La Divina Commedia

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Dante e il suo poema, Domenico di Michelino, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze, 1465

Scritta in volgare fiorentino in un arco di tempo compreso tra il 1304 e il 1321, la Divina Commedia, per l’autore il titolo era solo Commedia, si compone di tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), divise in trentatré canti più un canto iniziale, per un totale di cento canti, in terzine incatenate di versi endecasillabi. Dante racconta il suo viaggio immaginario nell’aldilà, nei tre regni dell’oltretomba. Il viaggio compiuto a trentacinque anni ha luogo in sette giorni a partire dal venerdì santo del 1300, 7 aprile del 1300, secondo altri studiosi dal 25 marzo. Il racconto è disseminato di informazioni cronologiche e di descrizioni precise dei luoghi e del tempo in cui si svolge. Nel corso del viaggio Dante, accompagnato nell’Inferno e nel Purgatorio da Virgilio e poi in Paradiso da Beatrice e, negli ultimi tre canti, da San Bernardo da Chiaravalle , incontra personaggi storici, eroi del mito, animali mostruosi, angeli, ciascuno collocato in uno dei tanti gironi, cerchi o cieli dei tre regni. Dante trae ispirazione per i suoi personaggi e racconti dagli antichi poeti  latini, Virgilio e Ovidio soprattutto, ma anche Lucano e Stazio, dalla Bibbia, dall’opera di filosofi e storici medievali e antichi. Molti sono i riferimenti a personaggi ed eventi della storia italiana a lui contemporanea. Tra i più famosi personaggi del poema ricordiamo: nell’Inferno:Virgilio (canto I), Paolo e Francesca (Inferno canto V), Farinata degli Uberti e Guido Cavalcanti ( canto XI), Pier della Vigna (canto XIII), Brunetto Latini (XV), Bonifacio VIII e Niccolò III (canto XIX), Malacoda e Barbariccia (XXI), Ulisse (canto XXVI), Maometto (canto XXVIII), Ugolino della Gherardesca ( canto XXXIII),  Bruto, Cassio, Giuda ( canto XXXIV); nel Purgatorio: Catone l’Uticense (canto I), Manfredi (canto III),  Pia dei Tolomei (canto V), Sordello da Goito (Canto VI), Provenzano Salvani (canto XI), Marco Lombardo (canto XVI), Forese Donati (canto XXIII), Matelda (canto XXVIII), Beatrice (canto XXX); nel Paradiso: Piccarda Donati (canto III), Giustiniano (canto VI), San Francesco (canto XI), Cacciaguida (canto XV-XVII), San Pietro (canto XXVII), San Bernardo (canto XXXI).
L’argomento dell’opera è  “lo stato delle anime dopo la morte”,  ma se si considera l’opera allegoricamente l’argomento è ” l’uomo in quanto meritando e non meritando attraverso il libero arbitro è soggetto a essere premiato e punito secondo giustizia”. (Dante, Epistola a Cangrande della Scala, XIII, 24-25). L’opera è una “visione” indirizzata agli uomini del suo tempo e del futuro come messaggio di giustizia e salvezza. Dante è autore e personaggio dell’opera, il suo viaggio nell’aldilà è metafora del viaggio che chiunque, secondo la dottrina cristiana del tempo, può compiere: l’itinerarium mentis ad Deum,  il viaggio della mente a Dio, “una conversione dal dolore e dalla miseria del peccato allo stato di grazia, come avvenimento reale dell’anima” (Charles S.Singleton, Viaggio a Beatrice, 1968, in Scrittori e idee in Italia Dalle origini al Trecento, Paolo Pullega, 1974, p163).
Nel Convivio e nel De vulgari eloquentia Dante aveva  prefigurato e creduto nell’Italia  e negli italiani, con la Commedia egli diede a una nazione e a un popolo inesistenti un’opera e una lingua che saranno per tutti.

Inferno

L’Inferno è diviso in nove cerchi, preceduti dall’antinferno, dove si trovano gli ignavi, che anche i dannati disprezzano (canto III). Esso ha la forma di un imbuto, si trova sotto Gerusalemme e si è formato in seguito alla caduta dal cielo di Lucifero, l’angelo ribelle a Dio, che si trova confitto nel nono e ultimo cerchio, al centro della terra. (Piatta o rotonda?) Un corso d’acqua che prende diversi nomi e aspetti, Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, lo attraversa.
Il primo cerchio è il Limbo dove si trovano coloro che sono morti prima della venuta di Cristo e i bambini morti prima di essere stati battezzati (canto IV).
Nel canto XI Virgilio spiega a Dante l’ordinamento dell’inferno, che nella ripartizione generale delle cattive azioni, si basa sulle tre disposizioni dell’animo che portano al peccato individuate dal filoso greco Aristotele nell’Etica Nicomachea, opera che Dante aveva letta e studiata: l’incontinenza, la bestialità, cioè la violenza, e la malizia, ovvero l’inganno.
Nei primi quattro cerchi sono puniti i peccati di incontinenza: i lussuriosi (II cerchio, canto V), i golosi (III cerchio, canto VI), gli avari e i prodighi ((IV cerchio, canto VII), gli iracondi e gli accidiosi (V cerchio, canto VII e VIII). L’incontinenza è un eccesso nell’uso di ciò che è lecito che conduce al peccato: la lussuria, la gola, l’avarizia, la prodigalità, l’ira, che se non trova sfogo provoca la triste accidia.
Dopo i primi cinque cerchi si entra nella città di Dite (antico nome del dio degli Inferi), il basso inferno, che comprende i quattro cerchi dove sono puniti coloro che si sono macchiati dei peccati più gravi (canto VIII e IX).
Non rientrano nella partizione aristotelica gli eretici che si trovano nel primo cerchio del basso inferno (VI cerchio, canto X).
Nel settimo cerchio divisi in tre gironi si trovano i violenti. La violenza si può compiere contro gli altri e le loro cose, contro sé stessi e le proprie cose, contro Dio e la natura. Nel primo girone si trovano gli omicidi e i predoni (canto XII); nel secondo i suicidi e gli scialacquatori (canto XIII) ; nel terzo i bestemmiatori (canto XIV), i sodomiti (canto XV e XVI) e gli usurai (canto XVII).
La malvagità ha come proprio fine l’ingiuria, cioè l’infrazione della legge, che si realizza o con la violenza o con l’inganno (la frode). La malvagità commessa ingannando è il peccato più grave dell’uomo perché per compierlo egli usa la ragione, che è ciò che lo contraddistingue in quanto uomo. (canto XI vv.22-27)
Nell’ottavo cerchio, divisi in dieci bolge (sacche, borse, cioè profondi avvallamenti del terreno) sono puniti i peccatori che hanno commesso le loro azioni malvagie ingannando coloro che non riponevano fiducia in loro: ruffiani e seduttori ( prima bolgia, canto XVIII), adulatori ( seconda bolgia, canto XVIII), simoniaci ( terza bolgia, canto XIX), indovini (quarta bolgia, canto XX), barattieri ( quinta bolgia, canto XXI e XXII), ipocriti ( sesta bolgia, canto XXIII), ladri ( settima bolgia, canto XXIV e XXV), consiglieri di inganni (ottava bolgia, canto XXVI e XXVII) seminatori di discordie (nona bolgia, canto XXVIII), falsari di moneta e di parola (decima bolgia, canto XXIX- XXX).
Nel nono e ultimo cerchio, divisi in quattro zone, sono puniti i traditori. Nella prima zona Caina sono puniti i traditori dei parenti (canto XXXII); nella seconda Antenòra: i traditori della patria (canto XXXII e XXXIII); nella terza Tolomea i traditori degli ospiti (canto XXXIII); nella quarta Giudecca i traditori della Chiesa e dell’Impero: Giuda, Bruto e Cassio, che il diavolo stesso maciulla nella sua triplice bocca (canto XXXIV).
Le pene che i dannati subiscono sono inventate da Dante secondo la legge del contrappasso: la pena corrisponde per somiglianza o opposizione al peccato che la origina.

