La Coscienza di Zeno: prefazione e preambolo

Nella Prefazione il dottor S., che ha avuto in cura Zeno Cosini, afferma di pubblicare per vendetta, le memorie scritte dal paziente su suo suggerimento per prepararsi alla cura. Il dottor S. presenta il testo come un cumulo di verità e bugie, che nascondono un significato diverso da quello letterale. Nel Preambolo Zeno descrive il fallimento  dei tentativi di rievocare la sua infanzia. Rivela di avere acquistato un trattato di psico-analisi e di averlo letto durante l’assenza del dottore, indizio della scarsa fiducia che il paziente nutre nei confronti del proprio medico. Dopo il primo tentativo terminato nel sonno profondo, Zeno, grazie a una matita che ha in mano, riesce a rimanere sveglio e a vedere alcune immagini, una locomotiva che arranca in salita e un neonato, probabilmente un nipote appena nato, destinato senza possibilità di scampo al dolore e alla malattia. Anche questo tentativo è fallito e il proposito viene rimandato al giorno successivo. Fin da questa prima presentazione si rivela l’atteggiamento di ironico distacco con cui il protagonista racconta ciò che gli accade. L’avvertimento del dottor S. sulla mancanza di veridicità del racconto nella Prefazione e l’autoironia del protagonista nel Preambolo  generano fin dall’inizio del romanzo nel lettore il dubbio sull’attendibilità del narratore e del racconto.  

Prefazione
Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul piú bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!… DOTTOR S.

Preambolo
Vedere la mia infanzia? Piú di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli d’ogni genere, vere alte montagne: i miei anni e qualche mia ora.
Il dottore mi raccomandò di non ostinarmi a guardare tanto lontano. Anche le cose recenti sono preziose per essi e sopra tutto le immaginazioni e i sogni della notte prima. Ma un po’ d’ordine pur dovrebb’esserci e per poter cominciare ab ovo , appena abbandonato il dottore che di questi giorni e per lungo tempo lascia Trieste, solo per facilitargli il compito, comperai e lessi un trattato di psico-analisi. Non è difficile d’intenderlo, ma molto noioso.
Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo. S’alza, s’abbassa… ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco che la mia fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.
Ieri avevo tentato il massimo abbandono. L’esperimento finí nel sonno piú profondo e non ne ebbi altro risultato che un grande ristoro e la curiosa sensazione di aver visto durante quel sonno qualche cosa d’importante. Ma era dimenticata, perduta per sempre.
Mercé la matita che ho in mano, resto desto, oggi. Vedo, intravvedo delle immagini bizzarre che non possono avere nessuna relazione col mio passato: una locomotiva che sbuffa su una salita trascinando delle innumerevoli
vetture; chissà donde venga e dove vada e perché sia ora capitata qui!
Nel dormiveglia ricordo che il mio testo asserisce che con questo sistema si può arrivar a ricordare la prima infanzia, quella in fasce. Subito vedo un bambino in fasce, ma perché dovrei essere io quello? Non mi somiglia affatto e credo sia invece quello nato poche settimane or sono a mia cognata e che ci fu fatto vedere quale un miracolo perché ha le mani tanto piccole e gli occhi tanto grandi. Povero bambino! Altro che ricordare la mia infanzia! Io non trovo neppure la via di avvisare te, che vivi ora la tua, dell’importanza di ricordarla a vantaggio della tua intelligenza e della tua salute. Quando arriverai a sapere che sarebbe bene tu sapessi mandare a mente la tua vita, anche quella tanta parte di essa che ti ripugnerà? E intanto, inconscio, vai investigando il tuo piccolo organismo alla ricerca del piacere e le tue scoperte deliziose ti avvieranno al dolore e alla malattia cui sarai spinto anche da coloro che non lo vorrebbero. Come fare? È impossibile tutelare la tua culla. Nel tuo seno – fantolino! – si va facendo una combinazione misteriosa. Ogni minuto che passa vi getta un reagente. Troppe probabilità di malattia vi sono per te, perché non tutti i tuoi minuti possono essere puri. Eppoi – fantolino! – sei consanguineo di persone ch’io conosco. I minuti che passano ora possono anche essere puri, ma, certo, tali non furono tutti i secoli che ti prepararono.
Eccomi ben lontano dalle immagini che precorrono il sonno. Ritenterò domani.

Si può provare a dare un significato alle due immagini che Zeno “vede” nel suo tentativo di seguire le istruzioni dello psicoanalista. L’immagine della locomotiva che arranca su una salita potrebbe essere messa in rapporto con quello che Zeno considera “l’avvenimento più importante della mia vita” la morte del padre. Nel  capitolo La morte di mio padre la malattia e poi la morte del padre è costantemente messa in relazione con il respiro faticoso del padre, è proprio la difficoltà di respirazione del padre morente e i vani tentativi di Zeno di farvi fronte che creano la situazione che farà della morte del padre  “una vera, grande catastrofe”. L’immagine della “locomotiva che sbuffa su una salita”  non sarebbe  un’immagine bizzarra senza alcuna relazione con il passato di Zeno, ma al contrario un’immagine molto significatica dal punto di vista psicoanalitico perché in relazione con l’evento che Zeno considera il più importante della sua vita, la morte del padre. Questo esempio può essere utile per capire in che modo Svevo utilizzi la psicoanalisi per raccontare la storia di Zeno e della sua malattia. Invece l’immagine del neonato che “inconscio” va investigando il suo piccolo corpo “alla ricerca del piacere” per approdare  “al dolore e alla malattia” è un’immagine senza dubbio simbolica che rimanda a uno dei significati principali del romanzo, il “bambino in fasce” è il simbolo dell’uomo destinato fin dalla nascita alla “malattia”. Zeno non attribuisce a nessuna delle due immagini  alcun significato, ed è proprio in questo meccanismo di inconsapevolezza e di incomprensione di ciò che gli accade da parte dell’io narrante che risiede l’artificio di un  romanzo che fin dall’inizio mette in mostra “la sua profonda ambivalenza, la sua disponibilità a molteplici e diverse chiavi di lettura” (Giovanna Benvenuti , La coscienza di Zeno, Principato, p.4 in S. Guglielmino, H. Grosser Il sistema letterario, Principato, vol.4 p.988).

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