Vita di Galileo Galilei

testo da Bertolt Brecht, in “Vita di Galileo”, scene 3 e 14, Lune di Galileo Galilei nel “Sidereus Nuncius”, musiche: Claudio Monteverdi, Madrigale; Verdena, 12,5mg in “Wow”

1564-1592: gli studi a Pisa e Firenze
Galileo Galilei nasce a Pisa il 15 febbraio 1564, il padre Vincenzo Galilei è fiorentino, musicista e commerciante, la madre Giulia Ammannati viene da una famiglia originaria di Pistoia.
Nel 1581 Galileo si iscrive all’Università di Pisa come allievo di medicina e  segue i corsi senza interesse. Due anni dopo Galileo comincia a studiare matematica a Firenze con Ostilio Ricci, professore all’Accademia del Disegno a Firenze. Scopre la legge dell’isocronismo delle oscillazioni del pendolo. Nel 1589 ottiene, con un contratto triennale, una cattedra di matematica all’Università di Pisa. Lo studio della matematica comprendeva in quel tempo l’astronomia e la fisica aristotelica. Aristotele era lo scienziato studiato in tutte le università europee e le sue dottrine erano ritenute vere ed infallibili dalla maggior parte degli studiosi del tempo. In verità vi erano alcuni studiosi che sostenevano teorie diverse da quelle degli aristotelici, tra questi il più famoso era Niccolò Copernico. Copernico aveva nel 1543, appena prima della propria morte, fatto pubblicare il De revolutionibus orbium celestium (Delle rivoluzioni delle sfere celesti), in cui esponeva la rappresentazione di un universo eliocentrico. Tra gli astronomi, che diedero credito alla teoria eliocentrica di Copernico, ci fu Galileo Galilei.

1592-1610: l’università di Padova
Nel 1591 muore il padre, Galileo, che è il primogenito, deve assumersi la responsabilità di mantenere la madre e i sei fratelli e sorelle. Alla fine del 1592, grazie all’interessamento del marchese Guidobaldo del Monte, studioso anche lui di matematica, ottiene la cattedra di matematica all’Università di Padova, città della Repubblica di Venezia.
A Padova Galileo rimane per diciotto anni, sono anni che Galileo ricorderà come i più belli della sua vita. L’università è un posto vivo e libero, la Repubblica di Venezia assicura a tutti gli studiosi una grande libertà di pensiero. Negli anni padovani Galileo continua i suoi studi di meccanica e comincia a mettere a punto la formulazione dei principi della dinamica, che esporrà nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, l’ultimo libro scritto dallo scienziato pubblicato a Leida in Olanda nel 1638. Galileo spesso va a Venezia, qui conosce Paolo Sarpi, teologo e studioso di matematica e astronomia, Giovanfrancesco Sagredo, il giovane gentiluomo veneziano, tra i protagonisti del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, e Marina Gamba, la donna con cui ha una lunga relazione amorosa e tre figli, Virginia, Livia e Vincenzo. Lo stipendio di professore universitario non basta a mantenere la famiglia e Galileo è costretto a dare lezioni private ai ricchi giovani, che accorrono dall’Italia e dall’Europa attratti dalla sua fama. Galileo cerca  una nuova sistemazione che gli permetta di risolvere i problemi economici e di dedicarsi completamente ai suoi studi.

