Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso

Alfieri cominciò a scrivere la sua autobiografia nel 1790 a 41 anni. L’autobiografia è un genere letterario che nel Settecento ha particolare successo, tra le più famose si possono ricordare insieme a quella di Alfieri, quelle di Goldoni, Casanova, Rousseau.
L’opera è divisa in due parti: la prima suddivisa in quattro epoche, Puerizia, Adolescenza, Giovinezza e Virilità, va dalla nascita al 1790, la seconda, molto breve, continua la quarta epoca e arriva fino al 1803, l’anno della morte; venne pubblicata postuma nel 1806. La Vita “celebra una faticosa conquista”, come l’autore sia riuscito a divenire da giovane aristocratico dissipato e nullafacente, scrittore e poeta.
Nei primi due brani Alfieri racconta l’ingresso nella Reale Accademia di Torino nel 1758. L’Accademia era un’istituzione scolastica destinata ai nobili italiani ed europei, Alfieri vi trascorse otto anni. Di questo periodo di studi l’autore nella Vita dà un giudizio molto negativo. Uscito dall’Accademia nel 1866 a diciassette anni, Alfieri trascorre i successivi sei anni viaggiando in Italia ed Europa.
I due brani tratti dalla Giovinezza tratteggiano gli anni dal 1772 al 1775. Alfieri è tornato a Torino, ha ventidue anni e conduce la vita di un ricco e annoiato “giovin signore”, le cui principali passioni sono i cavalli e le donne. Nel gennaio del 1774, durante la malattia della sua amante del momento quasi per caso abbozza la sua prima tragedia Cleopatra, da quel momento il “frenetico amore del sapere e del fare” non lo abbandonerà più.

Epoca II Adolescenza
Capitolo I Partenza dalla casa materna, ed ingresso

nell’Accademia di Torino, e descrizione di essa.

(…) In età di nove anni e mezzo io mi ritrovai dunque ad un tratto traspiantato in mezzo a persone sconosciute, allontanato affatto dai parenti, isolato, ed abbandonato per così dire a me stesso; perché quella specie di educazione pubblica (se chiamarla pur vorremo educazione) in nessuna altra cosa fuorché negli studi, e anche Dio sa come, influiva su l’animo di quei giovinetti. Nessuna massima di morale mai, nessun ammaestramento della vita ci veniva dato. E chi ce l’avrebbe dato, se gli educatori stessi non conoscevano il mondo né per teoria né per pratica?
(…)

Capitolo II Primi, studi, pedanteschi, e malfatti.

Io era dunque collocato nel Terzo Appartamento, nella camerata detta di mezzo; affidato alla guardia di quel servitore Andrea, che trovatosi così padrone di me senza avere né la madre, né lo zio, né altro mio parente che lo frenasse, diventò un diavolo scatenato. Costui dunque mi tiranneggiava per tutte le cose domestiche a suo pieno arbitrio. E così l’assistente poi faceva di me, come degli altri tutti, nelle cose dello studio, e della condotta usuale. Il giorno dopo il mio ingresso nell’Accademia, venne da quei professori esaminata la mia capacità negli studi, e fui giudicato per un forte quartano, da poter facilmente in tre mesi di assidua applicazione entrare in terza. Ed in fatti mi vi accinsi di assai buon animo, e conosciuta ivi per la prima volta l’utilissima gara dell’emulazione, a competenza di alcuni altri anche maggiori di me per età, ricevuto poi un nuovo esame nel novembre, fui assunto alla classe di terza. Era il maestro di quella un certo don Degiovanni; prete, di forse minor dottrina del mio buon Ivaldi; e che aveva inoltre assai minore affetto e sollecitudine per i fatti miei, dovendo egli badare alla meglio, e badandovi alla peggio, a quindici, o sedici suoi scolari, che tanti ne avea.
Tirandomi così innanzi in quella scoluccia, asino, fra asini, e sotto un asino, io vi spiegava il Cornelio Nipote, alcune egloghe di Virgilio, e simili; vi si facevano certi temi sguaiati e sciocchissimi; talché in ogni altro collegio di scuole ben dirette, quella sarebbe stata al più più una pessima quarta. Io non era mai l’ultimo fra i compagni; l’emulazione mi spronava finché avessi o superato o agguagliato quel giovine che passava per il primo; ma pervenuto poi io al primato, tosto mi rintiepidiva e cadea nel torpore. Ed era io forse scusabile, in quanto nulla poteva agguagliarsi alla noia e insipidità di così fatti studi. Si traducevano le Vite di Cornelio Nipote, ma nessuno di noi, e forse neppure il maestro, sapeva chi si fossero stati quegli uomini di cui si traducevan le vite, né dove fossero i loro paesi, né in quali tempi, né in quali governi vivessero, né cosa si fosse un governo qualunque. Tutte le idee erano o circoscritte, o false, o confuse; nessuno scopo in chi insegnava; nessunissimo allettamento in chi imparava. Erano insomma dei vergognosissimi perdigiorni; non c’invigilando nessuno; o chi lo faceva, nulla intendendovi. Ed ecco in qual modo si viene a tradire senza rimedio la gioventù.