Purgatorio

Il Purgatorio è una alta montagna che si erge nel mare dell’emisfero australe, oltre le Colonne di Ercole, completamente vuoto e sconosciuto agli uomini.
Nel Purgatorio si trovano le anime di coloro che in vita si sono pentiti dei loro peccati e che devono purificarsi prima di entrare in Paradiso. Ogni anima deve attraversare tutte le sette cornici della montagna per liberarsi dei peccati commessi in vita.
In cima alla montagna si trova l’Eden, l’antico giardino di Adamo ed Eva, dove le anime giungono al termine del viaggio per salire in Paradiso.
I pendii della montagna sono divisi in sette cornici, una per ciascuno dei sette peccati capitali, al di sotto delle cornici vi è l’Antipurgatorio, dove le anime devono attendere per entrare nel Purgatorio.
Ai piedi della montagna c’è una spiaggia, su cui le anime giungono su una navicella guidata da un angelo nocchiero. Ad accoglierle c’è Catone l’Uticense, morto suicida in nome della libertà ad Utica in Africa nel 46 a.C. dopo la vittoria di Cesare, e per questo collocato da Dante a guardia del secondo regno dove le anime conquistano la libertà dal peccato (canto I).
Dante e Virgilio giungono sulla spiaggia all’alba. Dopo il buio dell’Inferno il Purgatorio è il regno della luce, il sorgere e calare del sole e il mutare della luminosità nel corso nel giorno scandiscono il tempo del viaggio nel Purgatorio.
Nell’Antipurgatorio le anime di coloro che si sono pentiti solo in punto di morte aspettano di entrare. Ci sono gli scomunicati (canto III), i pigri (canto IV), coloro che sono morti all’improvviso di morte violenta (canto V). Nel VI canto Dante incontra il poeta Sordello da Goito e rivolge un’amara apostrofe all’Italia “non donna di provincie, ma bordello!” ( v.78). Nei canti VII e VIII Dante e Virgilio sono accompagnati da Sordello nella valletta dei principi, lì trascorreranno la notte perché si può salire sulla montagna solo di giorno.
Dante si addormenta e sogna, quando si risveglia si trova all’entrata del Purgatorio. Un angelo portiere è seduto con una spada in mano sulla soglia della porta d’ingresso. Con la spada l’angelo incide sette P sulla fronte di Dante, una per ciascuno dei sette peccati che Dante stesso dovrà purgare nell’ascesa del monte (canto IX).
Nella prima cornice si espia il peccato della superbia. I superbi procedono con enormi massi sulla schiena, simbolo della loro presunzione. (canti X-XII)
Gli invidiosi della seconda cornice espiano il loro peccato con una pena ancor più crudele, hanno le palpebre cucite con filo di ferro, perché in vita hanno usato gli occhi per guardare male, questo il significato originario del termine invidia, dal latino invideo, letteralmente: guardare contro (canti XIII-XIV).
Nella terza cornice si trovano gli iracondi immersi in un fumo che oscura tutto, simbolo dell’ira che toglie il lume della ragione. Tra gli iracondi Dante incontra Marco Lombardo, uomo di corte vissuto nella seconda metà del Duecento. Nella risposta di Marco Lombardo a un suo dubbio Dante pone la soluzione di una importante questione. A che cosa si deve il male del mondo? Era ai tempi di Dante credenza certa che gli astri influenzassero le azioni umane e Dante si chiede se il male di cui il mondo è “gravido e coverto” si debba al cielo o agli uomini. Marco Lombardo risponde dimostrando che gli uomini sono stati creati dotati di “libero arbitrio” e perciò il male del mondo si deve a loro. Marco Lombardo segue il ragionamento del filosofo San Tommaso, che Dante aveva fatto proprio (canto XVI vv.52-83) (canti XV-XVI).
Al calare della notte Dante e Virgilio appena giunti nella quarta cornice sono costretti a fermarsi. Nella pausa Virgilio spiega l’ordinamento del Purgatorio, basato sull’amore. L’amore è il principio a cui ogni azione, sia buona sia malvagia, è ricondotta. Tutte le creature sono mosse da amore, l’amore è o naturale o di volontà; l’amore naturale non sbaglia mai, l’amore di volontà può invece sbagliare perché indirizzato verso il male o perché non regolato, il libero arbitrio è la virtù che regola l’amore di volontà (canti XVII vv.88-139, XVIII vv.16-75).
La spiegazione di Virgilio termina verso la mezzanotte e Dante è preso da sonnolenza. Un gruppo di anime sopraggiunge correndo, sono gli accidiosi, che, pigri e indolenti in vita, sono ora molestati da una smania di muoversi che non li lascia mai. Quando le anime si allontanano Dante si addormenta e fa un sogno (canti XVII -XVIII).
Sogna una donna balbuziente, guercia, storpia, con le mani monche e pallida che allo sguardo di Dante si trasforma in una donna bella che lo incanta come una “dolce sirena”, ma appare un’altra donna che le strappa le vesti e le denuda il ventre, il puzzo che ne esce risveglia Dante. La “femmina balba”, ovvero balbuziente, è il simbolo di tutto ciò che inganna l’uomo con una falsa immagine di bellezza e bontà e dei tre peccati di incontinenza, avarizia, gola e lussuria, che si espiano nelle ultime tre cornici (canto XIX vv.1-63).
Nella quinta cornice si trovano gli avari; legati mani e piedi, distesi a terra immobili, espiano la loro avidità, ambizione e attaccamento alle ricchezze e al potere. Insieme agli avari si trovano i prodighi, tra questi Dante e Virgilio incontrano il poeta Stazio, profondo ammiratore di Virgilio, che accompagnerà i due fino alla fine della cantica (canti XIX-XXII).
Nella cornice sesta, dove sono i golosi, Dante incontra il suo amico Forese Donati. Le anime dei golosi sono costrette a girare intorno ad alberi con frutti che mandano profumo e a una fonte di acqua senza poter mangiare né bere, i golosi sono magrissimi e questo rende i loro volti irriconoscibili, per questo Dante riconosce Forese dalla voce e non dall’aspetto. Dante è triste e vergognoso perché si ricorda della vita immorale e dissipata, che conducevano da giovani. Tra i golosi c’è anche il poeta Bonagiunta da Lucca, parlando con lui Dante dà la definizione di “dolce stil novo” (XXIV v.57) (canti XXIII-XXIV).
Mentre salgono alla settima cornice Stazio spiega a Dante come sia generato l’uomo, come l’anima venga infusa nel corpo e come, morto il corpo, l’anima conosca il luogo che le è assegnato nell’aldilà (canto XXV).
Nella settima cornice spira una grande fiamma che avvolge le anime dei lussuriosi e dei sodomiti, i tre poeti sono costretti a camminare sul bordo esterno della cornice per non essere bruciati. Qui Dante incontra i poeti Guido Guinizzelli e Arnaldo Daniello (canto XXVI).
Scende la sera e un angelo invita i poeti ad attraversare il muro di fuoco altrimenti non possono salire in cima alla montagna. Dante, Virgilio e Stazio passano attraverso le fiamme e cominciano a salire, ma il sole tramonta e sono costretti a fermarsi. Dante si addormenta e sogna una donna giovane e bella che raccoglie fiori in un giardino, è Lia, simbolo della vita attiva. Virgilio è giunto al termine del suo viaggio e rivolge a Dante le sue ultime parole. Dante è ormai padrone di sé stesso e Virgilio non può più aiutarlo, ora arriverà Beatrice (canto XXVII).
Da solo Dante si addentra nella “foresta spessa e viva” dell’Eden e sulle rive di un fiume incontra una donna bella come Proserpina, è Matelda che ha il compito di immergere le anime giunte nel paradiso prima nel fiume Letè, che dà la dimenticanza del peccato, e poi nell’Eunoè, che richiama la memoria del bene (canto XXVIII).
Mentre Dante cammina lungo il fiume con la bella donna, la foresta è attraversata da una forte luce e si ode una dolce melodia, una processione mistica avanza (canto XXIX).
Come il sole che sorge velato dai vapori dell’alba, appare sul carro una donna, ha in capo un velo bianco e sotto il manto verde il suo abito è rosso. Dante riconosce in lei la donna che ama: Beatrice.
Cerca Virgilio, ma non lo trova e si mette a piangere. Beatrice chiamandolo per nome, è la prima e unica volta che nel poema compare il nome del poeta, lo riprende severamente, Dante è preso dalla vergogna e abbassa lo sguardo come un figlio di fronte alla madre che lo sgrida. Beatrice rimprovera Dante di essersi allontanato da lei dopo la sua morte e di avere seguito una “via non vera” (canto XXX).
Beatrice continua a rimproverare aspramente Dante che per il dolore provocato dal rimorso sviene. Matelda lo immerge nel Letè, poi lo affida a sette donne, simbolo delle virtù cardinali e teologali che lo conducono davanti a Beatrice che toltasi il velo appare nella sua ineffabile bellezza (canto XXXI).
La processione riprende a muoversi, poi si ferma presso l’albero del bene e del male. Dante si addormenta e quando si risveglia vede Beatrice seduta sotto l’albero. Beatrice invita Dante a guardare il carro e a ricordare quello che vedrà per scriverlo. Il carro è il simbolo della Chiesa e le visioni a cui Dante assiste simboleggiano la sua corruzione (canto XXXII). Beatrice predice l’arrivo di un imperatore che salverà la Chiesa e di nuovo invita Dante a ricordare e a scrivere la visione. Dante assicura Beatrice che ricorderà. Matelda lo immerge nell’Eunoè che ridà la memoria del bene, ora Dante è pronto per “salire a le stelle” (canto XXXIII).

