L’Accademia dei Pugni e il Caffè

Accademia dei Pugni, da sinistra A.Longo, A.Verri, G.B.Biffi, C.Beccaria, L.Lambertenghi, P.Verri, G.Visconti, dipinto di A.Perego

L’Accademia dei Pugni
L’Accademia dei Pugni, anche chiamata Società dei Pugni, fu un’istituzione culturale fondata da Pietro Verri nel 1761 a Milano. Il gruppo di giovani aristocratici che ne faceva parte si riuniva in casa di Pietro Verri in contrada del Monte, oggi via Monte Napoleone. L’Accademia deve il curioso nome all’animosità delle discussioni che vi si svolgevano.
Vi parteciparono molti degli illuministi lombardi dell’epoca, tra i quali Alessandro Verri, Alfonso Longo, Luigi Lambertenghi, Giuseppe Visconti, Cesare Beccaria, autore del celebre opuscolo Dei delitti e delle pene. Erano giovani aristocratici, studiosi di legge e di economia, convinti della necessità di riformare la gestione dello Stato. Molti di loro collaborarono attivamente con il governo asburgico di Maria Teresa e Giuseppe II. Pietro Verri e Cesare Beccaria partecipano ai lavori del Supremo Consiglio di economia, istituito nel 1765, a cui erano attribuite una vastità di competenze che facevano capo al funzionamento dei meccanismi finanziari e alla politica economica dello Stato.

Il Caffè
Dall’Accademia dei Pugni nacque nel 1764 la rivista Il Caffè. Il periodico usciva ogni dieci giorni e complessivamente furono realizzati 74 numeri, che vennero poi rilegati in due volumi corrispondenti alle due annate di pubblicazione, per un totale di 118 articoli. Il Caffè si stampava a Brescia, in territorio veneto, per sfuggire ai rigori della censura austriaca. Il modello a cui si ispiravano i giovani redattori de Il Caffè era il periodico inglese The Spectator, dal quale veniva ripresa anche l’idea di creare una fittizia cornice narrativa in cui presentare i diversi articoli. Il giornale fingeva di riportare i discorsi scambiati dagli avventori di una bottega del caffè gestita da Demetrio, saggio e affidabile padrone di casa di origine greca. Il Caffè nasce nel periodo in cui le botteghe di caffè si sviluppano rapidamente in Inghilterra in seguito alla diffusione della bevanda. Il luogo di ritrovo diventa appunto il caffè illuminista, luogo reale e nello stesso tempo simbolico lontano dai modelli precedenti, dove si crea una nuova forma di socialità dall’incontro di uomini e di ceti diversi.
Il Caffè si proponeva la diffusione delle nuove idee dei philosophes francesi e inglesi (Locke e Montesquieu, gli enciclopedisti) in Italia.  Era il primo giornale italiano agitatore di idee, volto a diffondere le nuove idee illuministe presso un pubblico di uomini e donne di media cultura, né eruditi né “zotici”, che potessero trarre utilità dalla lettura degli articoli. I redattori si proposero di utilizzare una lingua  chiara e moderna non obbediente alle regole della purezza della lingua italiana imposte dalla tradizione in nome del principio che “è cosa ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole” (Alessandro Verri, Il Caffé, IV, Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca, in Il Sistema letterario, vol. 3, p.953) .
Sulle pagine del Caffè intervengono gli illuministi milanesi con articoli  che trattano di agricoltura, arti, commercio, politica, fisica, storia naturale, argomenti vivi e attuali “cognizioni che ogni cittadino non manuale dovrebbe meno ignorare” (Cesare Beccaria, Il Caffè, II, foglio 1, in Il materiale e l’immaginario, vol. 3, p.1091), l’obbiettivo è quello di superare le tradizioni e i pregiudizi e dare vita a una cultura  cosmopolita e moderna. Il giornale cessò di essere pubblicato nel 1766, anno in cui ebbe termine anche l’Accademia dei Pugni.

Cos’è questo “Caffé”?

Il testo seguente è tratto dall’articolo introduttivo di Pietro Verri al primo numero de Il Caffè. In questo articolo vengono presentate le principali caratteristiche del giornale: quali argomenti tratterà, con quale stile verranno scritti gli articoli in esso contenuti e quale sarà il fine del giornale. Viene presentata anche la figura di Demetrio, uomo di origine greca e gestore della bottega del caffè. Nella parte conclusiva di questo articolo, egli viene contrapposto alle figure del “curiale” e dello “studente di filosofia”. Questi tre personaggi assumono un valore simbolico. Demetrio è un uomo di origine orientale che aspira alla libertà e al cosmopolitismo e ha lasciato la propria patria che è sottoposta al dispotismo ottomano, il curiale, è l’esponente di quella maggioranza di piccoli intellettuali conformisti e opportunisti che rappresenta il lato negativo dell’Illuminismo, lo studente di filosofia è il modello del giovane uomo che frequenta “la bottega del caffè”, alla ricerca di uno svago rilassante e istruttivo.
Il tono colloquiale e schietto del linguaggio inoltre testimonia l’intenzione da parte dell’intellettuale illuminista di instaurare un rapporto nuovo con il lettore, e cioè un dialogo tra pari, aperto e cordiale, che unisce persone attive e intelligenti, aperte alle novità.

Cos’è questo “Caffè”? È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci giorni. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli? Con ogni stile, che non annoi. E sin a quando fate voi conto di continuare quest’opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d’ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa. Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Stele, e Swift, e Addison, e Pope ed altri. Ma perché chiamate questi fogli “Il Caffè”? Ve lo dirò ma andiamo a capo.
Un Greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l’avvilimento, e la schiavitù, in cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella contrada, e conservando un animo antico malgrado l’educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d’abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in caffè del più squisito che dare si possa al mondo; indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè, che merita il nome veramente di caffè: caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d’aloe che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un’aria sempre tepida, e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l’iride negli specchi e ne’ cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla bottega; in essa bottega, che vuol leggere, trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l’Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano romani, fiorentini, genovesi, o lombardi, ora sieno tutti presso a poco europei; in essa bottega v’è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutti i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi in ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè.
(…) Si trovavano nel caffè un negoziante, un giovane studente di filosofia, ed uno dei mille e duecento curiali, che vivono nel nostro paese; io stava tranquillamente ascoltandoli, non contribuendo con nulla del mio alla loro conversazione. “Il caffè è una buona bevanda”, diceva il negoziante, “io lo faccio venire dalla parte di Venezia, lo pago cinquanta soldi la libbra, né mi discosterò mai dal mio corrispondente, altre volte lo faceva venir da Livorno, ma v’era diversità almen d’un soldo per libbra”. “V’é nel caffè”, soggiunse il giovane, “una virtù risvegliativa degli spiriti animati, come nell’oppio v’è la virtù assoporativa e dormitiva”. “Gran fatto”, replicò il curiale, “che quel legume del caffè, quella fava ci debba venire sino da Costantinopoli!”.

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