Poesie dal Canzoniere di Francesco Petrarca

+100%-Di seguito sono presentati, accompagnati da parafrasi e/o comprensione, alcuni dei componimenti più famosi del Canzoniere:

I Voi ch’ascoltate

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono  5
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente 10
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno

Comprensione
Il Canzoniere si apre con un sonetto proemiale, nel quale il poeta si rivolge agli ascoltatori-lettori delle sue poesie. A coloro che hanno avuto esperienza di amore, il poeta  rivolge la preghiera di perdonarlo e avere compassione delle sue poesie. Poesie che sono l’eco dell’amore nutrito dal poeta, quando era giovane, per Laura.
Egli sa che per molto tempo è stato oggetto di scherno e derisione a causa del suo amore, ora però il poeta, che si vergogna molto di ciò, ha compreso chiaramente che il suo amore è vano come tutto ciò che è terreno.
Analisi
In questo sonetto Petrarca utilizza il topos della recusatio.
Recusatio significa in latino rifiuto, protesta, ed era una figura retorica utilizzata dai poeti elegiaci latini, Properzio e Ovidio, per rifiutarsi di scrivere testi epici e tragici e dedicarsi invece alle lievi  poesie d’amore. Il poeta dichiara la propria incapacità a scrivere testi più impegnati e importanti e chiede scusa per la propria poesia d’amore, leggera e disimpegnata.
Il sonetto presenta un lungo e complesso periodo iniziale, che occupa le due quartine del sonetto, la frase principale del periodo si trova alla fine della seconda quartina “spero trovar pietà, nonché perdono”; la prima terzina si apre con l’avversativa “Ma” in posizione di rilievo, il periodo delle due terzine si compone di relative e coordinate.
L’allitterazione iniziale del suono S, accompagnata dalle vocali  A e O danno una musicalità intensa ai primi due versi, le parole in rima core , errore  e dolore, amore indicano il tema dominante del testo e della raccolta: il cuore rende l’uomo errante, amore e dolore sono inestricabilmente legati tra loro.

III Era il giorno

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo  5
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core, 10
che di lagrime son fatti uscio et varco:

però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

Comprensione
In questo sonetto il poeta rievoca il primo incontro con Laura,  avvenuto, come dice nel sonetto CCXI, il 6 aprile del 1327, giorno della passione di Cristo.
Il dolore del poeta comincia nel giorno del dolore per la morte di Cristo  “onde i miei guai nel commune dolor s’incominciaro”.
Il poeta utilizza il topos stilnovistico dell’amore che passa attraverso gli occhi “quando i’ fui preso, et non me ne guardai, ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro”, gli occhi della donna legano metaforicamente il poeta, lo fanno prigioniero.
L’amore viene raffigurato secondo l’immagine classica del dio armato di freccia, ma l’immagine guerresca è attribuita anche alla donna, che è armata, il poeta invece presenta sé stesso come disarmato e ferito.
All’inizio del sonetto si ripete la stessa musicalità del sonetto proemiale con le sonore S ripetute e amplificate dalle vocali A e O, a creare un attacco di grande potenza e intensità, in cui domina l’immagine dei raggi del sole nel loro scolorire, tramontare.
Analisi
La figura retorica principale in questo sonetto è la metafora. Il poeta viene preso, catturato dalla donna, gli occhi della donna lo legarono, il poeta è prigioniero della donna.
Due volte si ripete il topos stilnovistico degli occhi come passaggio d’amore
La personificazione di amore che diviene Amore permette di insistere nella metafora dell’amore come scontro armato: Amore è armato, colpisce, ferisce il  poeta con le sue armi tradizionali l’arco e le frecce, saetta; al contrario della donna che è armata e non teme i colpi d’amore il poeta  è disarmato. Al verso 7 troviamo una metonimia “guai” che significa lamenti,  si indica l’effetto: i lamenti, per la causa: il dolore. Completamente nascosta e dissimulata è invece l’antitesi tra i lamenti del poeta e il commune dolore, “I miei guai nel commune dolore” vv. 7-8; i termini sono disposti secondo la figura retorica del parallelismo A (miei: attributo) B (guai: nome) a (commune: attributo) b (dolore: nome), allontanati dall’enjambement, da una parte i lamenti d’amore del poeta per  la donna amata, dall’altra il dolore comune dei cristiani per la passione di Cristo.
E’ questo il tema nuovo della poesia d’amore petrarchesca: l’opposizione tra amore sacro e amore profano, che viene consapevolmente inserito nella tradizionale trama metaforica dell’amore guerriero e dei topoi stilnovistici.