Paradiso

Il Paradiso è una cantica dottrinale, Dante si fa spiegare da Beatrice e dai beati i misteri e i dogmi religiosi e scioglie dubbi di natura filosofica, fino alla rivelazione della verità suprema nella visione di Dio. La cosmografia medievale collocava la terra immobile al centro dell’universo, intorno a essa ruotano nove cieli, i sette cieli dei pianeti, il cielo delle stelle fisse e il Primo Mobile, che imprime il moto agli altri cieli, oltre questi nove cieli vi è l’Empireo, un luogo di pura luce, la parola greca empireo significa: nel fuoco, dove si trova Dio insieme agli angeli e ai beati, raccolti in un cerchio di luce, la “candida rosa”, in contemplazione di Dio.
Dante, accompagnato da Beatrice, sale verso l’alto e di cielo in cielo incontra i beati che gli vengono incontro, i beati non appaiono con fattezze umane ma trasfigurati dalla luce che li avvolge , segno della beatitudine. Questi si trovano distribuiti nei cieli a seconda dell’influsso che, secondo la credenza medievale, ciascun pianeta esercita sugli uomini.
Dalla sommità della montagna del Purgatorio Dante guardando Beatrice che guarda nel sole ascende in Paradiso “Trasumanar significar per verba non si poria” ovvero “non si potrebbe con le parole esprimere l’esperienza di andare oltre l’umano”. Dante dice di non sapere se è salito solo con l’anima o anche con il corpo. Appena terminata l’ascensione Dante si stupisce della musica che ode e della grande luce che vede. Beatrice gli spiega che non sono più sulla terra ma sono saliti in cielo (canto I).
Nel primo cielo della Luna, il pianeta dell’incostanza, si trovano gli spiriti mancanti ai voti, le anime di coloro che non ebbero forza sufficiente a dare pieno compimento alla loro scelta di vita.
Dopo la spiegazione della natura delle macchie lunari (canto II) Dante incontra Piccarda Donati, sorella di Corso e Forese Donati. Piccarda, monaca dell’ordine delle clarisse, venne strappata a forza dal convento dal fratello Corso perché sposasse uno dei Neri; Piccarda si trova nel cielo della Luna, il più lento, per non essere riuscita a resistere alla violenza del fratello. Seguono due canti di materia dottrinale, Beatrice scioglie i dubbi di Dante sui voti e la volontà e rivolge un’ammonizione ai cristiani a non prendere alla leggera i voti. I due salgono al cielo di Mercurio (canto IV e V).
Nel cielo di Mercurio si trovano i beati che operarono per desiderio di gloria e fama. Dante incontra l’imperatore Giustiniano che racconta la storia dell’impero romano dalla fondazione di Roma a Carlo Magno. Al termine della digressione storica Giustiniano rivolge un rimprovero ai Guelfi e ai Ghibellini, il cui conflitto causa il disordine politico del tempo di Dante. Il canto si conclude con la figura di Romeo di Villanova, di cui si ricorda la sfortunata vicenda politica (canto VI).
Dante è colto da nuovi dubbi sulla giustizia divina, sul mistero dell’incarnazione di Dio in Cristo, sulla resurrezione dei corpi. Beatrice scioglie i suoi dubbi (canto VII).
Dante e Beatrice salgono al cielo di Venere, il terzo, dove si trovano gli spiriti amanti. In questo cielo Dante incontra tre personaggi storici, Carlo Martello, Cunizza da Romano e Folchetto di Marsiglia, un quarto personaggio di origine biblica, la prostituta Raab, è presentata da Folchetto. Carlo Martello è il modello di sovrano che si è fatto guidare dall’amore nella sua azione politica, Dante lo conobbe a Firenze, divenuto re di Ungheria morì molto giovane. Ascoltandolo Dante si chiede come sia possibile che da un padre buono nasca un figlio cattivo, Carlo Martello risponde che Dio stabilisce i caratteri degli uomini diversi gli uni dagli altri perché possano assolvere ai diversi compiti della società. Gli altri tre personaggi hanno peccato per amore, ma hanno concluso la loro vita in modo santo divenendo degni del Paradiso. L’argomento principale dei colloqui di Dante con i personaggi non è però l’amore ma la politica (canti VIII e IX).
Dante e Beatrice salgono al quarto cielo, un cerchio di dodici beati fiammeggianti danza e canta intorno a Dante e Beatrice, sono le anime degli spiriti sapienti del cielo del Sole. La fiamma di San Tommaso d’Aquino appartenente all’ordine dei domenicani presenta i sapienti del cerchio. Al termine della presentazione gli spiriti riprendono la danza e il canto (canto X).
Rispondendo a un dubbio di Dante San Tommaso loda San Francesco d’Assisi presentato come uno dei due prìncipi, il secondo è San Domenico, inviati da Dio a guidare la Chiesa. San Francesco è ricordato come l’amante della Povertà. Il canto si conclude con un rimprovero alla corruzione dell’ordine dei domenicani (canto XI).
La corona dei beati riprende a ruotare e appare una seconda corona di dodici sapienti. Bonaventura da Bagnoregio, dell’ordine francescano, tesse l’elogio di San Domenico ricordando gli atti esemplari della sua vita e la lotta contro l’eresia. Come San Tommaso aveva rimproverato la corruzione dell’ordine domenicano, così Bonaventura biasima la decadenza dei francescani, il canto si conclude con la presentazione dei sapienti della seconda corona (canto XII).
Le due corone di beati riprendono la loro danza circolare, Dante invita il lettore a immaginare ventiquattro stelle del cielo per intendere quello che ha visto. Tommaso risponde a un dubbio sulla sapienza di Salomone, re saggio e illuminato come nessun altro. (canto XIII). Nuovo dubbio di Dante su come potranno i corpi risorti sopportare la luce della beatitudine. Il re Salomone, il più splendente degli spiriti sapienti, risponde. Beatrice si mostra di una bellezza mai vista, guardandola Dante sale al cielo di Marte. In questo cielo appare una croce costellata di luci in cui lampeggia l’immagine di Cristo che non può essere descritta. Le luci sono i beati che si scorrono lungo i bracci della croce cantando, Dante è rapito dalla bellezza di ciò che vede e ode (canto XIV).
Una delle luci si ferma ai piedi della croce, è lo spirito di Cacciaguida, trisavolo di Dante. Nel cielo di Marte si trovano gli spiriti dei combattenti per la fede, martiri e cavalieri, Cacciaguida prese parte alla seconda crociata al seguito dell’imperatore Corrado III che lo fece cavaliere, morì combattendo in Terrasanta intorno al 1147. Dante e Cacciaguida hanno un lungo colloquio. L’avo ricorda la Firenze antica, dove gli uomini erano pacifici e le donne morigerate (canto XV).
Dante domanda a Cacciaguida quando sia nato e gli chiede di parlare dei suoi antenati, di Firenze e delle antiche famiglie nobili fiorentine (canto XVI).
Quindi Dante chiede di parlargli del proprio futuro perché ciò che gli è stato detto nell’Inferno e nel Purgatorio lo ha impensierito sebbene egli si senta in grado di resistere ai colpi della fortuna. Cacciaguida gli predice che sarà esiliato e costretto a peregrinare di corte in corte, Dante gli domanda se dovrà rendere noto ciò che ha visto e udito nell’aldilà, Cacciaguida lo invita a rendere manifesta tutta la sua visione (canto XVII).
Cacciaguida indica gli altri re e cavalieri che in vita ebbero grande fama, Carlo Magno, Orlando, Goffredo di Buglione, Roberto Guiscardo. Dante e Beatrice salgono al sesto cielo di Giove, il cielo non è più rosso ma bianco. I beati del cielo di Giove avvolti di luce volando compongono le lettere di una frase in latino “amate la giustizia voi che giudicate la terra”, in questo cielo si trovano gli spiriti giusti. Dopo aver scritto la frase latina le anime disegnano la figura di un’aquila. L’aquila simboleggia l’impero e Dante vuole dire che la giustizia divina si realizza sulla terra tramite l’impero. Il canto si conclude con la richiesta agli spiriti giusti di pregare per gli uomini che in terra sono traviati dal cattivo esempio dei papi ingiusti e con l’apostrofe contro Giovanni XXII, papa corrotto e venale (canto XVIII).
L’aquila comincia a parlare. Dante gli chiede di sciogliere un dubbio da cui è assillato da molto tempo: come sia possibile che uomini giusti siano condannati solo perché nati prima della venuta di Cristo o in luoghi dove non è giunto il Vangelo. L’aquila risponde che la giustizia divina è imperscrutabile e che l’uomo non è in grado di comprenderla. Dopo una pausa l’aquila riprende a parlare ed elenca i principi malvagi e le loro cattive azioni (canto XIX).
Vengono presentati i beati che formano l’occhio dell’aquila, tra esse ci sono due pagani, l’imperatore Traiano e Rifeo, personaggio troiano dell’Eneide. Dante è stupito, l’aquila spiega a Dante come sia possibile che i due pagani si trovino in Paradiso. L’aquila ripete che la predestinazione è imperscrutabile e che gli uomini devono essere cauti nel giudicare (canto XX).
Dante e Beatrice salgono al cielo di Saturno dove si trovano gli spiriti contemplativi. Dante vede una scala d’oro altissima lungo la quale salgono e scendono le anime luminose, la scala è il simbolo della vita contemplativa. Una delle anime si ferma vicino Dante e Beatrice e manifesta il suo desiderio di rispondere divenendo più luminosa. E’ l’anima di San Pier Damiano, monaco camaldolese vissuto nel XI secolo, divenuto cardinale si batté contro la decadenza morale della Chiesa. Nel canto scaglia dure parole contro il lusso dei prelati che non rispettano il principio evangelico della povertà (XXI).
Nel canto successivo Dante incontra San Benedetto da Norcia. Il santo racconta della fondazione del monastero di Monte Cassino e poi rimprovera la corruzione dei monasteri dell’ordine benedettino. Alla fine delle sue parole il santo sale velocissimo per la scala. Anche Dante e Beatrice salgono e giungono al Cielo delle Stelle fisse nella costellazione dei Gemelli. Dall’alto Dante osserva il cammino fatto e vede in lontananza la terra “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, quindi rivolge il suo sguardo verso Beatrice (XXII).
Beatrice è rivolta verso il punto più alto della volta celeste e annuncia a Dante l’apparizione di Cristo e di tutti i beati. Cristo appare sotto forma di un sole che illumina i beati. La visione è così potente che la mente di Dante esce fuori di sé stessa ed egli non può ricordare nulla. Beatrice invita Dante a guardarla ora che la sua vista ha acquistato maggiore potenza. Dante ha una nuova visione di Cristo e dei beati e vede una luce più splendente delle altre, è Maria. Una fiaccola scende a cingere Maria è l’arcangelo Gabriele. Maria e Cristo salgono nell’Empireo. I beati intonano il “Regina celi”. Tra i beati appare in trionfo San Pietro (XXIII).
Nei canti XXIV – XXV – XXVI Dante sostiene l’esame sulle tre virtù teologali, fede speranze e carità. Nel canto XXIV San Pietro chiede a Dante la definizione di fede. Dante risponde con la definizione data da San Paolo nella lettera agli ebrei (vv.61-66) e dichiara la sua fede, appresa sulle Sacre Scritture, priva di qualsiasi dubbio. San Pietro continua l’esame di Dante sulla fede, alla fine per esprimere la sua gioia per le risposte di Dante lo abbraccia tre volte (XXIV).
All’inizio del XXV canto Dante rivolge a sé stesso l’augurio di poter ritornare a Firenze ed esservi incoronato come poeta. Dalla stessa corona luminosa da cui era uscito San Pietro avanza ora verso Dante lo spirito di San Giacomo Maggiore, che esamina Dante sulla speranza. Terminato l’esame un nuovo splendore si affianca a San Pietro e San Giacomo è lo spirito di San Giovanni, la luce sfavillante del santo acceca Dante, che volge lo sguardo verso Beatrice senza poterla vedere (XXV).
San Giovanni rassicura Dante sul suo stato di temporanea cecità, Beatrice è in grado di ridargli la vista che ha perso, intanto Dante deve rispondere alle domande del santo sulla carità. La carità, è la risposta di Dante, è l’amore di Dio, che si imprime nella mente grazie ad argomenti filosofici e alle Sacre Scritture. L’amore di Dio è superiore a ogni altro poiché Dio è il sommo bene. Quando Dante termina di rispondere a San Giovanni i beati intonano il Santo in segno di approvazione e Beatrice restituisce a Dante la vista. Accanto ai tre santi c’è ora un quarto lume che è quello di Adamo, che risponde a quattro domande di Dante (XXVI).
Il Canto XXVII è dedicato alle violente invettive di San Pietro contro la Chiesa corrotta, che ha trasformato Roma nella “cloaca del sangue e della puzza”, e i papi, “lupi rapaci” travestiti da pastori, e di Beatrice contro la “cupidigia” che sommerge e affonda gli uomini. Dal Cielo delle Stelle fisse Dante e Beatrice ascendono al Primo Mobile. E’ il cielo da cui prendono il loro movimento gli altri cieli e ha la sua collocazione nella mente divina (XXVII).
Nei canti XXVIII e XXIX Beatrice tiene una lunga lezione teologica sugli angeli. Giunto nel Primo Mobile Dante vede un punto luminosissimo intorno al quale ruotano nove cerchi luminosi sfavillanti di innumerevoli scintille. Beatrice spiega che il punto è Dio e i nove cerchi le gerarchie angeliche, che Beatrice enumera una ad una, il primo cerchio, quello più veloce e vicino al punto luminoso, è quello dei Serafini, il nono, il più lontano e lento, è quello degli Angeli (canto XXVIII).
Dopo un brevissimo silenzio, Beatrice riprende la sua lezione. Spiega la creazione degli angeli, avvenuta nell’eternità, prima dell’inizio del tempo, nell’Empireo come forme pure e perfette. Racconta della ribellione degli angeli che seguirono il superbo Lucifero che Dante ha visto confitto al centro dell’Inferno. Beatrice rimprovera coloro che per desiderio di notorietà diffondono interpretazioni non veritiere delle Sacre Scritture. Alla fine del canto Beatrice ritorna a parlare degli angeli e dice che il numero degli angeli non è conoscibile, ognuno di essi riceve la luce di Dio che splende in ciascuno rimanendo uno.
Con il canto XXX ha inizio l’ultima parte della terza cantica: la grande visione diretta del Paradiso. Il canto si apre con la dichiarazione dell’impossibilità di lodare pienamente la bellezza di Beatrice, divenuta più bella di quanto fosse mai stata fino ad allora. Sono giunti nell’Empireo il “ciel ch’è pura luce”. Dante, la cui vista ha acquistato maggiore potere, vede un fiume di luce che scorre tra due rive adorne di fiori. Dal fiume le scintille sprizzano nei fiori, come rubini in anelli d’oro, poi, inebriate dal profumo dei fiori, tornano nel fiume vv.64-69). Beatrice avverte Dante che quello che vede è un’ oscura prefigurazione, perché la sua vista non è ancora capace di vedere il vero. Dante ritorna a guardare con maggiore intensità e vede le scintille e i fiori trasformarsi in angeli e in beati, e il fiume di luce trasformato in un lago luminoso molto più grande del sole, che si forma dal riflesso di un raggio di luce divina sulla sommità concava del Primo Mobile. Intorno in cerchi concentrici riflessi nel lago luminoso Dante vede i beati che formano la “rosa sempiterna”. Beatrice conduce Dante nel centro della rosa celeste e gli mostra i beati riuniti in Paradiso, pochi posti rimangono vuoti. Tra questi quello di Enrico VII, l’imperatore che Dante aveva indicato come il salvatore dell’Italia (canto XXX).
Dante ha la visione piena della “candida rosa”, gli angeli, come api che vanno e vengono dai fiori al favo, volano dai beati a Dio e viceversa. Dante è preso da grande stupore e, muto e assorto, contempla i volti e gli atti dei beati, quindi, come era solito fare, si volge verso Beatrice per chiedere spiegazioni, ma Beatrice non c’è più, al suo posto c’è un vecchio vestito di bianco, si tratta di San Bernardo di Chiaravalle, chiamato da Beatrice ad assistere Dante nell’ultima visione divina. Beatrice è tornata a occupare il suo posto nella candida rosa e Dante la vede circonfusa da un’aureola di luce divina. La ringrazia di averlo liberato dal peccato e la prega di mantenere la sua anima sana fino alla morte. Beatrice rivolge a Dante l’ultimo sorriso.
San Bernardo invita Dante a guardare di nuovo la rosa dei beati per prepararsi alla visione di Dio e a spingere lo sguardo fino al cerchio più lontano dove siede la regina del cielo, Maria. Anche San Bernardo rivolge i suoi occhi a Maria (canto XXXI).
Il canto XXXII è un canto di pausa prima del canto finale. San Bernardo, che ha ora il ruolo di “dottore” che era stato di Beatrice, illustra l’ordine dei beati nella rosa candida. Alcuni versi sono dedicati a spiegare il diverso grado di beatitudine dei bambini morti prima di possedere il libero arbitrio, Bernardo spiega che Dio assegna la grazia in misura diversa a ciascuno secondo un disegno sconosciuto agli uomini. Dante rivolge lo sguardo in alto a Maria e vede un angelo che la guarda con particolare gioia e amore, è l’arcangelo Gabriele. Bernardo indica a Dante i beati più nobili. Il canto si chiude con l’esortazione a chiedere alla Madonna la grazia di vedere Dio (XXXII).
L’ultimo canto si apre con la preghiera di San Bernardo alla Vergine perché Dante possa vedere Dio. Ricevuta la grazia richiesta, Dante può finalmente dare compimento al suo desiderio. Il poeta invoca Dio perché dia alla sua mente il ricordo della visione e presti alla sua parola la forza necessaria ad esprimerla. Negli ultimi versi Dante descrive la sua esperienza divina, ciò che vede è l’immagine di Dio, in sé immutabile, ma alla sua vista in continua trasformazione. Al culmine della visione la mente di Dante viene percossa da un lampo e nel momento in cui giunge al compimento del suo desiderio la sua coscienza viene meno, ormai Dante è una cosa sola con “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Testo di riferimento: U.Bosco e G.Reggio a cura di, La Divina Commedia, Inferno, Purgatorio, Paradiso, Le Monnier, 1993.

