Approfondimento: l’amore e le donne nel Decameron

L’amore è in molte delle cento novelle del Decameron. Boccaccio presenta l’amore come una pulsione naturale alla quale è inutile tentare di resistere.  Nelle novelle l’amore è passione profonda e seria oppure gioco piacevole e leggero e non è mai presentato come vergogna o peccato.
Le donne nel Decameron sono importanti, dei dieci giovani narratori, sette sono donne e l’idea di lasciare Firenze è di una donna. Molte novelle hanno come protagoniste delle donne  sagge , forti e  padrone di sé stesse.

Ascoltiamo la puntata di Umana Cosa (trasmissione RAI del 2013 in occasione dei settecento anni dalla nascita di Boccaccio) sulla novella delle papere e la novella di Tancredi e Ghismunda.
Nell’introduzione alla quarta giornata Boccaccio racconta una breve novella, la novella delle papere, per  difendersi dall’accusa che  gli piacciano troppo le donne. In questa novella Boccaccio presenta l’attrazione per le donne come una pulsione naturale alla quale è impossibile sottrarsi.
La novella di Tancredi e Ghismunda racconta una storia d’amore tragica. La giovane e bella Ghismunda, figlia del principe di Salerno Tancredi, rimasta vedova e vedendo che il padre non si preoccupa di rimaritarla decide di avere un amante di nascosto e si innamora  di Guiscardo, un giovane servitore del padre di animo nobile. Il padre scoperti i due li punisce duramente. Ghismunda è uno dei personaggi femminili più interessanti del Decameron, il discorso che fa al padre, che la accusa, è una aperta e nobile dichiarazione dei propri diritti.
Di seguito sono riportati i passi letti e commentati nella puntata.
Per il testo integrale delle novelle vai a questo link per la novella delle papere, a questo link per la novella di Ghismunda.

(link a tutti i podcast della trasmissione)

Finisce la terza giornata del Decameron e incomincia la quarta giornata nella quale, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine.

Introduzione alla quarta giornata e la novella delle papere.

 Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi e, alcuni han detto peggio, di commendarvi, come io fo. Altri, più maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla mia età non sta bene l’andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama mostrandosi, dicono che io farei più saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi.

“Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatare, ch’elle son mala cosa.”
Disse allora il figliuolo: “O come si chiamano?”
Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole disiderio men che utile, non le volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse: “Elle si chiamano papere.”
Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai più alcuna veduta non avea, non curatosi de’ palagi, non del bue, non del cavallo, non dell’asino, non de’ denari né d’altra cosa che veduta avesse, subitamente disse: “Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere.”
“Oimè, figliuol mio, “ disse il padre “taci: elle son mala cosa.”
A cui il giovane domandando disse: “O son così fatte le male cose?”
“Sì” disse il padre.
E egli allora disse: “Io non so che voi vi dite, né perché queste sieno mala cosa: quanto è, a me non è ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole come queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m’avete più volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà sù di queste papere, e io le darò beccare.”
Disse il padre: “Io non voglio; tu non sai donde elle s’imbeccano!” e sentì incontanente più aver di forza la natura che il suo ingegno; e pentessi d’averlo menato a Firenze.

Quarta giornata Prima novella
1. Tancredi prenze di Salerno uccide l’amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d’oro; la quale, messa sopr’esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore.

2. Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcuna altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia più che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col tenero padre, sì come gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che il padre, per l’amor che egli le portava, poca cura si dava di più maritarla, né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo, si pensò di volere avere, se esser potesse, occultamente un valoroso amante. (…)

3. E veggendo molti uomini nella corte del padre usare, gentili e altri, sì come noi veggiamo nelle corti, e considerate le maniere e’ costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom di nazione assai umile ma per vertù e per costumi nobile, più che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso vedendolo, fieramente s’accese, ognora più lodando i modi suoi. E il giovane, il quale ancora non era poco avveduto, essendosi di lei accorto, l’aveva per sì fatta maniera nel cuor ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.

4. “Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meritato l’oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m’hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei.”
Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo: “Amor può troppo più che né voi né io possiamo.”

5. E or volesse Idio che, poi che a tanta disonestà conducer ti dovevi, avessi preso uomo che alla tua nobiltà decevole fosse stato; ma tra tanti che nella mia corte n’usano eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima condizione, nella nostra corte quasi come per Dio da piccol fanciullo infino a questo dì allevato; di che tu in grandissimo affanno d’animo messo m’hai, non sappiendo io che partito di te mi pigliare.

6. La vertù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da’ buon costumi; e per ciò colui che virtuosamente adopera, apertamente sé mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma colui che chiama commette difetto. Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini e essamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani.

7. Laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d’oro e messo in quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla figliuola e imposegli che quando gliele desse dicesse: “Il tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava.”
Ghismunda, non smossa dal suo fiero proponimento, fattesi venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il padre, quelle stillò e in acqua redusse, per presta averla se quello di che ella temeva avvenisse. (…) “Non si convenia sepoltura men degna che d’oro a così fatto cuore chente questo è: discretamente in ciò ha il mio padre adoperato.”
E così detto, appressatoselo alla bocca, il basciò.

8. “Tancredi, serbati coteste lagrime a meno disiderata fortuna che questa, né a me le dare, che non le disidero. Chi vide mai alcuno altro che te piagnere di quello che egli ha voluto? Ma pure, se niente di quello amore che già mi portasti ancora in te vive, per ultimo don mi concedi che, poi a grado non ti fu che io tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi, che ’l mio corpo col suo, dove che tu te l’abbi fatto gittare, morto palese stea.”
L’angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze; laonde la giovane, al suo fine esser venuta sentendosi, strignendosi al petto il morto cuore, disse: “Rimanete con Dio, ché io mi parto.” E velati gli occhi e ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipartì.
Così doloroso fine ebbe l’amor di Guiscardo e di Ghismunda, come udito avete: li quali Tancredi dopo molto pianto e tardi pentuto della sua crudeltà, con general dolore di tutti i salernetani, onorevolmente ammenduni in un medesimo sepolcro gli fé sepellire. –

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