La coscienza di Zeno: La salute di Augusta

In questo brano all’inizio del capitolo VI La moglie e l’amante Zeno scopre che Augusta è “la salute personificata”. Per la moglie “tutte le altre cose restavano al loro posto”, gioelli, vestiti, ore del giorno e della notte hanno un loro posto fisso, che non cambia mai. Questa è la salute, la sicurezza dell’immobilità delle cose e del tempo, la certezza di essere al sicuro, protetti da qualche autorità in cielo e sulla terra, il presente come “una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi”. Lo Zeno vecchio racconta dello stupore dello Zeno giovane che nei giorni del viaggio di nozze e qualche settimana dopo il ritorno a casa si crede “avviato alla salute e alla felicità” grazie ad Augusta e al loro amore. Un dubbio si insinua nello Zeno vecchio che ricorda e racconta, a vederla ora quella salute gli sembra malata e bisognosa di cure, anche se con ironia e in forma dubitativa “la linea di demarcazione tra salute e malattia è messa in discussione” (S.Gugliemino, H.Grosser, Il sistema letterario, vol.4, Principato, p.994)

Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano.
Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto.
Di domenica essa andava a Messa ed io ve l’accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l’immagine del dolore e della morte. Per lei non c’era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch’essa sapeva a mente. Niente di piú, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno. C’erano un mondo di autorità anche quaggiú che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando – Dio non voglia – ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell’autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m’avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassú e quaggiú, per lei vi sarebbe stata la salvezza. Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire. Ma vivendole accanto per tanti anni, mai ebbi tale dubbio.

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