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21 pensieri su “La Divina Commedia

  1. cm Autore articolo

    Indicazioni per il lavoro di gruppo della classe 3AL (2015-16) del 25 novembre e 2 dicembre, pubblicazione entro il 2 dicembre.
    Riscrivete le sei parti in cui è stato diviso il canto I dell’Inferno. Inserite in ciascuna parte uno o più versi o gruppi di versi ( minimo 2 max 5) relativi ai simboli che si trovano in ciascuna parte, i versi o gruppi di versi devono essere inseriti nella riscrittura come citazioni tra virgolette. Alla fine di ciascuna parte spiegate il significato dei simboli del I canto dell’Inferno.
    Prima parte vv.1-12: la selva; seconda parte vv.13-30: il colle; terza parte vv.31-60: le tre fiere; quarta parte vv. 61-99: Virgilio; quinta parte vv.100-111: il veltro; sesta parte vv.112-136: il viaggio nell’aldilà.

    Rispondi
  2. Roberta, Greta, Fabiana

    Riscrivete le sei parti in cui è stato diviso il canto I dell’Inferno. Inserite in ciascuna parte uno o più versi o gruppi di versi (minimo due, massimo 5 in ciascuna parte) relativi ai simboli che si trovano in ciascuna parte; i versi o gruppi di versi devono essere inseriti nella riscrittura come citazioni tra virgolette. Alla fine di ciascuna parte, spiegate il significato dei simboli del canto I dell’Inferno.

    vv. 1-12: la selva
    vv. 13-30: il colle
    vv. 31-60: le tre fiere
    vv. 61-99: Virgilio
    vv. 100-111: il veltro
    vv. 112-137: il viaggio nell’aldilà

    SVOLGIMENTO

    A 35 anni, Dante affronta un viaggio mentale verso Dio. Egli si ritrova in una foresta oscura, poiché ha smarrito la retta via. Dante afferma che la selva era così ardua che solo a ripensarci gli trasmette paura.
    “Tant’è amara che poco è più morte;
    ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
    dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
    Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
    tant’era pien di sonno a quel punto
    che la verace via abbandonai.”
    La selva rappresenta la vita piena di peccato, nella quale il poeta si ritrova senza essersene accorto, poiché il suo animo era come intorpidito (“pien di sonno”) dal peccato. Alla “selva oscura” si contrappone la “diritta via”, cioè la felicità a cui Dio ha diretto gli uomini.

    Il poeta, al limite della selva, vede un colle illuminato dal sole. Dante si paragona ad un naufrago: hanno in comune lo stato d’animo dopo essere riusciti a fuggire dal pericolo (Dante dalla selva, il naufrago da una tempesta). Dante guarda la selva alle sue spalle e, dopo essersi riposato, riprende il cammino verso la cima del colle.
    “Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
    là dove terminava quella valle
    che m’avea di paura il cor compunto,
    guardai in alto e vidi le sue spalle
    vestite già de’ raggi del pianeta
    che mena dritto altrui per ogni calle.”
    Il colle rappresenta la felicità terrena a cui ogni uomo tende per natura e alla quale è indirizzato da Dio. Esso è illuminato dai raggi del sole (reso attraverso una perifrasi e simbolo di Dio) che rappresentano la grazia divina. La valle identifica la selva stessa, in cui il poeta ha trascorso tutta la notte, la quale va intesa come la condizione spirituale di Dante che si è allontanato dalla retta via. Perciò la selva e la notte si contrappongono nel significato letterale e in quello metaforico, al colle ed al sole.