1609 -1610: il cannocchiale e il Sidereus Nuncius
Per guadagnare più soldi Galileo fabbrica nella sua officina casalinga apparecchi scientifici, un compasso geometrico-militare; calamite, termometri, che gli fruttano denaro e fama. In questa officina nel 1609 Galileo costruisce il suo famoso cannocchiale. Il 25 agosto del 1609 Galileo presenta la sua invenzione ai rappresentanti del governo veneziano, che apprezzarono moltissimo il cannocchiale di Galileo e gli offrirono la cattedra a vita all’università di Padova, raddoppiandogli lo stipendio da cinquecento a mille fiorini. Galileo sperimenta il cannocchiale “centomila volte in centomila stelle e oggetti diversi” per provare la veridicità dell’apparecchio. Conquistata, faticosamente, la fiducia nel suo apparecchio, Galileo inizia le sue osservazioni celesti, che rende note nel Sidereus Nuncius, Messaggero delle stelle, scritto in latino e pubblicato nel marzo del 1610. In esso Galileo descrive e disegna la luna e la sua superficie, che è simile a quella della terra con valli e monti, spiega che la Via Lattea appare come un mucchio di piccolissime stelle e illustra i quattro satelliti che ruotano intorno a Giove, chiamandoli “pianeti medicei”. Galileo non fu l’inventore del cannocchiale, che era già stato costruito dagli occhialai dei Paesi Bassi e non fu neppure il primo a rivolgerlo verso il cielo, ma fu il primo a rendersi conto dell’importanza delle cose viste in cielo con il cannocchiale: queste confermavano la teoria eliocentrica di Copernico. Non tutti però credevano al cannocchiale e Galileo dovette combattere per dimostrare che lo strumento aumentava la nostra capacità visiva e che le cose che si vedevano erano vere. È questo un importante riconoscimento che dobbiamo a Galileo, egli è il primo a comprendere l’importanza di potenziare e rendere più perfetti i nostri sensi con strumenti tecnici.
Un famoso gesuita, padre Clavio, per conciliare le nuove scoperte di Galileo che mostravano l’irregolarità della superficie lunare con la vecchia teoria aristotelica della perfezione della luna, sostenne che la superficie della luna era ricoperta di una sostanza cristallina trasparente perfettamente liscia. Galileo non si scompose di fronte a questo tentativo maldestro di resuscitare il vecchio aristotelismo e rispose all’insigne gesuita “veramente l’immaginazione è bella …. solo gli manca il non essere né dimostrata né dimostrabile”. Galileo si muove ormai su un piano completamente diverso da quello degli altri studiosi del tempo, è uno scienziato moderno che si fida solo del metodo sperimentale, che abbina la “sensata esperienza” alla “certa dimostrazione”.
Col tempo però anche i più fieri avversari dovettero ammettere il loro errore e convincersi delle scoperte galileiane. Le nuove scoperte suscitarono critiche e diffidenza soprattutto tra gli aristotelici e gli uomini di Chiesa. Questi non potevano accettare il fatto che esse dessero ragione a Copernico e alla concezione eliocentrica dell’universo e dimostrassero la falsità della visione geocentrica, che da secoli era accettata da tutti come vera e che si accordava alla Bibbia. Questo fatto metteva in serio pericolo il potere della Chiesa in un momento storico difficile. La Chiesa era appena uscita dallo scontro con i protestanti e aveva bisogno di riaffermare con forza la sua indiscussa autorità.