XI Lassare il velo o per sole

Lassare il velo o per sole o per ombra,
donna, non vi vid’io
poi che in me conosceste il gran desio
ch’ogni altra voglia d’entr’al cor mi sgombra.

Mentr’io portava i be’ pensier’ celati, 5
ch’ànno la mente desïando morta,
vidivi di pietate ornare il volto;
ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,

fuor i biondi capelli allor velati,
et l’amoroso sguardo in sé raccolto. 10
Quel ch’i’ piú desïava in voi m’è tolto:

sí mi governa il velo
che per mia morte, et al caldo et al gielo,
de’ be’ vostr’occhi il dolce lume adombra.

Comprensione
In questo componimento, il poeta si rivolge alla donna. Ella da quando ha saputo che il poeta è innamorato di lei non lascia mai il velo che le avvolge i biondi capelli e le nasconde gli occhi. Così il poeta non può più vedere ciò che più desiderava: il dolce sguardo dei begl’occhi di Laura.Il componimento è una ballata composta dalla ripresa (i primi quattro versi) e da una strofa; è della ballata la ripresa di una rima della ripresa nella strofa: sgombra – adombra.

XV Io mi rivolgo indietro a ciascun passo

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
col corpo stancho ch’a gran pena porto,
et prendo allor del vostr’aere conforto
che ’l fa gir oltra dicendo: Oimè lasso!

Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso,  5
al camin lungo et al mio viver corto,
fermo le piante sbigottito et smorto,
et gli occhi in terra lagrimando abasso.

Talor m’assale in mezzo a’ tristi pianti
un dubbio: come posson queste membra 10
da lo spirito lor viver lontane?

Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra
che questo è privilegio degli amanti,
sciolti da tutte qualitati humane?

Comprensione
E’ questo uno dei numerosi sonetti di solitudine del Canzoniere. Il poeta, allontanandosi dal luogo dove è Laura,è preso da grande tristezza. Con gli occhi abbassati piange e non capisce come il suo corpo possa vivere separato dallo spirito. Ma Amore gli ricorda che gli innamorati hanno doti sovrumane. In ciadcuna  strofa del sonetto la  sintassi coincide con il metro, ovvero ogni periodo coincide con la strofa.
Le prime due quartine descrivono i gesti e il sentimento del poeta.Nella prima terzina il dubbio del poeta e poi, nella seconda, formulata come domanda retorica, la risposta di Amore.

XXXV Solo et pensoso

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi 5
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre 10
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Parafrasi
Solo e pensoso vado attraversando con passi lenti
i campi completamente abbandonati
e volgo gli occhi attento a evitare
le orme degli altri uomini.

Non ho altro modo per difendermi dalla gente
che si accorge del mio stato d’animo
perché nel mio atteggiamento triste
si vede di fuori come io dentro arda:

tanto che io credo che anche i monti, le radure pianeggianti
i fiumi e i boschi sappiano quale sia
la mia vita, che tengo nascosta a tutti.

Eppure per quanto cerchi luoghi  inospitali e solitari
Amore mi accompagna sempre
e insieme dialoghiamo, lui con me e io con lui.