    Mentre il poeta inizia la salita del colle gli si presenta davanti una lonza. La mattina dell’equinozio di primavera sembra ridare a Dante la speranza di raggiungere la cima del colle, ma retrocede alla vista di un leone e di una lupa.
    “Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
    una lonza leggera e presta molto,
    che di pel macolato era coverta;
    e non mi si partia dinanzi al volto,
    anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
    ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.”
    “ma non sì che paura non mi desse
    la vista che m’apparve d’un leone.
    Questi parea che contra me venisse
    con la test’alta e con rabbiosa fame,
    sì che parea che l’aere ne tremesse.”
    “Ed una lupa, che di tutte brame
    sembiava carca ne la sua magrezza,
    e molte genti fé già viver grame,
    questa mi porse tanto di gravezza
    con la paura ch’uscia di sua vista,
    ch’io perdei la speranza de l’altezza.”
    Le tre fiere rappresentano tre peccati: la lonza la lussuria, il leone la superbia e la lupa l’avarizia.

    Mentre Dante retrocede verso la selva, vede un uomo e gli chiede aiuto. Questi, rivelandosi per Virgilio, invita il poeta a salire il monte incamminandosi per un’altra via, poiché la lupa uccide chiunque si trovi sulla sua strada.
    “Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
    e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
    nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
    Poeta fui, e cantai di quel giusto
    figliuol d’Anchise che venne di Troia,
    poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.”
    La figura di Virgilio rappresenta la ragione che aiuta Dante a tornare sulla retta via.

    Virgilio continua il suo discorso dicendo che l’opera della lupa continuerà finchè non giungerà un veltro a liberare il mondo dalla sua presenza.
    “Molti son li animali a cui s’ammoglia,
    e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
    verrà, che la farà morir con doglia.”
    Nel significato letterale il veltro è un cane da caccia, ma ha anche un significato simbolico. Scacciando la lupa, la quale rappresenta l’avarizia, il veltro simboleggia un salvatore, che riporterà sulla terra giustizia e pace.

    Virgilio spiega a Dante che l’unica via per la salvezza è il viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, quindi si offre di guidarlo. Continua dicendo che, se vorrà entrare nel Paradiso, egli lascerà che sia un’anima più degna a condurlo, poiché a lui, essendo pagano, Dio non concede di entrare.
    “Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
    che tu mi segui, e io sarò tua guida,
    e trarrotti di qui per loco etterno;”
    “A le quai poi se tu vorrai salire,
    anima fia a ciò più di me degna:
    con lei ti lascerò nel mio partire;”
    Il viaggio (itinerarium mentis ad Deum) è un viaggio religioso che riguarda la mente e l’anima del poeta; esso è il viaggio verso la salvezza.

    Rispondi
  3. Valentina, Greta B, Riccardo B.

    CANTO I INFERNO

    CONSEGNA: Riscriviamo le sei parti in cui è stato diviso il canto I dell’ inferno, inseriamo in ciascuna parte uno o più versi o gruppi di versi (min due, max cinque) relativi ai simboli che si trovano in ciascuna parte; i versi devono essere inseriti nella riscrittura come citazioni tra virgolette. Alla fine di ciascuna parte spiegate il significato dei simboli del primo canto dell’inferno vv 1-12 (la selva) vv 13-30 (il colle) vv 31-60 (le tre fiere) vv 61-99 (virgilio) vv 100-111 (il veltro) vv 112-137 (il viaggio nell’aldilà).

    LA SELVA
    A circa trentacinque anni, Dante si ritrova per una selva oscura e smarrisce la via del bene
    “Nel mezzo del cammin di nostra vita
    mi ritrovai per una selva oscura
    che la dritta via era smarrita”
    Il poeta non riesce a descrivere la foresta poiché al solo pensiero ha paura.
    “Ah quanto a dir qual era è cosa dura
    esta selva selvaggia e aspra e forte
    che nel pensier rinova la paura!”
    La selva= smarrimento, morte, peccato, pericolo
    la dritta via= la via della salvezza e della verità
    il sonno= il sonno della mente/ coscienza/ ragione

    IL COLLE
    Dante una volta arrivato ai piedi del colle, dove terminava la selva che gli aveva turbato il cuore,
    “Ma poi ch’i’ fui al pie d’un colle giunto,
    la dove terminava quella valle
    che m’avea di paura il cor compunto,”
    guarda in alto e vede i pendii alle sue spalle illuminati dai raggi del pianete, il sole, che guida sempre l’uomo per la giusta via.
    “guardai in alto, e vidi le sue spalle
    vestite già de’ raggi del pianeta
    che mena dritto altrui per ogni calle.”
    il colle= speranza di salvezza
    sole che illumina il colle= luce di Dio

    LE TRE FIERE
    All’ inizio della salita del colle, Dante scorge una lonza, una sorta di lince, che è piccola e veloce. Essa resta davanti al poeta senza intenzione di andarsene
    “ed ecco quasi al cominciar de l’erta,
    una lonza leggera e presta molto,
    (…)
    e non mi si partìa dinanzi al volto”
    In seguito il poeta è ancora di più spaventato dalla vista di un secondo animale, un leone. Esso si avvicina al poeta con la testa alta e con una rabbiosa fame, tanto che anche l’aria sembrava tremare.
    “questi parea che contra me venisse
    con la test’alta e con rabbiosa fame,
    si che parea che l’aere ne tremesse.”
    Il terzo animale che vede e che infonde in lui più paura, è una lupa. Essa è molto magra e sembra portare impresso i segni di tutte le sue avidità. L’animale venendogli incontro piano piano, spinge Dante verso la selva.
    “ed una lupa, che di tutte brame
    sembrava carca nella sua magrezza
    (…) con la paura ch’uscìa di sua vista,
    ch’io perdei la speranza dell’altezza.”
    lonza= peccato della lussuria
    leone= peccato della superbia
    lupa= peccato dell’avidità

    VIRGILIO
    Dante, mentre precipita verso il peccato, si trova davanti agli occhi una figura ma non sa se si tratta di un uomo vero o di un’ombra.

    “quando vidi costui nel gran diserto,
    <> gridai a lui,
    <>
    Quest’ultimo si presenta e racconta la sua storia quindi Dante capisce che è il poeta Virgilio.
    “nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi, (…)
    poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d’Anchise. (…)
    <>”
    Virgilio= la ragione (accompagna Dante e lo riporta sulla retta via)

    IL VELTRO
    Dante ancora scosso dalla vista della lupa chiede aiuto a Virgilio, il quale gli rivela che per combattere e vincere la lupa occorre un veltro ossia un cane da caccia ben addestrato e veloce.
    “molti son gli animali a cui s’ammoglia,
    e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
    verrà, che la farà morir con doglia.”
    Il veltro non smetterà la sua ricerca fino a quando non l’avrà trovata e relegata nel posto a cui appartiene ossia l’inferno.
    “questi la caccerà per ogni villa,
    fin che l’avrà rimessa nello ‘nferno
    là onde invidia prima dipartilla”
    il veltro= cane da caccia legato ad una profezia (“verrà un veltro e scaccerà la lupa)

    IL VIAGGIO NELL’ALDILÀ
    Virgilio si offre di fare da guida a Dante nel viaggio nell’aldilà. Prima di intraprenderlo, gli preannuncia cosa troverà.
    “(…) che tu mi segui, e io sarò tua guida,
    e trarrotti di qui per luogo etterno,
    ove udirai disperate strida,
    vedrai li antichi spiriti dolenti (…)”
    il viaggio= viaggio mentale/ immaginario/ dell’anima

    Rispondi
  4. Sara, Chiara, Alessia M.

    LA SELVA:

    Giunto a metà della sua vita “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, Dante si ritrova in una selva buia “mi ritrovai per una selva oscura”, perché ha smarrito la retta via “ché la diritta via era smarrita”.
    Dante dice che ricordare la sua esperienza è cosa difficile e intricata “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte”
    -Elementi allegorici: la selva(vv.2),la via (vv.3),il sonno (vv.11).
    Selva: momento di smarrimento,morte.
    La via: via della verità,della salvezza verso Dio.
    Il sonno: il sonno della mente,della coscenza,della ragione.

    IL COLLE:

    Ma quando Dante giunse ai piedi di un colle, là dove finiva quella valle “ Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, là dove terminava quella valle”,che gli aveva trafitto il cuore di paura,guardò in alto e vide i suoi pendii “che m’avea di paura il cor compunto,guardai in alto e vidi le sue spalle”
    -Elementi allegorici: il colle(vv. 13), la valle (la selva, vv. 14)il sole (pianeta,vv. 17)), la notte (vv. 21).
    Il colle: la speranza di salvezza (orizzonte religioso).
    Il sole: Dio.
    La notte: momento del sonno,smarrimento che contrasta con la luce della ragione.
    La valle: luogo di paura.

    LE TRE FIERE:

    Dante,quasi all’inizio della salita,vide una lonza agile e molto veloce,che era ricoperta di pelo maculato “Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta”.Il secondo animale che Dante incontra è il leone “l’aspetto che mi apparve di un leone”; l’ultimo è invece una lupa magra che non riesce ad affrontare e che lo fa tornare indietro “ Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza […] con la paura ch’ uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza”

    -Elementi allegorici: la lonza,il leone,la lupa.
    Significato 3 fiere: 3 peccati → 1.la lonza: la lussuria.
    2.il leone: la superbia.
    3.la lupa: l’avarizia,la cupidigia.

