Ultime lettere di Jacopo Ortis: l’inizio del romanzo

Il romanzo inizia con due lettere datate nell’ottobre del 1797. Nel corso della fulminea campagna d’Italia condotta da Napoleone nel maggio del 1797 la Repubblica di Venezia cade e si istituisce una Municipalità provvisoria che nelle intenzioni dei democratici veneziani avrebbe dovuto “dare un ultimo grado di perfezione al sistema repubblicano che forma da più secoli la gloria di questo paese” (dal Proclama della Municipalità provvisoria di Venezia del 16 maggio 1797). Nei mesi successivi la municipalità cercò di muoversi nell’intricato contesto internazionale per difendere la propria indipendenza; quando si cominciò a capire che Napoleone aveva “ceduto” Venezia e il suo territorio agli Austriaci, si arrivò a prospettare la possibilità della resistenza armata agli Austriaci.  Nei mesi successivi alla firma del trattato  di Campoformio, nell’ottobre del 1797, i Francesi procedevano a saccheggi e devastazioni della città, finché nel gennaio del 1798, tra applausi e grida di “viva l’imperatore, viva Francesco II nostro liberatore” gli austriaci presero possesso di Venezia. Nel giugno del 1797 Foscolo era tornato a Venezia e aveva chiesto l’iscrizione alla Società della Pubblica Istruzione, che si proponeva di “diffondere rapidamente i lumi, mostrare al popolo i suoi veri interessi, dargli i mezzi sicuri per riconoscere i suoi veri amici e smascherare quelli che cercano d’ingannarlo”, lavorando come segretario estensore dei verbali delle sedute della Municipalità. Ben presto di fronte alla situazione ingovernabile  Foscolo assunse via via posizioni rigide ed estreme; un giorno stanco dei compromessi e dei tentennamenti dei municipalisti s’indignò “Una democratica legislazione è quel che serve! E non amplessi fraterni che facilmente smarriscono dalla memoria e dal cuore!”. Le testimonianze  riportano le parole pronunciate  durante una delle sedute della Società contro i nemici della democrazia e del popolo “Noi non faremo cadere molte teste di oligarchi – come diceva il filosofo – per stabilire la democrazia, ma, pensando meglio, torremo loro i denari e lasceremo loro la vita”, altre testimonianze (i resoconti del diplomatico austriaco a Venezia Carl von Humburg) lo descrivono  infuriato  mentre richiama l’assemblea alla  vendetta contro Bonaparte (fonte: Enciclopedia Treccani:  L’ultima fase della Serenissima, La politica: La Municipalità provvisoria di Giovanni Scarabello in Storia di Venezia, 1998, capitolo IV).
Con Ortis Foscolo dà voce allo sdegno e alla disperazione dei patrioti veneziani che videro nell’arco di pochi mesi i loro sforzi di darsi una costituzione democratica fallire.

Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia1. Il mio nome è nella lista di proscrizione2, lo so; ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta3 a chi mi ha tradito4? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho ubbidito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo: quanti sono dunque gli sventurati? E noi, pur troppo, noi stessi Italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’Italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da pochi uomini buoni, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.

 13 ottobre

Ti scongiuro, Lorenzo; non ribattere più. Ho deliberato di non allontanarmi da questi colli. È vero ch’io aveva promesso a mia madre di rifuggirmi in qualche altro paese; ma non mi è bastato il cuore: e mi perdonerà, spero. Merita poi questa vita di essere conservata con la viltà e con l’esilio? Oh quanti de’ nostri concittadini gemeranno pentiti lontani dalle loro case! perchè, e che potremmo aspettarci noi se non se indigenza e disprezzo; o al più, breve e sterile compassione: solo conforto che le nazioni incivilite offrono al profugo straniero? Ma dove cercherò asilo? in Italia? terra prostituita5, premio sempre della vittoria. Potrò io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti, e non piangere d’ira? Devastatori de’ popoli, si servono della libertà come i papi si servivano delle crociate. Ahi! sovente disperando di vendicarmi, mi caccerei un coltello nel cuore per versare tutto il mio sangue fra le ultime strida della mia patria. E questi altri? — hanno comperato la nostra schiavitù, racquistando con l’oro quello che stolidamente e vilmente hanno perduto con le armi. — Davvero ch’io somiglio un di que’ malavventurati che spacciati morti furono sepolti vivi, e che poi rinvenuti, si sono trovati nel sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati del dolce lume della vita, e costretti a morire fra le bestemmie e la fame. E perchè farci vedere e sentire la libertà, e poi ritorcela per sempre? e infamemente!

1 vergogna

2 elenco delle persone condannate

3 mi affidi

4 ai francesi

5 venduta

 

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