Comprensione
E’ questo uno dei sonetti famosi del Canzoniere petrarchesco.   Il poeta è il protagonista di una solitaria passeggiata, fugge dagli sguardi degli altri uomini, che paiono leggergli in viso il suo turbamento, il fuoco d’amore che lo strugge, anche i monti e i campi pianeggianti, i fiumi e i boschi conoscono il suo stato d’animo. Ma il poeta non è mai veramente solo , Amore lo segue sempre, e con lui il poeta intrattiene un silenzioso colloquio.
Analisi
Anche questo sonetto si distingue per equilibrio di composizione: da notare le coppie sinonimiche tardi e lenti, aspre e selvagge, le coppie di aggettivi e sostantivi solo et pensoso,  tardi e lenti, monti e piagge, fiumi e selve disposti all’inizio e alla fine di versi successivi, vv. 1 e 2; vv. 10 e 11, con lieve variazione inizio verso e fine verso in vv. 1 e 2, e fine verso inizio verso in vv. 10 e 11.
Più mossa e complessa la struttura sintattica, al primo periodo contenuto nella prima quartina, segue un più ampio periodo che occupa la seconda quartina e la prima terzina. Nei tre versi finali, introdotti da una avversativa forte, Petrarca concentra la sua riflessione, quasi rovesciando la prospettiva iniziale, non più una ansiosa passeggiata in luoghi solitari, ma un ininterrotto colloquio con Amore.

XLVI L’oro et le perle

L’oro et le perle e i fior’ vermigli e i bianchi,
che ’l verno devria far languidi et secchi,
son per me acerbi et velenosi stecchi,
ch’io provo per lo petto et per li fianchi.

Però i dí miei fien lagrimosi et manchi, 5
ché gran duol rade volte aven che ’nvecchi:
ma piú ne colpo i micidiali specchi,
che ’n vagheggiar voi stessa avete stanchi.

Questi poser silentio al signor mio,
che per me vi pregava, ond’ei si tacque, 10
veggendo in voi finir vostro desio;

questi fuor fabbricati sopra l’acque
d’abisso, et tinti ne l’eterno oblio,
onde ’l principio de mia morte nacque.

Parafrasi
L’oro e le perle e i fiori rossi e bianchi
che l’inverno farà appassire e seccare,
sono per me rami pungenti e velenosi,
che io sento nel petto e nei fianchi.

Perciò i miei giorni saranno pieni di lacrime e scarsi,
perché di rado avviene che un grande dolore invecchi:
ma ne dò tutta la colpa agli specchi assassini,
che continuando a rimirarvi avete stancato .

Questi zittirono il mio signore,
che vi pregava per me, così che egli tacque,
vedendo che in voi finiva il vostro desiderio;

questi furono fabbricati nelle acque
dell’abisso, e imbevuti di eterna dimenticanza,
da cui ebbe inizio la mia morte.

Comprensione
In questo sonetto il poeta parla di Laura, che nulla desidera se non guardarsi allo specchio, questo provoca il dolore, le lacrime e la morte del poeta, che non ha speranza di ricevere l’amore della donna amata.
La bellezza della donna, appena evocata nel primo verso, si tramuta in uno strumento di tortura: stecchi pungenti pieni di veleno, che penetrano nel petto e nei fianchi del poeta, che piange e sente vicina la morte.
Laura è innamorata di sé stessa, guardare la propria immagine soddisfa il suo desiderio, non sente Amore che la prega per il poeta.
Per questo gli specchi sono paragonati a degli assassini che uccidono il poeta, sono stati fabbricati all’inferno e imbevuti di un oblio eterno.  Ma la vera assassina e
torturatrice è la bella Laura, di cui il poeta per sua sventura si è innamorato.
Analisi
Le rime sono difficili, dure e aspre: bianchi – fianchi – manchi – stanchi;  secchi – stecchi – invecchi – specchi per esprimere l’asprezza del dolore che il poeta prova.
Al centro del sonetto (v. 7) si trovano gli specchi “micidiali” ovvero assassini ; Petrarca usa la figura retorica della metonimia: non gli specchi, ma l’immagine riflessa di Laura e quindi Laura stessa è colpevole del suo dolore e della sua morte.
Al contrario del mitico Narciso, fanciullo sdegnoso di amore, che si innamora della propria immagine riflessa in una pozza d’acqua e affoga nel tentativo di raggiungerla, Laura  rimirandosi provoca non la propria morte ma  quella del poeta.