    VIRGILIO:

    Mentre Dante torna verso la selva oscura vede un’ombra che all’inizio appare come una figura sfocata “Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
    dinanzi a li occhi mi si fu offerto
    chi per lungo silenzio parea fioco”. Quest’ombra la identifica in Virgilio e lo implora di aiutarlo
    “Quando vidi costui nel gran diserto,
    «Miserere di me», gridai a lui,
    «qual che tu sii, od ombra od omo certo!»”.
    -Elementi allegorici: Virgilio= simbolo della ragione.

    IL VELTRO:

    Virgilio non affronta direttamente la lupa;ma rimanda comunque a un futuro in cui la bestia troverà il vendicatore,che ne farà giustizia: un veltro, ovvero un cane da caccia, che la farà morire dolorosamente.

    “Molti son li animali a cui s’ammoglia,
    e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
    verrà, che la farà morir con doglia.”

    -Elementi allegorici: il Veltro= simbolo di profezia, salvatore ( secondo Dante scaccerà la lupa ).

    IL VIAGGIO NELL’ALDILA:

    L’altro viaggio prospettato da Virgilio è dunque una diversa maniera di aggirare la lupa,ovvero di compiere un processo di conversione che sarà riflessione non soltanto sul proprio male individuale ma sul male del mondo

    “Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
    che tu mi segui, e io sarò tua guida,
    e trarrotti di qui per loco etterno;”.

    -Elementi allegorici: Il viaggio= viaggio verso la salvezza attraverso la conoscenza,viaggio che compie Dante ma che riguarda tutti gli uomini.

    Rispondi
    1. cm Autore articolo

      Bene, c’è più di una osservazione interessante, attenzione però ai tempi verbali, se si usa all’inizio il presente è bene continuare con lo stesso verbo, meritate due :) :)

      Rispondi
  5. Riccardo Cugnach e Yanira De Mori

    CANTO I INFERNO
    LA SELVA (vv.1-12)

    Dante a metà della sua vita si trovò in una selva oscura, poiché aveva perduto la giusta via. Gli veniva difficile descrivere “esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura!”.
    Era così terribile che a confronto la morte gli sembrava solo poco più terribile; ma per parlare del bene che vi trovò, Dante raccontò le altre cose che vide.
    Egli no sa dire con precisione come vi entrò, “tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai”.

    IL COLLE (vv.13-30)

    Dante dopo che arrivò ai piedi di un colle, là dove finiva quella valle che gli aveva tanto angosciato il cuore di paura, “guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle”.
    La paura fu acquietata, la quale nel cuore gli era rimasta e passò la notte con molta angoscia errando per la selva. Come un naufrago appena uscito dal mare con un respiro affannoso si volge a guardare l’acqua piena di pericoli, così fece Dante ancora teso, “si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva”.
    Dopo che ebbe riposato, riprese il cammino per la strada deserta mettendo a stendo e con poca sicurezza un piede davanti all’altro.

    LE TRE FIERE (vv.31-60)

    All’improvviso apparve all’inizo della salita del monte una lonza leggera, snella e agile, che aveva il pelo coperto di macchie; non lo affrontò pero più volte glì ostacolò il cammino e Dante fu costretto a tornare più volte indietro.
    Era il principio del mattino, “e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse di prima quelle cose belle”; il mattino e la primavera gli facevano sperare di sfuggire alla bestia dalla pelle maculata ; ma non abbastanza da far sparire la paura alla vista del leone. Quest’ultima bestia sembrava gli venisse incontro con superbia e con molta fame al punto che faceva impallidire anche l’aria.
    Apparve anche una lupa molto magra che sembrava piena di ogni desiderio, a Dante fece venire angoscia e questa paura gli fece perdere la speranza di raggiungere la cima del monte. La belva andandogli incontro lo spingeva a poco a poco verso la selva oscura.

    VIRGILIO (vv.61-99)

    Mentre Dante retrocedeva verso la selva, vide una figura umana e rivolgendosi a quella gli chiese aiuto, anche se non distingueva se era un’ombra oppure un uomo vivo. “ , gridai a lui, . Rispuosemi: < Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui.”

    Rispondi
    1. cm Autore articolo

      Interessante la cura che avete dedicato alla comprensione di alcuni passaggi, mi piace in particolare l’attenzione ad alcuni versi scelti in modo personale. La consegna non è del tutto rispettata, la prossima volta più attenzione a svolgere il compito secondo le indicazioni, per adesso avete guadagnato due :) :)

      Rispondi
  6. Camilla e Matilde

    LA SELVA:
    Dante a metà del cammino della sua vita (35 anni) si ritrova in una selva oscura, la quale ha un aspetto orribile che lo spaventa molto al solo pensarvi. Il poeta non si accorge di esservi entrato perché il suo animo era assonnato.
    “Io non so ben ridir com’i v’intrai,
    tant’era pien di sonno a quel punto
    che la verace via abbandonai.”
    Simboli: La selva rappresenta il labirinto del peccato
    La via è la felicità terrena che si contrappone alla selva
    Il sonno è lo stordimento (figura tipica del peccato nella Bibbia)

    IL COLLE:
    Dante, giunto al limite della selva, vede un colle la cui cima è illuminata dai raggi del sole e si sente come il naufrago che, una volta uscito dalle pericolose acque, è sollevato perché è riuscito a salvarsi.
    “Allor fu la paura un poco queta,
    che nel lago del cor m’era durata
    la notte ch’i’passai con tanta pieta.”
    Il poeta tende lo sguardo verso la selva che si trova dietro di sé e dopo un breve riposo riprende il cammino verso l’erta del colle.
    Simboli: il colle rappresenta la salvezza e il sole rappresenta Dio che è portatore della salvezza

    LE TRE FIERE:
    Mentre Dante sta salendo il colle, gli appare improvvisamente una lonza che lo spinge più volte a tornare indietro. All’inizio l’ora del mattino e la stagione mite gli danno speranza di poterne avere ragione, ma subito dopo compare un leone, che gli viene incontro con fame rabbiosa e per finire lo raggiunge una lupa.
    “Ed una lupa, che di tutte brame
    sembiava carca ne la sua magrezza,
    e molte genti fé già viver grame,
    questa mi porse tanto di gravezza
    con la paura ch’uscia di sua vista,
    ch’io perdei la speranza de l’altezza.”
    Quest’ultima incute molta paura in Dante, che perde ogni conforto e lentamente scende verso il basso, nella zona non illuminata dal sole.
    Simboli: la lupa rappresenta l’avarizia
    Il leone rappresenta la superbia
    La lonza rappresenta la lussuria

    VIRGILIO:
    Mentre Dante sta tornando verso la selva, intravede uno sconosciuto. Intimorito, supplica lo sconosciuto di avere pietà di lui e gli chiede se sia un uomo in carne ed ossa oppure l’anima di un defunto.
    “Quando vidi costui nel gran diserto,
    ‘Miserere di me’, gridai a lui,
    ‘qual che tu sii, od ombra od omo certo’!”.
    L’altro risponde di non essere più un uomo in vita, ma di avere avuto i genitori lombardi e di essere originario di Mantova. Si presenta come Virgilio. Dante dice a Virgilio di essersi sempre ispirato a lui in tutte le sue opere e per questo lo ammira. Infine gli chiede aiuto per superare la lupa, animale ritenuto da Dante molto pericoloso, che gli blocca la strada.
    Simboli: Virgilio ha il compito di salvare Dante e di riportarlo sulla retta via (simbolo della ragione)

    VELTRO:
    Virgilio riprende la parola spiegando a Dante che, se vuole salvarsi la vita, dovrà intraprendere un altro viaggio e annuncia poi la venuta di un «veltro», un cane da caccia che ucciderà la lupa e la ricaccerà nell’Inferno da dove è uscita.
    “Molti son li animali a cui s’ammoglia,
    e più saranno ancora, infin che ’l veltro
    verrà, che la farà morir con doglia.”
    Simboli: il veltro rappresenta il salvatore che scaccerà la lupa

    VIAGGIO NELL’ALDILA’:
    Virgilio conclude dicendo a Dante che dovrà seguirlo in un viaggio che lo condurrà nei tre regni dell’Oltretomba: dapprima lo condurrà attraverso l’Inferno, dove sentirà le grida disperate dei dannati.
    “ Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
    che tu mi segui, e io sarò tua guida,
    e trarrotti di qui per loco etterno;
    ove udirai le disperate strida,
    vedrai li antichi spiriti dolenti,
    ch’a la seconda morte ciascun grida”.
    Lo guiderà poi nel Purgatorio, dove vedrà i penitenti che sono contenti di espiare le loro colpe per essere ammessi in Paradiso. Qui, però, non sarà Virgilio a fargli da guida: egli non ha creduto nel Cristianesimo, quindi Dio non può ammetterlo nel regno dei Cieli. Sarà un’altra anima, più degna di lui, a guidare Dante in Paradiso. Dante risponde a Virgilio pregandolo di fargli da guida in questo viaggio, poiché è ansioso di vedere la porta di san Pietro e le pene dei dannati.
    Simboli: il viaggio rappresenta un viaggio di salvezza e di conoscenza (Dante arriva alla salvezza conoscendo)

    Rispondi
    1. cm Autore articolo

      il compito è svolto in modo ordinato, ci sono alcune precisazioni presentate bene, attenzione però c’è un errore in umo dei primi simboli, riuscite a correggerlo da sole ? cmq anche per voi ci sono due :) :)

      Rispondi
  7. Giulia g.,Francesca f. e Alessia g.

    Canto I Inferno
    Riscrivete le sei parti in cui è stato diviso il canto I dell’Inferno. Inserite in ciascuna parte uno o più versi o gruppi di versi ( minimo 2 max 5) relativi ai simboli che si trovano in ciascuna parte, i versi o gruppi di versi devono essere inseriti nella riscrittura come citazioni tra virgolette. Alla fine di ciascuna parte spiegate il significato dei simboli del I canto dell’Inferno.
    Prima parte vv.1-12: la selva; seconda parte vv.13-30: il colle; terza parte vv.31-60: le tre fiere; quarta parte vv. 61-99: Virgilio; quinta parte vv.100-111: il veltro; sesta parte vv.112-136: il viaggio nell’aldilà.

