La poesia comica toscana

Con la denominazione di poesia comica, o giocosa, o burlesca, o borghese si indica la poesia di alcuni poeti toscani del Duecento e Trecento.
Tra questi  Cecco Angiolieri e Rustico Filippi, ma anche Guido Cavalcanti e Dante Alighieri scrissero poesie comiche . Nei secoli successivi, Quattrocento e Cinquecento la tradizione comica viene ripresa da altri poeti tra cui Lorenzo de’ Medici, Angelo Poliziano e il Burchiello.
Nei testi comici prevalgono i temi bassi: il cibo, il sesso , il gioco, l’umore nero dei poeti, le battute grevi e i doppi sensi, la presa in giro e il rovesciamento dei temi elevati della poesia seria. Le donne non sono spirituali e silenziose, ma sboccate e maleducate, rispondono per le rime ai loro sprovveduti amanti, oppure, maliziose, invitano il poeta a godere insieme.
La lingua non è quella dolce e piana dello stile alto dello Stilnovo e della lirica amorosa, ma una lingua aspra e dura, che sceglie i termini volgari della lingua parlata. La lirica comica è comunque una poesia erudita, frutto di raffinate tecniche di versificazioni, in cui abbondano le figure retoriche, i giochi di parole, le rime difficili.
La poesia comica ha tra i suoi modelli i canti goliardici del XII secolo.
I goliardi erano giovani ecclesiastici, preti e frati, istruiti e colti, ma poveri ed emarginati, non avevano lavoro né fissa dimora ed erano mal sopportati dalle autorità. Nella seconda metà del sec. XII, nel XIII e buona parte del secolo seguente i goliardi si spostavano tra le città europee, soprattutto in Francia e in Germania, per seguire le lezioni di qualche importante maestro universitario, oppure per tenere le loro lezioni spinti dal bisogno di guadagnare. Erano chiamati anche “clerici vagantes” ovvero chierici girovaghi.
Il termine latino “goliardus” è di incerta etimologia, si può far risalire alla parola “gula”, gola, più il suffisso -hard, con il significato di goloso, incontinente, oppure al nome “Golia” del gigante biblico, che veniva utilizzato con significato dispregiativo per soprannominare uomini ritenuti malvagi e ribelli.
Sono giunte fino ai nostri giorni numerose raccolte di poesie scritte da alcuni di essi. Sono testi in latino medievale, con inserimenti di parole e brani in volgare francese e tedesco, i più antichi seguono la metrica latina quantitativa, in seguito si diffonde l’uso di scandire i versi sul numero delle sillabe, sugli accenti e sulle rime,  e  la recitazione è accompagnata dalla musica. I temi sono vari, ci sono canti religiosi  di tono serio ispirati alla Bibbia e al Vangelo, altri contro le istituzioni ecclesiastiche e l’autorità politica, in cui  predomina il sarcasmo e lo spirito polemico, altri invece cantano la giovinezza e la vita avventurosa, il vino e il gioco, il piacere e l’amore senza impegno.
Le raccolte manoscritte, come i codici Buranus, Harleianus, Arundelianus, sono sparse nelle biblioteche d’Europa, le poesie sono raggruppate per autore, di cui a volte si dà  il nome proprio (Gualtiero di Map, Gualtiero di Châtillon, Serlone di Wilton, il Cancelliere Filippo).
La raccolta più famosa è quella dei Carmina Burana, dal nome dell’abbazia tedesca, Benediktbeuren, dove venne ritrovato il codice manoscritto, ora conservato nella Bibilioteca statale di Monaco di Baviera. Il codice raccoglie testi del XII e XIII secolo scritti in latino e in tedesco, di argomento e carattere vario. Nel 1937 il musicista tedesco Carl Orff ha musicato alcuni dei canti della raccolta nella sua omonima opera Carmina Burana.
(da “Goliardi” di Salvatore Battaglia in Enciclopedia Treccani 1933)

Flash mob Carmina Burana Wien Westbahnhof

Poesie di Cecco Angiolieri, Rustico Filippi, Dante Alighieri, Folgore da San Gimignano (testo e parafrasi)

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