LXI Benedetto sia ‘l giorno

Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, e l’anno,
e la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’l punto,
e ’l bel paese, e ’l loco ov’io fui giunto
da’ duo begli occhi che legato m’hanno;

e benedetto il primo dolce affanno  5
ch’i’ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco, e le saette ond’i’ fui punto,
e le piaghe che ’nfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome de mia donna ho sparte, 10
e i sospiri, e le lagrime, e ’l desio;

e benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio,
ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.

LXII Padre del ciel dopo i perduti

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese,
con quel fero desio ch’al cor s’accese,
mirando gli atti per mio mal sì adorni,

piacciati omai col Tuo lume ch’io torni 5
ad altra vita et a più belle imprese,
sì ch’avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l’undecimo anno
ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo 10
che sopra i più soggetti è più feroce.

’’Miserere’’ del mio non degno affanno;
reduci i pensier’ vaghi a miglior luogo;
ramenta lor come oggi fusti in croce.

Comprensione
Due sonetti consecutivi dedicati all’anniversario del primo incontro del poeta con Laura.
Nel primo il poeta affida all’anafora e al polisindeto l’espressione parossistica della propria felicità.
Tutto ciò che di bene si può dire dell’amore del poeta si può e si deve dire: Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l  mese , et l’anno ….
Nel secondo il poeta rivolge una dolente preghiera al Padreterno perché possa cambiare vita e così sconfiggere il crudele nemico, che ha teso le sue reti per catturarlo:
piacciati omai col Tuo lume ch’io torni
ad altra vita et a più belle imprese,
sì ch’avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.

Il motivo dell’animo oscillante (“animum labantem” animo che scivola via dice Petrarca nel Secretum), scisso tra volere e non volere, o meglio prigioniero dell’amore di ciò che si vorrebbe odiare è centrale nel Canzoniere.
Questo motivo trova una esplicita esposizione in una famosa lettera scritta da Petrarca al suo amico Dionigi di Borgo San Sepolcro. “Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo , ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. E’ proprio così: ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma controvoglia, nel pianto, nella sofferenza, in me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta “Ti odierò se posso; se no, ti amerò contro voglia”.

XC Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

e ’l viso di pietosi color’ farsi, 5
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma; e le parole 10
sonavan altro che, pur voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi: e se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana.

Comprensione
E’ questo uno dei sonetti più famosi del Canzoniere.
Il poeta loda la donna amata, ma a differenza di quello che accade nei testi dei poeti del Dolce Stil Novo, la lode è rivolta al ricordo della bellezza della donna.  I verbi all’imperfetto dominano la poesia generando un’aura di nostalgia per qualcosa che c’era e non c’è più.  Il poeta domanda al lettore: “Come meravigliarsi del fatto che immediatamente mi innamorai?”.
Il poeta la ricorda come uno spirito celeste, come un sole, il suo passo, la sua voce non erano di donna ma di angelo, e se ora quella bellezza non ci fosse  più,  persiste ancora l’amore che essa aveva suscitato.

CXXVI Chiare, fresche et dolci acque

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)  5
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno, 10
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.

S’egli è pur mio destino
e ’l cielo in ciò s’adopra, 15
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda 20
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa 25
fuggir la carne travagliata et l’ossa.

Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là ’v’ella mi scorse 30
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri 35
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da’ be’ rami scendea 40
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo. 45
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde; 50
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.

Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso. 55
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sí diviso
da l’imagine vera, 60
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo d’esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch’altrove non ò pace. 65

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

Parafrasi
Oh chiare, fresche e dolci acque,
dove colei che sola a me appare come donna (domina in latino)
immerse il bel corpo;
oh nobile ramo dove a lei piacque
(sospirando me ne ricordo)
appoggiare il bel fianco;
oh erba e fiori che la graziosa veste
coprì con  il seno angelico;
aria sacra, serena,
dove Amore con i begli occhi raggiunse il mio  cuore :
ascoltate le mie dolorose, ultime parole.