    LA SELVA:
    Dante verso l’età di 35 anni “nel mezzo del cammin di nostra vita” attraversa un periodo di smarrimento“mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita.”Questo periodo è difficile e penoso da descrivere e al solo pensarci gli reca paura “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura!”.
    Simboli: la selva=>è lo smarrimento
    la via =>la strada buona della rettitudine
    e il sonno=>stato di inconsapevolezza
    IL COLLE:
    Quando Dante riesce a superare la selva oscura del peccato(e quindi il periodo di smarrimento) arriva ai piedi del colle illuminato dalla luce di Dio(felicità) “ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,là dove terminava quella valle”e mi aveva trafitto il cuore con la paura “che m’avea di paura il cor compunto”
    Simboli:il colle=>speranza di salvezza
    il sole=>Dio(speranza di salvezza)
    la notte=>il tempo del traviamento descritto passato nel sonno e nell’oscurità della selva
    LE TRE FIERE:
    Quando Dante inizia la salita “quasi al cominciar de l’erta” un felino di pelo maculato,la lonza, leggera e svelta “una lonza leggera e presta molto,che di pel macolato era coverta”appare dinnanzi a lui “e non mi si partia dinanzi al volto”e gli impediva di proseguire “anzi ‘mpediva tanto il mio cammino”
    Simboli:la lonza,il leone e la lupa=>tre peccati
    la lonza=>la lussuria
    il leone=>la superbia
    la lupa=>l’avarizia,avidità
    VIRGILIO
    Quando tutto sembrava perduto Dante non si ritrova più solo perchè qualcuno lo aiuta “mentre ch’i’ rovinava in basso loco”.Davanti ai suoi occhi compare un personaggio che taceva per molti anni e perciò senza più voce “dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco”.
    Simboli:Virgilio=>ragione per Dante,ha il compito di portarlo sulla retta via
    VELTRO
    Molti sono gli uomini a cui questo vizio si unisce “molti son gli animali a cui s’ammoglia” e molti saranno ancora a meno che il veltro(cane da caccia) mandato da Dio aiuti Dante a scacciare la lupa facendola morire con dolore “e più saranno ancora, infin che ‘l veltro verrà,vhe la farà morir con doglia”
    Simboli:il veltro=>un salvatore,personaggio provvidenziale inviato da Dio a ristabilire l’ordine nel mondo(forse si riferisce ad un imperatore)
    IL VIAGGIO
    Virgilio si rivolge con linguaggio sommesso a Dante indicandogli la via giusta da seguire in modo giudizioso per il bene del poeta “ond’io per lo tuo me’ penso e discerno”Vigilio gli farà da guida e lo porterà in salvo attraverso un’altra strada non terrena che è l’Inferno “che tu mi segui,e io sarò tua guida,e trarrotti di qui per loco eterno;”
    Simboli:il viaggio=>rappresanta un viaggio nell’Aldilà,viaggio della mente verso Dio che conduce alla salvezza. Serve per la conoscenza di se stesso

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    1. cm Autore articolo

      bene i simboli e la riscrittura dei passaggi fondamentali, da migliorare le citazioni dei versi e attenzione agli errori di battitura ricordate di eseguire il controllo ortografico prima di inviare il commento, avete meritato due :) :)

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  8. Paola Zampar, Davide Zibra

    Parti: vv.1-12 LA SELVA vv.13-30 IL COLLE vv.31-60 LE TRE FIERE vv. 61-99 VIRGILIO vv. 100-111 IL VELTRO vv.112-137 IL VIAGGIO NELL’ALDILA’

    LA SELVA

    Dante attraversa a 35 anni una fase di smarrimento, dove si ritrova in una selva che rappresenta l’immagine del male e dell’errore
    “Nel mezzo di cammin di nostra vita
    mi ritrovai per una selva oscura”
    E’ così turbato che gli pare che la via che porta a Dio sia perduta
    “che la diritta via era smarrita.”

    IL COLLE

    Dante raggiunge un colle che si contrappone alla valle(selva) che gli ha lasciato un sentimento doloroso di paura.
    “ma poi ch’i fui al piè d’un colle giunto,
    là dove terminava quella valle,
    che m’avea di paura il cor compunto”
    Dante guarda in alto e vede quel colle colpito dai raggi del sole
    “guardai in alto e vidi le sue spalle
    vestite già de’ raggi del pianeta.”

    Il colle rappresenta la via della virtù, illuminata dalla luce di Dio che si contrappone alla valle(selva) oscura del peccato. La selva, il colle e il sole rappresentano i tre regni che Dante visiterà nel suo viaggio. La selva sarebbe l’Inferno, il colle il Purgatorio e il sole il Paradiso.

    LE TRE FIERE

    Dante sta per salire il colle quando si imbatte con una lonza
    “ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
    una lonza leggera e presta molto,
    che di pel macolato era coverta.”
    La fiera impedisce a Dante il cammino verso la salvezza così tanto che ha la tentazione di ritornare sui suoi passi
    “E non mi si partia dinanzi al volto,
    anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
    ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.”

    l’erta rappresenta la salita del colle, la lonza rappresenta la lussuria che secondo Dante è un peccato minore. Nel seguito compaiono anche il leone, simbolo della superbia, e la lupa, simbolo dell’avidità che per Dante è il peccato maggiore.

    VIRGILIO

    Dante incontra Virgilio, la prima voce umana che parla al poeta, e gli chiede pietà
    “quando vidi costui nel gran diserto
    “miserere di me”, gridai a lui,
    “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”

    Virgilio rappresenta nella commedia la luce della ragione umana, che ha il compito di guidare gli uomini al bene. Con la sua voce Virgilio interrompe il sogno di Dante e cerca di riportarlo sulla retta via.

    IL VELTRO

    Secondo Dante il veltro che ha incontrato lo aiuterà a scacciare la lupa e a riportarla all’inferno, luogo da cui è arrivata.
    “questi la caccerà per ogne villa,
    fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
    là onde ‘nvidia prima dipartilla”

    Il veltro, cane da caccia, rappresenta un personaggio inviato da Dio per ristabilire l’ordine del mondo. Dante annunzia profeticamente la sua venuta anche in altre parti del poema.

    ILVIAGGIO NELL’ALDILA’

    Virgilio parla a Dante del viaggio che dovrà affrontare, proponendosi come guida.
    “Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
    che tu mi segui, e io sarò tua guida,
    e trarrotti di qui per loco etterno;
    dove udirai le disperate strida,
    vedrai òi antichi spiriti dolenti,
    che la seconda morte ciascun grida;”

    Questo viaggio è l’unico modo per Dante di salvarsi e di imparare a conoscere se stesso, anche imparando a conoscere le persone che lo circondano.Il viaggio sarà un viaggio mentale, poiché l’anima è destinata ad andare nell’aldila’

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    1. cm Autore articolo

      bene, sintentico e preciso soprattutto nella spiegazione dei simboli che mi piace perché accurata e approfondita, avete meritato tre :) :) :)

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  9. Lucrezia, Martina, Beatrice

    Riscrivete le sei parti in cui è stato diviso il primo canto dell’inferno. Inserite in ciascuna parte uno o più versi o gruppi di versi(minimo 2 massimo 5 in ciascuna parte) relativi ai simboli che si trovano in ciascuna parte; I versi o gruppi di versi devono essere inseriti nella riscrittura come citazioni tra virgolette. Alla fine di ciascuna parte spiegare il significato dei simboli del primo canto dell’inferno.

    CANTO I INFERNO
    LA SELVA(vv.1-12)
    Dante che si immagina la vita umana come un viaggio racconta che a metà di questo si accorse di essere dentro un’orrida e fitta selva. Egli la descrive come un luogo penoso che provoca sconforto: “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
    esta selva selvaggia e aspra e forte
    che nel pensier rinnova la paura!
    Tant’è amara che poco è più morte.”
    Nonostante sia intricata e selvaggia,Dante,essendovi entrato senza sapere come in un momento di sonnolenza grave, riesce a trovare in essa del bene.
    SIMBOLI:
    Nel mezzo: 35 anni
    Selva: immagine antica del male e dell’errore
    Sonno: simbolo del peccato
    Via: percorso della virtù e del vero

    IL COLLE(vv. 13-30)
    Spaventato di trovarsi in un luogo così terribile Dante si sforza di uscirne. Giunge così ai piedi di un colle:
    “Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
    là dove terminava quella valle
    che m’avea di paura il cor compunto.”
    Leva gli occhi in alto e vedendo la parte superiore di quello,illuminata dai raggi del sole, si conforta e tenta di salire in cima ad esso:
    “Allor fu la paura un poco queta,
    che nel lago del cor m’era durata
    la notte ch’i’ passai con tanta pieta.”
    A questo punto Dante si paragona ad un naufrago in quanto entrambi condividono l’essere sfuggiti ad un pericolo. Egli infatti si allontana dalla selva riprendendo la strada verso un terreno pianeggiante.
    SIMBOLI:
    Colle: monte del Signore, opposto della selva
    Valle: la selva oscura
    Pianeta: sole che raffigura Dio il quale illumina e assiste chi vive virtuosamente
    Notte: traviamento passato nel sonno e nell’oscurità del peccato e dell’ignoranza

    LE TRE FIERE (vv. 31-60)
    Dante intento a salire il colle è ostacolato da tre fiere: “una lonza leggera e presta molto”, un leone, “ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza” tanto da fargli più volte considerare l’ipotesi di tornare indietro.
    SIMBOLI:
    Lonza: lussuria, desiderio carnale
    Leone: superbia
    Lupa: avarizia (avidità), cupidigia