Epoca III Giovinezza
Capitolo XIII Poco dopo essere rimpatriato, incappo nella terza rete amorosa. Primi tentativi di poesia

Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e più, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire autore. Vegetando io dunque così in questa vita giovenile oziosissima, non avendo mai un istante quasi di mio, né mai aprendo più un libro di sorte nessuna, incappai (come ben dovea essere) di bel nuovo in un tristo amore; dal quale poi dopo infinite angosce, vergogne, e dolori, ne uscii finalmente col vero, fortissimo, e frenetico amore del sapere e del fare, il quale d’allora in poi non mi abbandonò mai più; e che, se non altro, mi ha una volta sottratto dagli orrori della noia, della sazietà, e dell’ozio; e dirò più, dalla disperazione; verso la quale a poco a poco io mi sentiva strascinare talmente, che se non mi fossi ingolfato poi in una continua e caldissima occupazione di mente, non v’era certamente per me nessun altro compenso che mi potesse impedire prima dei trent’anni dall’impazzire o affogarmi.
Questa mia terza ebrezza d’amore fu veramente sconcia, e pur troppo lungamente anche durò. Era la mia nuova fiamma una donna, distinta di nascita, ma di non troppo buon nome nel mondo galante, ed anche attempatetta; cioè maggiore di me di circa nove in dieci anni.  (…)
Non vi fu più per me né divertimenti, né amici; perfino gli adorati cavalli furono da me trascurati. Dalla mattina all’otto fino alle dodici della sera eternamente seco, scontento dell’esserci, e non potendo pure non esserci; bizzarro e tormentosissimo stato, in cui vissi non ostante (o vegetai, per dir meglio) da circa il mezzo dell’anno 1773 sino a tutto il febbraio del ’75; senza contar poi la coda di questa per me fatale e ad un tempo fausta cometa.

Capitolo XIV  Malattia e ravvedimento.

Nel lungo tempo che durò questa pratica, arrabbiando io dalla mattina alla sera, facilmente mi alterai la salute. Ed in fatti nel fine del ’73 ebbi una malattia non lunga, ma fierissima, e straordinaria a segno che i maligni begl’ingegni, di cui Torino non manca, dissero argutamente ch’io l’avea inventata esclusivamente per me. (…) Risorto da quella malattia, ripigliai tristamente le mie catene amorose. (…) Io frattanto strascinava i miei giorni nel serventismo, vergognoso di me stesso, noioso e annoiato, sfuggendo ogni mio conoscente ed amico, sui di cui visi io benissimo leggeva tacitamente scolpita la mia opprobriosa dabenaggine. Avvenne poi nel gennaio del 1774, che quella mia signora si ammalò di un male di cui forse poteva esser io la cagione, benché non intieramente il credessi. E richiedendo il suo male ch’ella stesse in totale riposo e silenzio, fedelmente io le stava a piè del letto seduto per servirla; e ci stava dalla mattina alla sera, senza pure aprir bocca per non le nuocere col farla parlare. In una di queste poco, certo, divertenti sedute, io mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli di carta che mi caddero sotto mano, cominciai cosí a caso, e senza aver piano nessuno, a schiccherare una scena di una non so come chiamarla, se tragedia, o commedia, se d’un sol atto, o di cinque, o di dieci; ma insomma delle parole a guisa di dialogo, e a guisa di versi, tra un Photino, una donna, ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un lunghetto parlare fra codesti due prima nominati. Ed a quella donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenendomene, appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi ch’ella delle tre Parche era l’una. E mi pare, ora esaminandola, tanto più strana quella mia subitanea impresa, quanto da circa sei e più anni io non avea mai più scritto una parola italiana, pochissimo e assai di rado e con lunghissime interruzioni ne avea letto. Eppure così in un subito, né saprei dire né come né perché, mi accinsi a stendere quelle scene in lingua italiana ed in verso. (…) Aggiungerò una particolarità, ed è: che nessun’altra ragione in quel primo istante ch’io cominciai a imbrattar que’ fogli mi indusse a far parlare Cleopatra piuttosto che Berenice, o Zenobia, o qualunque altra regina tragediabile, fuorché l’esser io avvezzo da mesi ed anni a vedere nell’anticamera di quella signora alcuni bellissimi arazzi, che rappresentavano vari fatti di Cleopatra e d’Antonio.

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