Poesie barocche

Pieter Paul Rubens, Venere, particolare

Pieter Paul Rubens, Venere, particolare

Pallidetto mio sole di Giambattista Marino

Pallidetto mio sole
ai tuoi dolci pallori,
perde l’alba vermiglia i suoi colori.

Pallidetta mia morte,
a le tue dolci e pallide viole
la porpora amorosa
perde vinta la rosa.

Oh piaccia a la mia sorte
che dolce teco impallidisca anch’io
pallidetto amor mio!

video: Procol Harum A whiter shade of pale

Bella nuotatrice di Girolamo Fontanella

Lilla vid’io, qual mattutina stella,
spiccando un salto abbandonar la sponda,
e le braccia inarcar agile e snella
con la mano e col pié percuoter l’onda.

La spuma inargentò canuta (1) e bella,
ch’una perla sembrò che vetro asconda,
e disciolta nel crin parea fra quella
nova Aurora a veder, candida e bionda.

L’onda dolce posò, zefiro (2)tacque ;
e dove il nuoto agevolando scorse,
tornar d’argento e di zaffiro l’acque.

A mirarla ogni dea veloce corse,
e fu stupor ch’ove Ciprigna (3) nacque,
un’altra Citerea (4) dapoi ne sorse.

(1) bianca
(2) vento primaverile
(3) Venere detta Ciprigna dall’isola di Cipro dove la dea era venerata in un antico tempio
(4) il poeta chiama la donna  Citerea, appellativo di Venere dall’isola greca di Citera

Beltà Crudele di Giambattista Marino

E labra ha di rubino
ed occhi ha di zaffiro
la bella e cruda (1) donna ond’io sospiro.

Ha d’alabastro fino
la man che volge del tuo carro il freno,
di marmo il seno e di diamante il core.

Qual meraviglia, Amore,
s’a’ tuoi strali, a’ miei pianti ella è sì dura?
Tutta di pietre la formò natura.

(1) crudele

Donna vecchia vestita del colore del mare di Claudio Achillini

Grave quantunque d’anni,
il mio bel sol si veste
di marino color tinta la veste.

Ma tu non t’ammirare
ch’ei ne’ cerulei panni,
in quella età cadente, imiti il mare:
e chi non sa che suole
tuffarsi in mar, quando tramonta, il sole?

Per i pidocchi della sua donna di Anton Maria Narducci

Sembran fere d’avorio in bosco d’oro
le fere erranti onde sì ricca siete;
anzi, gemme son pur, che voi scotete
da l’aureo del bel crin natio tesoro:

o pure, intenti a nobile lavoro
così cangiati gli Amoretti avete,
perché tessano al cor la bella rete
con le auree fila ond’io beato moro.

O fra bei rami d’or volanti Amori,
gemme nate d’un crin fra l’onde aurate,
fere pasciute di nettarei umori;

deh, s’avete desio d’eterni onori,
esser preda talor non isdegnate
di quella preda onde son preda i cori!

In questa poesia i pidocchi della donna, detti “fere erranti”, ovvero bestie che vagano, vengono paragonati a delle gemme d’avorio in un bosco d’oro, che la donna scuote dal tesoro d’oro della sua chioma, o ancora a degli “Amoretti” che tessono la rete d’oro che intrappola il poeta e lo fa morire beato. A loro il poeta rivolge l’invito a “essere preda“, ovvero farsi catturare, dalla “preda”, ovvero dalla donna, della quale i cuori degli uomini sono “preda”, per godere di “eterni onori”.
La triplice similitudine, delle due quartine si duplica nella triplice metafora della preda dell’ultima terzina. Ingegnosità pura, fine a se stessa, intorno a un argomento nuovo, futile, basso: i pidocchi dei capelli della donna. Poesia del barocco leggero e  scherzoso.

Orologio a ruote di Ciro Pers

Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: sempre si more.

Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore (1).

Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’etá vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

(1) la natura malvagia

La tomba di Taide di Paolo Zazzaroni

Taide qui posta fu, la più perfetta
dispensiera de’ gusti al molle amante.
Lettor, s’ardi d’amor, fatti qui inante,
ché stesa in questo letto ella t’aspetta.

Taide è un personaggio storico e letterario. In questo breve madrigale è una “dispensiera de’ gusti al molle amante”, ovvero una amante che accontenta i desideri del suo uomo.
Il poeta invita il lettore che arde d’amore a raggiungerla nel suo letto, ovvero nella tomba dove giace morta. Il breve testo è uno dei tanti memento mori, “ricordati che morirai”, della poesia e arte barocca, che amava molto questo tema.

Cedri fantastici variamente figurati negli orti reggiani di Giacomo Lubrano

Rustiche frenesie, sogni fioriti,
deliri vegetabili odorosi,
capricci dè giardin, Protei frondosi,
e di ameno furor cedri impazziti,

quasi piante di Cadmo armano arditi
a l’Autunno guerrier tornei selvosi,
o di Pomona adulteri giocosi,
fan nascere nel suol mostri mentiti.

Vedi zampe di tigri e ceffi d’orso
e chimere di serpi, e se l’addenti,
quasi ne temi il tocco e fuggi il morso.

Altri in larve di Lemuri frementi
arruffano di corna orrido il dorso,
e fan cibo e diletto anco i spaventi.

Intorno ai cedri impazziti di “furor” il poeta affolla nei quattordici versi del sonetto tredici metafore e similitudini. La natura è uno spettacolo di strabilianti metamorfosi che lo sguardo del poeta registra in una lingua eccitata, traboccante di suoni e riferimenti fantastici. È il barocco visionario e surreale.

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