    VIRGILIO (vv. 61-99)
    Mentre retrocede verso la selva Dante vede una figura umana e lì per lì non capisce se sia uomo vivo o un’ombra. Lo sconosciuto inizia a parlare di sé e quando dice:
    “Poeta fui, e cantai di quel giusto
    figliuol d’Anchise che venne di Troia,
    poi che ‘l superbo Ilion fu combusto.”
    il poeta capisce che si tratta di Virgilio e ne invoca l’aiuto. Quest’ultimo lo esorta a scegliere un’altra via se si vuol salvare. Egli dunque libera Dante dalla selva oscura e lo guida sino al Paradiso terrestre.
    SIMBOLI:
    Virgilio: autorità imperiale a cui incombe il compito di guidare il genere umano alla felicità temporale (da “Testo critico Divina Commedia”) nonchè simbolo della ragione e della filosofia.
    Noia: pena, tormento
    Bestia: lupa (toglie ogni speranza di salire sul colle a Dante)

    IL VELTRO (vv 100-111)
    La lupa continuerà in terra la sua opera sempre più dannosa, “infin che ‘l veltro verrà”. Si dice infatti che un veltro ricaccerà nell’inferno la bestia e libererà la povera Italia.
    SIMBOLI:
    Lupa: impedimento del raggiungimento della felicità.
    Veltro: cane da caccia abile e velocissimo

    VIAGGIO NELL’ALDILA’ (vv. 112-136)
    Dopo aver detto a Dante che la via sulla quale si era messo non è quella corretta, Virgilio gli dichiara che la via per la salvezza è passare per l’inferno e per il purgatorio e gli si offre da guida. Se poi vorrà salire in Paradiso un’anima beata (Beatrice) ve lo guiderà.
    “Con lei ti lascerò nel mio partire;
    ché quello imperador che là su regna,
    perch’ i’ fu’ ribellante alla sua legge,
    non vuol che’ n sua città per me si vegna.”
    Dante risponde professandosi pronto al grande viaggio e si lusinga di poter raggiungere la felicità terrena e la beatitudine terrestre.
    SIMBOLI:
    Luogo etterno: inferno che dura in eterno
    Seconda morte: dannazione
    Anima: Beatrice
    Porta di San Pietro: ingresso del purgatorio.

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  10. Deborah, Francesca P, Beatrice M

    LA SELVA
    Nella prima parte, Dante, arrivato all’età di trentacinque anni, intraprende un viaggio simbolico all’inizio del quale, dopo aver perso la retta via (via verso la salvezza, quindi verso Dio), si ritrova in una selva oscura (simbolo di pericolo, morte, peccato)
    “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la dritta via era smarrita.”
    L’aspetto della selva lo spaventa; Dante non si accorge di esservi entrato perché era assonnato (sonno della ragione, coscienza, mente; libero arbitrio)
    “ Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai .”

    IL COLLE
    Nella seconda parte, Dante esce dalla selva e scorge un colle, la cui cima è illuminata dal sole (simboli di speranza di salvezza, orizzonte religioso)
    “ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto (…) guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.”
    Mentre si guarda indietro e vede la selva dalla quale è uscito, si sente sollevato, come un naufrago che è riuscito a sfuggire a una tempesta. Dopo essersi riposato, riprende il suo cammino.

    LE TRE FIERE
    Nella terza parte, durante la sua salita verso la cima del colle, Dante incontra tre belve (simboli di tre peccati provocati, secondo Dante, dal ”malfunzionamento” della ragione): una lonza, simbolo di lussuria, poi un leone, che simboleggia la superbia, e infine una lupa magra e affamata, simbolo di avarizia, che muovendosi contro il poeta lo spinge a tornare nella selva.
    “ ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza.”

    VIRGILIO
    Nella quarta parte, mentre Dante retrocede verso la selva, vede una figura umana e le chiede aiuto.
    “ quando vidi costui nel gran diserto, “miserere di me” gridai a lui, “quel che tu sii, od ombra od omo certo!””.
    La figura si rivela essere Virgilio ed esorta Dante a proseguire il cammino (il poeta è il simbolo della ragione e ha il compito di prendere Dante e riportarlo sulla retta via). Quest’ultimo risponde lodando il poeta, dichiarandosi suo discepolo e successivamente lo prega di aiutarlo e liberarlo dal pericolo della lupa. Virgilio accetta e lo esorta a percorrere una via diversa per sfuggire al pericolo.

    IL VELTRO
    Nella quinta parte, Virgilio spiega a Dante che la belva può essere sconfitta solamente dal veltro (simbolo di salvezza).
    “molti son li animali a cui s’ammoglia, e più saranno ancora, infin che ‘l veltro verrà, che la farà morir con doglia.”

    IL VIAGGIO NELL’ALDILA’
    Nella sesta e ultima parte, Virgilio prepara Dante al viaggio e gli anticipa quello che troverà: spiriti che imprecano contro la dannazione finale (di anima e corpo) e anime che si trovano nel Purgatorio, felici di espiare le loro colpe in attesa della salvezza. Virgilio accompagnerà Dante fino al Purgatorio ma non potrà accompagnarlo nel Paradiso, poiché in vita non ha avuto fede in Dio.
    “ché quello imperador che là su’ regna, perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge, non vuol che ‘n sua città per me si vegna.”
    Dice perciò che sarà accompagnato da un’anima più degna della sua (che si rivelerà essere Beatrice).
    Detto questo, Virgilio e Dante iniziano il loro viaggio nell’Aldilà, che condurrà quest’ultimo alla salvezza, attraverso un viaggio di conoscenza.

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  11. giulia gaia samuele

    LA SELVA
    All’età di trentacinque anni, Dante si trovò nel mezzo di un bosco buio, poiché aveva perso la retta via.
    “Nel mezzo del cammin di nostra vita
    mi ritrovai per una selva oscura,
    ché la dritta via era smarrita.”
    Non era in grado di descrivere quant’era selvaggio, inospitale e intricato quel bosco, il cui ricordo gli faceva rivivere la paura.
    Per Dante la selva era tanto amara che la morte gli sembrava solo poco peggiore.
    “Tant’è amara che poco è più morte(…)”;
    Tuttavia il poeta trovò in quel posto anche del bene
    “(…)ma per trattar del bene ch’i’ vi trovai,
    dirò del’altre cose ch’i’v’ho scorte.”
    L’autore disse di non sapere esattamente come era entrato in questa selva a causa del troppo sonno che aveva nel momento in cui abbandonò la strada giusta.

    La selva è l’emblema della vita ingiusta e del disorientamento morale e spirituale che essa provoca.
    Il sonno è l’offuscamento spirituale dell’uomo.
    La via è il percorso corretto che l’uomo dovrebbe percorrere.

    IL COLLE
    Dante giunse ai piedi di un colle, dove terminava la valle che gli aveva trafitto il cuore di paura. Guardò in alto e vide i pendii del colle illuminati dai raggi del sole, la stella che conduce tutti sulla retta via.
    Allora, la paura che gli era rimasta dentro al cuore per tutta la notte travagliata, si placò leggermente.
    Si sentì come un naufrago che, col respiro affannoso, uscito dal mare e giunto alla riva, si voltò a guardare le onde che avevano messo in pericolo la sua vita;
    “E come quei che con lena affannata,
    uscito fuor del pelago a la riva,
    si volge a l’acqua perigliosa e guata, (…)”
    così anche l’animo di Dante si voltò a osservare il paesaggio che non aveva mai lasciato uscire nessuno vivo.
    “(…) così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
    si volse a retro a rimirar lo passo
    che non lasciò già mai persona viva.”
    Dopo che ebbe riposato, riprese il cammino per il pendio solitario, affinché il piede su cui si appoggiava era sempre il più in basso (iniziava a salire).

    Il colle è la speranza
    il sole è la salvezza, immagine di Dio

    LE TRE FIERE
    All’inizio della salita vera e propria verso il colle a Dante apparve una lonza agile e veloce con il pelo maculato. L’animale non si allontanava dal poeta, anzi, ostacolava il suo cammino inducendolo a tornare indietro
    “ Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
    una lonza leggera e presta molto,
    che di pel macolato era coverta;
    e non mi si partia dinanzi al volto,
    anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
    ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.”
    Era appena sorto il sole quando Dante vide un leone andargli incontro con la testa alta e con una fame rabbiosa. Subito dopo, vide anche una lupa, magra, desiderosa di cibarsi e il cui aspetto sprigionava paura, tanto che provocò nell’autore un tale abbattimento che gli fece perdere la speranza di raggiungere la cima del colle.
    E proprio come accade agli avari, che si rattristano dopo aver perso un bene che avevano piacevolmente acquistato, così anche Dante, a causa della lupa che avanzava verso di lui, fu spinto di nuovo verso la selva, dove non batte il sole.
    “…tal mi fece la bestia senza pace,
    che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
    mi ripigneva là dove ‘l sol tace.”

    La lonza è simbolo di lussuria
    Il leone è simbolo di superbia
    La lupa è simbolo di avarizia
    Questi tre animali rappresentano i tre peccati

    VIRGILIO
    Mentre precipitava verso il basso si parò davanti agli occhi di Dante il poeta Virgilio, che, essendo stato per tanto tempo in silenzio, pareva muto. Quando Dante lo vide in quel posto solitario, lo implorò di avere pietà di lui, sia che fosse un’ombra, sia che fosse un uomo in carne ed ossa. Virgilio rispose che in passato era un uomo con origini lombarde. Nacque sotto Cesare, visse sotto Augusto. Fu un poeta che scrisse le gesta di Enea. Virgilio chiese a Dante perché stesse andando in un posto tanto angoscioso e Dante, con rispetto e reverenza, si stupì di avere di fonte un uomo tanto importante e lo elogia. Dopo gli chiede aiuto a uscire dalla selva oscura e difendersi dalla lupa.

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