciò, quando questo che io dico vi piaccia (ché disposta sono in ciò di seguire il piacer vostro), faccianlo; e dove non vi piacesse, ciascuno infino all’ora del vespro quello faccia che più gli piace. Le donne parimente e gli uomini tutti lodarono il novellare. – Adunque, disse la reina, se questo vi piace, per questa prima giornata voglio che libero sia a ciascuno di quella materia ragionare che più gli sarà a grado. E rivolta a Panfilo, il quale alla sua destra sedea, piacevolmente gli disse che con una delle sue novelle all’altre desse principio. Laonde Panfilo, udito il comandamento, prestamente, essendo da tutti ascoltato, cominciò così. »
La cornice e i temi del Decameron.
Il Decameron non è solo una raccolta di cento novelle, ma queste sono inserite in una cornice che è il racconto delle dieci giornate trascorse dai dieci giovani.
Le novelle raccontano storie d’amore tragiche e a lieto fine (quarta e quinta giornata), avventure (seconda e terza), beffe (settima e ottava), aneddoti e storie esemplari (sesta e decima).
La critica ha individuato tre grandi temi nelle novelle del Decameron : la fortuna, l’ingegno, l’amore.
La fortuna.
La fortuna del Decameron è il caso, la sorte, non c’è disegno divino, non c’è provvidenza nel mondo decameroniano, le cose accadono per caso. Contro il caso, forza che incombe sull’uomo e lo sovrasta, l’uomo ha un’unica arma per lottare : l’ingegno, l’intelligenza. E solo contro il caso può lottare l’intelligenza umana, contro ciò che è predeterminato ogni atto di intelligenza è vuoto, privo di senso. Nelle novelle del Decameron uomini e donne continuamente sono in lotta per sfuggire la sfortuna o tentare di volgere la cattiva in buona sorte.
L’ingegno.
L’ingegno è la capacità dell’uomo di risolvere situazioni difficili, avverse, di trarsi d’impaccio, di scampare un pericolo, di rifarsi di una perdita. Accanto ai furbi, agli astuti, ma anche alle donne e agli uomini intelligenti e lungimiranti, prudenti e avveduti, gli sciocchi, gli sprovveduti, gli ingenui che vengono beffati e derisi.
L’amore.
Infine l’amore è il terzo grande tema delle novelle boccacciane. Nel Decameron l’amore è una pulsione naturale alla quale è inutile tentare di resistere, come Boccaccio spiega nell’introduzione alla quarta giornata dove racconta la novella delle papere.  Nelle novelle del Decameron l’amore è passione profonda e seria oppure gioco piacevole e leggero e non è mai presentato come vergogna o peccato.
La conclusione: Boccaccio difende la sua opera dalle critiche.
Nella conclusione l’autore difende la sua opera dalle critiche che le sono state rivolte : in primo luogo Boccaccio confuta l’accusa di avere raccontato, e per di più indirizzandole alle donne, cose sconvenienti e in un linguaggio eccessivamente libero. Il poeta si difende affermando che ciò non è vero, e che se pure fosse vero questo non gli deve essere imputato come colpa : la realtà va descritta anche nei suoi aspetti più bassi e poco gradevoli ; inoltre spesso il male non sta nella cosa in sè, ma in chi legge o vede e intende in modo perverso. « E se forse pure alcuna particella è in quelle, alcuna paroletta più liberale che forse a spigolistra (bigotta bacchettona) donna non si conviene, le quali più le parole pesano che ’fatti e più d’apparer s’ingegnano che d’esser buone, dico che più non si dee a me esser disdetto d’averle scritte, che generalmente si disdica agli uomini e alle donne di dir tutto dì “foro e caviglia e mortaio e pestello e salsiccia e mortadello” (termini di uso comune che possono avere un doppio senso equivoco),e tutto pieno di simiglianti cose. Senza che alla mia penna non dee essere meno d’autorità conceduta che sia al pennello del dipintore, il quale senza alcuna riprensione, o almen giusta, lasciamo stare che egli faccia a san Michele ferire il serpente con la spada o con la lancia, e a san Giorgio il dragone dove gli piace; ma egli fa Cristo maschio ed Eva femina, e a Lui medesimo che volle per la salute della umana generazione sopra la croce morire, quando con un chiovo e quando con due i piè gli conficca in quella. (…)
Boccaccio rivendica, nelle ultime righe del brano riportato, il suo diritto a rappresentare la realtà per come è, in tutti i suoi aspetti. Per questo si utilizza per il Decameron la categoria di realismo.
Infine l’autore passa in rassegna le altre accuse a lui rivolte : che le novelle sono troppo lunghe, troppo scanzonate, di avere parlato male dei frati , da tutte Boccaccio si libera in poche righe e tanta ironia, e si congeda ringraziando e rivolgendo un ultimo pensiero alle sue « piacevoli donne ». « E lasciando omai a ciascheduna e dire e credere come le pare, tempo è da por fine alle parole, Colui (Dio) umilmente ringraziando che dopo sì lunga fatica col suo aiuto n’ha al desiderato fine condotto. E voi, piacevoli donne, con la sua grazia in pace vi rimanete, di me ricordandovi, se ad alcuna forse alcuna cosa giova l’averle lette. »
Il realismo del Decameron.
Con questo termine si intende il tentativo dello scrittore di rendere la realtà di luoghi, ambienti, situazioni, epoche storiche nei suoi racconti di invenzione , facendo sì che invenzione e rappresentazione della realtà risultino strettamente intrecciate.
Nelle novelle troviamo personaggi nobili, leali, virtuosi, onesti, santi, ma anche malvagi, disonesti, traditori, truffatori, peccatori, mercanti, nobili e popolani, preti e monache, uomini intelligenti e prudenti e altri ingenui e sciocchi, donne sensibili e oneste e altre lascive e corrotte ; è presente tutta la gamma dei ceti sociali, dai più elevati (re, nobili, ricchi banchieri, potenti prelati) sino ai più umili (operai, contadini, servi).
Vastissima è anche la varietà di luoghi e ambienti : si va dalle corti ai bassifondi, dalla città alla campagna, dai luoghi vicini e noti – Firenze e le altre città della Toscana e dell’Italia – a terre e mari esotici, l’ambientazione storica varia invece dal XII al XIV secolo.
Stile e lingua del Decameron.
Alla varietà di tipi umani e di luoghi geografici e ambienti sociali corrisponde la varietà dei registri linguistici e stilistici delle novelle.
Nella cornice e in molte delle parti narrative delle novelle il tono è elevato e la prosa è costituita da periodi ampi e complessi sul modello della prosa letteraria latina, fatto che rende la prosa decameroniana talora di difficile lettura. Ma nelle novelle e soprattutto nelle loro parti dialogate vi è una grande varietà di registri stilistici e lingustici: comico, grottesco, elegiaco, tragico; le strutture sintattiche e le scelte lessicali sono semplici e colloquiali oppure elaborate e raffinate.
E’ opportuno ricordare che nel XVI secolo la prosa di Boccaccio diviene il modello della prosa letteraria, così come la lirica di Petrarca diviene il modello della poesia. E’ Pietro Bembo, letterato veneziano, che in una sua famosa opera Prose della volgar lingua del 1525 propone questi due modelli, Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa, ai letterati italiani.

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