De vulgari eloquentia, Convivio, Monarchia

Delle tre opere scritte dopo l’esilio, Dante portò a termine solo la Monàrchia. Non è possibile datare con sicurezza nessuna di queste tre opere. Studiosi diversi hanno proposto diverse datazioni. Per il Convivio e il De vulgari eloquentia gli anni 1304-1307, per la Monarchia gli anni 1310-1313.
De vulgari eloquentia.
Il De vulgari eloquentia è un trattato sulla lingua volgare italiana. Al tempo di Dante il volgare era utilizzato ancora poco e perlopiù come lingua parlata. Come lingua scritta, per i documenti ufficiali e per i testi delle dottrine oggetto di insegnamento e studio si utilizzava il latino. Dante nel De vulgari eloquentia propone una tesi rivoluzionaria per il tempo: il volgare è una lingua più nobile del latino e può essere utilizzata dai letterati, ovvero dagli uomini colti, al posto del latino nelle loro opere.
Nel primo capitolo dell’opera  il volgare è definito  la lingua naturale, quella che tutti apprendono da bambini, e per questo è considerato più nobile del latino che è una lingua artificiale (la grammatica) perché si apprende con lo studio. Nei primi nove capitoli del I libro Dante discute della lingua umana in generale e delle lingue europee e italiana in particolare. Nel capitolo dieci Dante individua quattordici principali volgari italiani. Nei successivi nove capitoli del I libro Dante passa in rassegna i diversi volgari italiani  alla ricerca “del linguaggio più elegante d’Italia, quello illustre” (De vulgari I, cap.XI).
Dante paragona il volgare illustre a una pantera “che manda ovunque il suo profumo, ma non si fa vedere in nessun luogo” ,
afferma “che appartiene a tutte le città italiane senza apparire proprio di alcuna di esse” (De vulgari eloquentia, libro I cap.XVI),
lo definisce ” illustre, cardinale, regale, curiale”
e lo identifica con il volgare italiano utilizzato dai poeti “Esso fu usato dagli illustri maestri che in Italia composero poesia in volgare” (De vulgari eloquentia, libro I cap.XIX).
Dei quattro libri previsti l’autore scrive il primo e parte del secondo; l’opera è scritta in latino perché indirizzata ai letterati. (De vulgari eloquentia testo)
Convivio
Il Convivio è la seconda delle opere scritte dopo l’inizio dell’esilio e come il De vulgari eloquentia è rimasta incompiuta.  L’opera si compone di quattro libri: nel primo libro Dante spiega lo scopo dell’opera, nei successivi tre libri commenta tre sue canzoni d’amore rivolte a una donna gentile che allegoricamente è la Filosofia (Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete, Amor che nella mente mi ragiona, Le dolci rime d’amor ch’io solia).  Nei commenti alle canzoni Dante si sofferma su questioni di carattere filosofico, teologico, scientifico e politico e l’opera si presenta come una enciclopedia del sapere del tempo. Dante si propone di diffondere il sapere tra gli uomini e le donne che per vari motivi  ne sono esclusi.  Pochi sono coloro che siedono alla beata mensa dove si mangia il pane degli angeli, per questo il poeta intende apparecchiare un banchetto con le briciole da lui raccolte sotto la beata mensa per i miseri che ne sono esclusi.  Fuori di metafora “il pane degli angeli” è il sapere, il “banchetto”   è  il Convivio  scritto da Dante,  “le briciole” sono le canzoni e il commento alle canzoni del Convivio, “i miseri” sono gli uomini e le donne esclusi dal sapere perché non sanno il latino.
Nei primi nove capitoli del primo libro Dante spiega perché ha deciso di scrivere il Convivio in volgare. Grazie al volgare, che Dante chiama « sole nuovo» che risplenderà per tutti gli uomini e le donne desiderosi di conoscenza,  anche coloro che non sanno il latino potranno studiare e conoscere.    (Convivio testo)
Monàrchia.
La Monarchia è un trattato di argomento politico in tre libri scritto in latino. Due le tesi principali sostenute nell’opera. La prima vuole dimostrare la necessità dell’impero universale come unica istituzione politica in grado di garantire ordine e pace agli uomini . La seconda vuole dimostrare che l’autorità dell’imperatore deriva direttamente da Dio e non dal papa, come sosteneva la concezione teocratica della Chiesa. Imperatore e papa derivano entrambi il loro potere direttamente da Dio, per realizzare i due fini dati agli uomini dalla divina provvidenza : la beatitudine di questa vita e la vita eterna. Il primo fine si raggiunge sotto la guida dell’imperatore, il secondo sotto quella del papa. Nel dibattito politico del tempo Dante si schiera a favore dell’autonomia del potere temporale e contro la concezione teocratica che prevedeva la subordinazione del potere dell’imperatore a quello del papa.
Nel Ciquecento l’opera venne messa all’Indice dei libri proibiti della Chiesa cattolica dove restò fino al 1881. (Monarchia testo)

De vulgari eloquentia, Convivio, Monarchia: testi

 

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