Se il  mio destino è,
e questo il cielo vuole,
che Amore chiuda lacrimando questi occhi,
qualcuno pieno di compassione seppellisca
il mio povero corpo  tra voi,
e l’anima torni nuda alla propria sede.
La morte sarà meno crudele
se giungo a quel pauroso momento
con questa speranza:
poiché lo spirito stanco
non potrebbe lasciare
il corpo tormentato in un porto più sereno
né in una fossa più tranquilla.

Forse verrà un giorno in cui
la  donna bella e docile  (un tempo crudele come una belva),
torni al luogo abituale ,
e rivolga lo sguardo lieto e pieno di desiderio
là dove mi vide nel giorno benedetto (del nostro incontro),
cercandomi: e, oh che dolore!,
vedendomi terra tra le pietre,
Amore la  ispiri in modo che
sospiri così dolcemente da ottenere per me la grazia
e vinca il cielo,
asciugandosi gli occhi (bagnati di lacrime) con il bel velo.

Dai bei rami scendeva
(com’è dolce ricordarlo)
una pioggia di fiori sopra il suo grembo;
e lei sedeva
umile  in tanta gloria,
coperta di una nuvola  (di fiori) piena di amore.
Un fiore cadeva sulla veste,
uno sulle bionde trecce,
che quel giorno sembravano
oro lucente e perle;
un altro (fiore) si posava per terra e un altro sull’acqua;
un altro ruotando con un bel movimento
sembrava dire: qui regna Amore.

Quante volte io dissi allora
pieno di spavento:
Costei è nata sicuramente  in paradiso.
A tal punto il divino atteggiamento, il volto, le parole e il dolce sorriso
mi avevano riempito di oblio e allontanato dalla realtà,
che io dicevo sospirando:
Come sono giunto qui o quando?
poiché mi sembrava di essere in paradiso, non là dove ero.
Da allora questo luogo mi piace
a tal punto che in altri luoghi non ho pace.

(Canzone) se tu fossi bella quanto sei piena di desiderio,
potresti coraggiosamente
uscire dal bosco e andare fra la gente.

Comprensione
Illusione e ricordo si fondono in questa poesia dedicata alla visione di  Laura che come una nuova  divinità  appare in una natura paradisiaca.
Paradiso significa giardino; in questo luogo regna Amore e il poeta descrive Laura bellissima  come una dea dell’amore, di cui loda le membra, il fianco, il seno, gli occhi, il grembo, i capelli. Questa Laura è molto diversa dall’eterea e smaterializzata donna dei poeti del Dolce Stil Novo.
Il poeta la ricorda sospirando e immagina sé stesso sepolto in quel luogo e la donna amata, finalmente buona, che prega piangendo per lui.
Quale  dolce consolazione e  insieme crudele vendetta per un amore  infelice immaginarsi la persona amata addolorata e piangente per la propria morte!

Amore e morte nel poeta latino Tibullo

Come Petrarca, Tibullo, un antico poeta latino si era immaginato la propria amata in lacrime sul proprio corpo morto:
“Ch’io miri te, quando verrà l’ora suprema,
e possa morendo tenerti con languida mano.
Mi piangerai, o Delia, composto sul feretro destinato al rogo,
e mi darai baci misti a dolenti lacrime.
Piangerai: il tuo cuore non è cinto da duro ferro,
e nel tenero petto  non hai certamente una pietra.”
Tibullo Elegie libro I, 1 vv.59-64, traduzione di Luca Canali.

CXXXIV O cameretta

O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne,
che ’l dí celate per vergogna porto.

O letticciuol che requie eri et conforto 5
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver ’me crudeli a sí gran torto!

Né pur il mio secreto e ’l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e ’l mio pensero, 10
che, seguendol, talor levommi a volo;

e ’l vulgo a me nemico et odïoso
(chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.

