Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de’ peccerille di Giambattista Basile

Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de’ peccerille (Il racconto dei racconti ovvero il passatempo dei più piccoli) è una raccolta scritta in napoletano di cinquanta favole di Giovan Battista Basile, pubblicato tra il 1634 e il 1636 dopo la morte dell’autore con il nome di Gian Alesio Abbattutis. L’opera è nota anche con il titolo di Pentamerone, ovvero cinque giorni, in ciascuno dei quali vengono raccontate dieci favole. Nell’introduzione del cunto si racconta di Zoza figlia del re di Vallepelosa, che non rideva mai. Il padre aveva provato tutto per toglierle la malinconia ma senza riuscirci. Un giorno non sapendo che altro tentare il re fece costruire davanti alla porta del palazzo una grande fontana di olio, con l’idea che la figlia avrebbe potuto mettersi a ridere nel vedere la gente che per non ungersi i vestiti avrebbe fatto salti, capriole e scivoloni. Ma niente faceva ridere Zoza che se ne stava tutta rigida e impettita alla finestra senza ridere, finché un giorno arrivò una vecchia a riempire di olio un vasetto e quando un paggio per dispetto le ruppe il vasetto la vecchia si diede a prendere a male parole il giovinetto e quando quello rispose per le rime, la vecchia, persa completamente la pazienza, alzata la gonna fece vedere la “scena boschereccia”. A questo spettacolo Zoza cominciò a ridere e la vecchia sentendosi beffata le scagliò contro una maledizione, non avrebbe mai potuto avere marito se non avesse avuto il principe di Camporotondo. La vecchia raccontò poi a Zoza che il principe di Camporotondo era un giovane bello che per la maledizione di una fata era stato messo dentro una sepoltura e che solo una ragazza capace di riempire una brocca delle proprie lacrime in tre giorni avrebbe resuscitato e preso come marito il principe. Saputo questo Zoza coi denari presi dallo scrigno del padre fuggì dal palazzo e camminò finché giunse al castello di una fata. Questa le diede una noce dicendole di conservarla e di non aprirla se non in un momento di grande necessità. Un’altra fata, sorella della prima, a cui Zoza giunse dopo un altro lungo viaggio le diede una castagna, e un’altra fata, anche lei sorella delle prime due, le diede una nocciola, sempre con la stessa raccomandazione di aprirla solo in caso di estrema necessità. Avute queste tre cose Zoza attraversò paesi, boschi e fiumi e dopo sette anni arrivò a Camporotondo. E fuori della città vide un sepolcro ai piedi di una fontana, prese la brocca che stava appesa lì e cominciò a piangere. Aveva quasi finito di riempire la brocca che si addormentò. Una schiava che andava a prendere l’acqua alla fontana e l’aveva vista, le prese la brocca e la finì di riempire. Il principe si svegliò e presa la schiava la portò a palazzo e la sposò. Quando Zoza si risvegliò capì subito quello che era successo, ma non si rassegnò alla sua sfortuna e prese casa di fronte al palazzo del principe. Un giorno il principe la vide e non poteva smettere di guardarla dalla finestra. Ma la schiava che se ne accorse lo minacciò di uccidere il bambino che aveva in pancia se non la smetteva . Tadeo, così si chiamava il principe, smise per paura di perdere il figlio, e Zoza che non sapeva più che fare si ricordò dei doni delle fate e aprì la noce da cui uscì un pupazzetto che cantava e la schiava che lo vide disse di volerlo e che se se non lo avesse avuto si sarebbe data pugni sulla pancia e avrebbe ammazzato il suo bambino. Il principe subito mandò a chiedere a Zoza di vendergli il bambolotto, Zoza rispose che non lo vendeva ma che glielo avrebbe regalato. E Tadeo accettò l’offerta. Dopo quattro giorni Zoza aprì la castagna e ne uscì una chioccia con dodici pulcini d’oro. La schiava con la stessa minaccia della prima volta vollè anche la chioccia con i pulcini e Tadeo di nuovo mandò a chiedere a Zoza quale fosse il prezzo e Zoza di nuovo disse che gliela regalava. Dopo altri quattro giorni Zoza aprì la nocciola da cui uscì una bambola che filava oro e ancora la schiava la volle e tadeo andò da Zoza per averla e lei gliela diede dopo essersi fatta pregare a lungo per godere della vista del suo signore. Quando la schiava incinta ebbe in braccio la bambola, questa le fece nascere il desiderio di sentire racconti e disse al marito che se non faceva venire gente a raccontare lei avrebbe ucciso il bambino nella sua pancia. Allora il principe ordinò che tutte le femmine del paese venissero a palazzo, e quando si trovarono tutte lì ne scelse dieci, le migliori della città e queste erano Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa lgobba, Antonella bavosa, Ciulla labbrona, Paola strabica, Ciommetella zellosa e Iacova squacquarata. E queste dieci femmine con la schiava a cui mancavano quattro o cinque giorni per partorire si misero nel giardino del palazzo sotto un padiglione ombrosissimo e cominciarono a raccontare ogni giorno un racconto per una come quelli che le vecchie di solito raccontano per passatempo ai più piccoli, perché “Non c’è cosa più desiderabile al mondo che sentire i fatti degli altri”. Nell’ultimo racconto, che è appunto il cunto de li cunti, Zoza racconta la sua storia, Tadeo viene a sapere dell’inganno della schiava, la fa uccidere e sposa Zoza.
link: La Gatta Cenerentola favola sesta della prima giornata

Giambattista Basile nasce a Napoli intorno al 1566. Trascorse una parte della sua giovinezza nell’esercito della Repubblica di Venezia lontano da Napoli, dove fece ritorno nel 1608 circa. Qui lavora presso le piccole corti napoletane come letterato fornendo servizi di vario tipo, organizzazione di feste, di mascherate e di passatempi, oltre che come amministratore e scrivano. Comincia a scrivere e pubblicare poemetti e canzonette. Tra il 1612 e il 1613 si reca a Mantova  dove si trova la sorella Adriana, cantante preso la corte di Vincenzo Gonzaga. Come accademico, è membro dell’Accademia degli Oziosi di Napoli, cura lavori di ricerca filologica sulle rime di letterati del Cinque e Seicento. Rientrato nel Regno di Napoli ricopre incarichi politici e continua a scrivere testi per le corti, testi per musica e per teatro, odi celebrative, passatempi, racconti da conversazione, etc.. La sua opera più nota è la raccolta di cinquanta favole in dialetto napoletano che la sorella Adriana fece pubblicare tra il 1634 e il 1636 dopo la morte avvenuta nel 1632 con il titolo de Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de peccerille.

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