1610-1616: l’incarico di primo matematico all’università di Pisa, le lettere copernicane e l’ammonizione del cardinale Bellarmino contro il copernicanesimo
Una copia del Sidereus Nuncius viene inviata, con un cannocchiale “assai buono” al Granduca di Toscana Cosimo II de’ Medici, che nomina Galileo primo matematico dell’università di Pisa, senza obbligo di insegnamento, e filosofo con uno stipendio annuo di mille scudi.
Finalmente può dedicarsi ai suoi studi senza preoccupazioni economiche. E’ anche completamente libero da impegni familiari, Marina Gamba è rimasta a Padova con il figlio più piccolo Vincenzo, le due figlie maggiori, Virginia e Livia, che lo hanno seguito a Firenze, vengono sistemate entrambe in convento ad Arcetri, all’età di dodici e tredici anni; Virginia rimarrà vicina al padre anche dopo la monacazione e lo accudirà negli ultimi anni di vita.
A Firenze Galileo si dedica a studi sul galleggiamento e sulle macchie solari. Nel 1613 pubblica l’Istoria intorno alle macchie solari dove espone le sue osservazioni che costituiscono una nuova valida prova della teoria copernicana. Sono di questo periodo le lettere copernicane, scritte a Benedetto Castelli, 1613, Monsignor Pietro Dini, 1615, e alla Granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, 1615. In queste lettere Galileo prende apertamente posizione nei confronti della teoria copernicana e della Chiesa. A chi affermava che nella Bibbia è detto “Sole, fermati” e di conseguenza che è il sole a muoversi e non la terra, Galileo risponde che la Bibbia non è un testo scientifico e che nella conoscenza della natura solo gli scienziati hanno diritto di parola (lettera a Benedetto Castelli 21 dicembre 1613). Galileo si pone come il creatore di una nuova scienza, e ritiene che la Chiesa non debba opporsi a questa nuova scienza. La Chiesa coglie immediatamente le pericolose implicazioni della posizione di Galileo e proibisce la diffusione del copernicanesimo. Nel 1612 e nel 1614 Galileo viene attaccato per le sue idee da due domenicani, Nicolò Lorini e Tommaso Caccini. A Roma si fronteggiano due fazioni: quella dei reazionari intransigenti e quella dei sostenitori del”apertura della Chiesa alla scienza moderna.
Lo scienziato decide di recarsi a Roma per illustrare ai matematici della curia le ragioni scientifiche della teoria copernicana. Galileo, alcune lettere lo testimoniano, è convinto di riuscire a persuadere gli aristotelici romani, ma la sua impresa fallisce. Nel marzo del 1616 la Congregazione dell’Indice, l’organo del Sant’Uffizio, che aveva il compito di censurare i libri in circolazione, emanava un decreto di “condanna” dei libri di Copernico, e di tutti i libri che insegnavano la dottrina copernicana. Il 26 febbraio del 1616 il cardinale Bellarmino ammonisce Galileo ad astenersi dall’insegnare e fare dimostrazione della dottrina di Copernico. Nel giugno del 1616 Galileo torna a Firenze e si attiene all’ammonizione del Bellarmino.

1624-1632: Dialogo di Galileo Galilei Linceo, dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano
Nel 1624 Galileo si reca a Roma per cercare di ottenere dalla curia pontificia un mutamento della Chiesa nei confronti del copernicanesimo. Il nuovo papa, Urbano VIII, è un papa colto, di idee aperte, Galileo lo incontra più volte e lo trova ben disposto e conciliante. Animato da una incrollabile fiducia, si convince che è possibile riprendere il suo progetto di diffusione del copericanesimo e della nuova scienza, senza che la Chiesa si opponga. Per realizzare questo progetto Galileo scrive il Dialogo sopra i massimi sistemi a cui pensa da lungo tempo e a cui affida l’importante compito di diffondere le nuove idee scientifiche. Galileo è convinto che queste idee debbano essere diffuse e conosciute da molti, perché molti uomini sono necessari al progresso del cammino della scienza, per questo scrive la sua opera in volgare e non in latino. L’opera ha forma di dialogo, gli interlocutori sono: Filippo Salviati, che è copernicano, Simplicio, un aristotelico e Giovanfrancesco Sagredo, uomo di mente aperta e curioso che invita Salviati e Simplicio a chiarire e approfondire le loro posizioni. I protagonisti si ritrovano per quattro giornate nel palazzo di Sagredo a Venezia a discutere amichevolmente sul sistema eliocentrico per trovare gli argomenti a favore e contro di esso. L’opera è pubblicata nel febbraio del 1632 a Firenze presso la tipografia dei Tre pesci di Giovambattista Landini. Presentata con un titolo imparziale e con il proemio e la fine elaborati da un padre domenicano, l’opera è l’esposizione dell’incontrovertibile validità scientifica del sistema copernicano e del metodo messo a punto da Galileo in trent’anni di studi sui fenomeni del cielo e della terra per dimostrarla. L’opera ha successo e molti lettori ammirano la chiarezza delle dimostrazioni scientifiche di Galileo e diventano copernicani. Ma negli ambienti della curia romana il libro di Galileo suscita ben altre reazioni. Il testo viene accusato di copernicanesimo e i più accesi nemici dello scienziato riescono a convincere Urbano VIII che Galileo ha rappresentato nel personaggio di Simplicio, stupido e ottuso aristotelico, il papa stesso. Nell’estate del 1632 da Roma parte l’ordine di fermare e ritirare le copie del Discorso in circolazione.

