I primi testi in volgare e l’inizio della letteratura italiana

Alla fine dell’Impero romano d’Occidente  inizia in Italia e negli altri territori dell’ impero un lento ma inarrestabile processo di trasformazione del latino nei  volgari. Il termine volgare significa popolare e  viene dalla parola latina vulgus  che significa popolo. Il latino parlato dal popolo si trasforma lentamente nelle lingue dette volgari o neolatine o romanze: l’italiano, il francese, lo spagnolo, il catalano, il portoghese, il romeno, e varie lingue minori come il sardo, il friulano, il ladino etc..
Verso la fine di un lungo periodo di trasformazione del latino, che va dal IV-V al X secolo circa,  compaiono i primi testi scritti in volgare; uno dei primi è il giuramento di Strasburgo del 842, un documento stipulato  tra Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, i nipoti di Carlo Magno, per dividersi l’impero.
Tra i più antichi documenti scritti in volgare italiano ci sono l’indovinello veronese dell’inizio del  IX secolo e il placito capuano  del X secolo.

L’indovinello veronese è un breve testo scritto da un amanuense su un codice, un libro manoscritto  in pergamena, della biblioteca capitolare di Verona. La lingua di questo testo è molto simile al latino, ma molte parole sono scritte in modo diverso dal latino, per esempio  i verbi non presentano la terminazione -t della desinenza della terza persona singolare.

Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba
Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus
traduzione: Spingeva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati, e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava
Ti rendiamo grazie, o Dio onnipotente ed eterno.
La risposta all’indovinello è l’amanuense ; i buoi sono le dita della mano, i prati sono il foglio di pergamena, l’aratro la penna, il nero seme l’inchiostro.

Il placito capuano è una sentenza  scritta in latino in cui è inserito il giuramento in volgare pronunciato dai testimoni di una controversia tra il monastero di Montecassino e un proprietario terriero. I testimoni  giurano in volgare perché non conoscono il latino.
Il testo in volgare dice:
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parti sancti benedicti.
So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trentanni le ha avute in possesso la parte (il convento) di San Benedetto

Il volgare di questo testo è molto diverso dal latino, e presenta caratteri tipici dell’area regionale campana e toscana : terre, kelle, la caduta delle consonanti finali. (Stefano Gensini, Elementi di storia linguistica italiana, Minerva Italica, 1983, p.121, in Guglielmino Grosser, Il sistema letterario, Duecento Trecento, Principato, 1987, p.395)

La letteratura italiana ha inizio quando nel XIII secolo cominciano ad essere scritti testi letterari in volgare italiano. In realtà all’epoca non esiste un solo volgare italiano, ma molti volgari, Dante distingue quattordici diverse aree linguistiche  in Italia.  Gli autori delle origini utilizzano il volgare della propria area: l’umbro,  il siciliano, il toscano etc.
Uno dei testi più antichi e noti  è il Cantico di Frate Sole, una preghiera di lode a Dio scritta nel 1224 in umbro da San Francesco d’Assisi.

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