Parafrasi
O mia piccola camera che un tempo fosti rifugio
alle mie angosce quotidiane
ora sei il luogo dove  ogni notte piango
quelle lacrime che di giorno tengo nascoste per vergogna.

O mio piccolo letto  che eri un tempo riposo e conforto
in così grandi  affanni,  Amore riversa su di te
vasi pieni di lacrime
con le sue mani bianche come l’avorio,
solo verso di me  ingiustamente crudeli.

E non  fuggo soltanto dal mio segreto e dal mio riposo,
ma piuttosto da me stesso e dal mio pensiero,
che talvolta, quando lo ho seguito, mi ha innalzato in volo;

e cerco come mio rifugio la folla che temo e disprezzo
(chi avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere?)
tanta è la paura che ho di ritrovarmi da solo.

Comprensione
Il sonetto descrive lo stato di disperazione del poeta. Un tempo egli si rifugiava nella propria  camera per trovarvi  riposo e conforto. Ora ha paura di rimanere solo; di notte piange sconsolato nel proprio letto e di giorno ricerca la compagnia della folla sconosciuta che odia e disprezza pur di sfuggire alla propria angosciante solitudine.
Al centro della poesia la personificazione di amore di cui vediamo solo le mani bianche e fredde come l’avorio che versano sul letto urne, ovvero vasi, piene delle lacrime di dolore del poeta.

CLXXXIX Passa la nave mia colmo d’oblio

Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio.

A ciascun remo un penser pronto et rio 5
che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze, et di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte, 10
che son d’error con ignorantia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’incomincio a desperar del porto.

Parafrasi
Come una nave la mia vita, che vuole tutto dimenticare, attraversa
l’amaro mare dell’esistenza , in uno stato di angoscia buia e fredda come una notte invernale, in mezzo a pene e affanni pericolosi come i mostri  Scilla e Cariddi;
il mio signore, o meglio il mio nemico, ovvero Amore, la conduce .

Come i  remi di una nave sono mossi con forza e vigore
così ogni azione della mia vita,
è mossa da un pensiero animoso e malvagio
che sembra disprezzare la mala sorte e la morte;
La mia volontà, come una vela lacerata dal vento,
è spezzata da sospiri di speranza e desiderio, che non finiscono mai.

Il dolore e la rabbia rendono i miei pensieri,
che sono sempre più sbagliati e sciocchi,
lenti e fiacchi come  corde di una nave, che non tengono più.

Gli occhi di Laura, che come le stelle ai naviganti,
mi indicavano la via si nascondono;
in questa terribile situazione è morta ogni ragionevole possibilità
di raggiungere la meta e per questo sono caduto nella disperazione.

Comprensione
E’ questo uno splendido sonetto, tutto costruito intorno alla metafora della vita come una nave in mare , che descrive la più nera disperazione in cui il poeta si sente trascinare.
Petrarca  la chiama accidia, gli antichi  aegritudo   e noi depressione.

L’accidia nel Secretum

Nel Secretum Petrarca aveva parlato con S.Agostino di questa malattia.
Aug. Habet te funesta quedam pestis animi, quam accidiam moderni, veteres
egritudinem dixerunt.
Fr. Ipsum morbi nomen horreo.
Aug. L’ animo tuo è dominato da una funesta malattia che i moderni accidia, gli antichi dissero aegritudo
Fr. Al solo nome della malattia provo orrore.
Aug. Certamente perchè a lungo ne hai sofferto.
Fr. Sì, è vero; ma in codesta mia infermità non accade ciò che accade nelle altre, le quali contengono quasi una dolcezza mista all’amaro; in questa invece tutto è triste e amaro e infelice e orrendo , la via alla disperazione è sempre aperta tutto spinge gl’infelici alla morte. Inoltre gli assalti che mi danno le altre passioni sono frequenti, ma brevi e momentanei , mentre  questa malattia mi afferra e mi tiene legato a volte con tale forza da torturami per giorni e notti intere; ed allora non c’ è luce, non c’è vita, ma una oscura notte e un’ acerbissima morte mi sovrastano. E per colmo di sventura,mi nutro di lacrime e dolori, con un così oscuro piacere, che malvolentieri riesco a strapparmi ad essa.
Aug. Hai descritto la tua malattia molto bene; ora ne saprai anche la causa.
(Secretum, libro II )