1633: Roma, l’accusa, il processo, l’abiura e la condanna
A settembre viene comunicato a Galileo l’ordine di trasferirsi a Roma a disposizione del Commissario generale del Santo Uffizio per il mese di ottobre. Galileo rispose accettando l’ordine, ma cercò tramite i potenti amici, su cui credeva di poter contare, di ottenere che l’ordine fosse revocato, non ci riuscì e il 20 gennaio, minacciato di essere incarcerato se non ubbidiva, partì per Roma, dove giunse dopo venticinque giorni di viaggio il 13 febbraio del 1633. Dopo un primo momento di grande sconforto Galileo cerca di convincere le autorità della Chiesa di avere agito in buona fede per far comprendere l’importanza di non ostacolare la nuova scienza. Ma questo era proprio ciò che la Chiesa non era disposta a fare.
Il 12 aprile del 1633 gli viene ordinato di recarsi al Sant’Uffizio. L’accusa contro Galileo è di avere violato il precetto, impartitogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino, di astenersi dall’insegnare e diffondere le teorie copernicane. Galileo subisce tre interrogatori, il 12 aprile, il 30 aprile e il 21 giugno, durante i quali, dopo qualche maldestro tentativo di difendersi, rinnega le proprie idee e e si piega al volere del padre domenicano Vincenzo Maculano, incaricato del processo. Nonostante ciò il 22 giugno del 1633 Galileo è costretto ad abiurare e condannato al carcere, i Discorsi diventano un libro proibito. Il carcere viene presto mutato in confino a Siena, presso l’arcivescovo Ascanio Piccolomini, dove Galileo è accolto con molta benevolenza e trova ammiratori e seguaci.
Il Santo Uffizio decide così di trasferire Galileo ad Arcetri, un luogo veramente isolato, dove Galileo aveva già vissuto in una villa, vicino al convento dove si trovavano le figlie. Galileo ha settant’anni e accoglie con gioia la possibilità di ritornare vicino alla figlia Virginia, suor Maria Celeste. Ma la consolazione di Galileo dura pochissimo perché la figlia si ammala e muore nei primi mesi del 1634.

1634 – 1642: l’ultima opera i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e ai movimenti locali
Nonostante il dolore e le cattive condizioni di salute Galileo seppe ancora una volta trovare in sé la forza per riprendersi. Nel periodo trascorso a Siena, immediatamente dopo la condanna, lo scienziato aveva composto un nuovo trattato, i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e ai movimenti locali, che continuò a revisionare fino al 1638, quando l’opera venne pubblicata a Leida in Olanda per i tipi di Ludovico Elzeviro. In quest’opera, abbandonata la questione copernicana, Galileo rielabora e approfondisce i risultati dei suoi studi ed esperimenti sui corpi e i loro movimenti. L’opera è considerata il capolavoro di Galileo e ha una grande importanza nella storia della scienza. Negli ultimi anni di vita a Galileo, ormai cieco, fu concesso di accogliere presso di sé un giovane studioso; Vincenzo Viviani, con cui Galileo poté continuare a discutere e studiare fino alla fine della sua vita avvenuta la notte dell’8 gennaio 1642. Galileo Galilei è sepolto nella chiesa di Santa Croce a Firenze come ricorda il poeta Ugo Foscolo nel suo carme Dei Sepolcri link: Dei sepolcri di Ugo Foscolo

fonte: Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, Piccola Biblioteca Einaudi Scienza, II edizione 1969

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