Naturalismo e verismo

Il verismo è un movimento letterario italiano della fine dell’Ottocento, i suoi principali esponenti sono Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto e Matilde Serao.
Il loro punto di partenza è il romanzo naturalista francese. Nella seconda metà dell’Ottocento gli scrittori francesi, Emile Zola, Guy de Maupassant, i fratelli Goncourt, mettono a punto un modello di romanzo definito naturalista o sperimentale.
I contenuti
I romanzi naturalisti raccontano storie di povera gente, come la serva Germinie Lacerteux dell’omonimo romanzo dei Goncourt, o i proletari e i minatori dei romanzi di Zola.
Nella prefazione al loro romanzo i Goncourt scrivono “Dobbiamo chiedere scusa al pubblico per questo libro che gli offriamo e avvertirlo di quanto vi troverà. Il pubblico ama i romanzi falsi: questo è un romanzo vero. Ama i romanzi che danno l’illusione di essere introdotti nel gran mondo: questo libro viene dalla strada. (…) Vivendo nel diciannovesimo secolo, in un’epoca di suffragio universale, di democrazia, di liberalismo, ci siamo chiesti se le cosiddette “classi inferiori” non abbiano diritto al Romanzo; se questo mondo sotto un mondo, il popolo, debba restare sotto il peso del “vietato” letterario (…) se, in un paese senza caste senza aristocrazia legale, le miserie degli umili e dei poveri possano parlare all’interesse, all’emozione, alla pietà, tanto quanto le miserie dei grandi e dei ricchi; se, in una parola, le lacrime che si piangono in basso possano far piangere come quelle che si piangono in alto.”
Anche i romanzi e le novelle dei veristi italiani raccontano di gente umile: contadini, pastori, pescatori del Sud Italia o operai e piccoli artigiani delle città del Nord.
Il realismo e l’impersonalità.
Naturalisti e veristi si ispirano al realismo il cui principio fondamentale è l’arte intesa come rispecchiamento della realtà.
Il realismo “si propone come una riproduzione esatta, completa e sincera dell’ambiente sociale, del mondo contemporaneo; questa riproduzione deve essere la più semplice possibile perché ciascuno possa capirla” e produce “un’arte dell’osservazione piuttosto che della fantasia, un’arte che si vanta di osservare la vita così com’è nella sua interezza e complessità, quasi senza pregiudizi da parte dell’artista.”. Non solo gli scrittori si ispirano al realismo ma anche i pittori, Gustave Courbet scrive “Non ho voluto (…) raggiungere l’inutile meta dell’arte per l’arte. No. Essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore ma un uomo; in una parola fare dell’arte viva.”
Per rappresentare il reale naturalisti e veristi utilizzano tecniche narrative nuove. Sull’esempio di Gustave Flaubert i naturalisti francesi e i veristi italiani ricercano il distacco scientifico, l’osservazione attenta e impersonale, l’aderenza della forma alla realtà rappresentata: è la tecnica della cosiddetta impersonalità.
Emile Zola il principale esponente e teorico del naturalismo francese nel saggio Il romanzo sperimentale descrive il romanziere come “un osservatore e uno sperimentatore”, ovvero uno scienziato che ha come oggetto di studio l’uomo, le sue passioni, i suoi pensieri, il romanzo è un laboratorio dove lo scrittore-scienziato realizza i suoi esperimenti. Zola aderisce al determinismo della scienza positivista in base al quale è possibile giungere alla “conoscenza scientifica dell’uomo nella sua azione individuale e sociale”. Nel stesso saggio scrive “Un identico determinismo deve regolare il ciottolo della strada e il cervello dell’uomo. Con le nostre osservazioni e i nostri esperimenti portiamo avanti il lavoro del fisiologo, il quale ha portato avanti quello del fisico e del chimico. In qualche modo facciamo della psicologia scientifica per completare la fisiologia scientifica e non dobbiamo fare altro che utilizzare nei nostri studi sulla natura e sull’uomo lo strumento decisivo del metodo sperimentale. In una parola dobbiamo operare sui caratteri, sulle passioni, sui fatti umani e sociali, come il fisico e il chimico operano sui corpi inanimati e come il fisiologo opera sugli organismi viventi. Il determinismo regola l’intera natura. L’investigazione scientifica , il procedimento sperimentale combattono ad una ad una le congetture degli idealisti e sostituiscono i romanzi di pura immaginazione con i romanzi di osservazione e di esperimento”. Zola assegna al romanziere un compito morale, il romanzo ha una “utilità pratica” perché permetterà “ di controllare il bene e il male, regolare la vita, guidare la società, risolvere alla lunga tutti i problemi del socialismo”.
I veristi italiani non credono al romanzo sperimentale, né alla sua scientificità e utilità, credono invece alle nuove tecniche narrative del romanzo naturalista. In un saggio del 1881 Luigi Capuana, scrittore e teorico del verismo italiano, scrive che la novità del naturalismo non sta “nella pretesa di un romanzo sperimentale, bandiera che Zola inalbera arditamente, a sonori colpi di grancassa, per attirare la folla che altrimenti passerebbe via (…) ma soltanto nella forma (…) nella perfetta impersonalità dell’opera d’arte”.
Anche Verga teorizza l’impersonalità, ovvero la scomparsa dell’autore, e l’ideale del romanzo come opera che “sembrerà essersi fatta da sé”. Nella prefazione a L’amante di Gramigna, una novella del 1880, Verga scrive: “Intanto io credo che il trionfo del romanzo, la più completa e la più umana delle opere d’arte, si raggiungerà allorché l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane; e che l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed essere sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore; che essa non serbi nelle sue forme viventi alcuna impronta della mente in cui germogliò, (…), ed è necessario che sia, palpitante di vita ed immutabile al pari di una statua di bronzo, di cui l’autore abbia avuto il coraggio divino di eclissarsi e sparire nella sua opera immortale.”
Lo stile e il linguaggio impiegati dallo scrittore devono essere aderenti al tema trattato, nella prefazione a I Malavoglia Verga afferma che la forma deve essere “inerente al soggetto”.

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