CCLXVII Oimé il bel viso

Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,
oimè il leggiadro portamento altero;
oimè il parlar ch’ogni aspro ingegno et fero
facevi humile, ed ogni huom vil gagliardo!

et oimè il dolce riso, onde uscío ’l dardo 5
di che morte, altro bene omai non spero:
alma real, dignissima d’impero,
se non fossi fra noi scesa sí tardo!

Per voi conven ch’io arda, e ’n voi respire,
ch’i’ pur fui vostro; et se di voi son privo, 10
via men d’ogni sventura altra mi dole.

Di speranza m’empieste et di desire,
quand’io partí’ dal sommo piacer vivo;
ma ’l vento ne portava le parole.

Parafrasi
Oimè il bel viso, oimè il dolce sguardo,
oimè il grazioso e orgoglioso atteggiamento;
oimè le parole con cui rendevi umili gli
arroganti e i malvagi, e coraggioso ogni uomo vile.

e oimè il dolce sorriso, con cui mi scagliasti la freccia
dalla quale ormai non spero di ottenere altro bene che la morte:
o anima regale, degna dell’impero,
se non fossi nata tanto tardi!

E’ bene che io ti ami, che io viva per te,
perché io sono stato sempre tuo; e se tu ora non ci sei più,
per  ogni altra sventura provo meno dolore.

Quando sono andato via da te bellissima e ancora viva,
mi hai riempito  di speranza e di  desiderio,
ma il vento portava via le nostre parole.

Comprensione
Questo sonetto è uno dei primi componimenti della seconda parte del Canzoniere, quella delle poesie scritte in morte di Laura.
Il poeta si lamenta per la perdita di Laura, non potrà più rivedere il suo viso, gli occhi, il nobile portamento, le parole benevole, il dolce sorriso che lo fece innamorare.
Continua ad amarla e nulla lo addolora  più della morte della sua donna; ricorda l’ultimo incontro che lo ha lasciato pieno di speranza e desiderio, ora tutto è finito come parole disperse dal vento.

CCXCII Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente

Gli occhi di ch’io parlai sí caldamente,
et le braccia et le mani et i piedi e ’l viso,
che m’avean sí da me stesso diviso,
et fatto singular da l’altra gente;

le crespe chiome d’òr puro lucente 5
e ’l lampeggiar de l’angelico riso,
che solean fare in terra un paradiso,
poca polvere son, che nulla sente.

Et io pur vivo, onde mi doglio et sdegno,
rimaso senza ’l lume ch’amai tanto, 10
in gran fortuna e ’n disarmato legno.

Or sia qui fine al mio amoroso canto:
secca è la vena de l’usato ingegno,
et la cetera mia rivolta in pianto.

Parafrasi
Gli occhi di cui ho parlato con tanta passione,
le braccia, le mani, i piedi e lo sguardo,
che mi avevano scisso in due me stessi
e reso diverso dagli altri;

i capelli biondi come l’oro lucente
e il candore del sorriso angelico,
che facevano della terra un paradiso,
ora sono solo un po’ di polvere, che non sente più nulla.

E io invece continuo a vivere, cosa che mi fa soffrire e sdegnare,
sono rimasto  senza la donna che ho tanto amato,
come su una nave senza più vele in mezzo a una grande  tempesta.

Il mio canto pieno di amore termini qui:
l’ispirazione, che per lungo tempo ha alimentato il mio ingegno, si è inaridita,
la mia poesia canta solo il dolore di cui piange.

CCCII Levommi il mio penser

Levommi il mio penser in parte ov’era
quella ch’io cerco, et non ritrovo in terra:
ivi, fra lor che ’l terzo cerchio serra,
la rividi piú bella et meno altera.

Per man mi prese, et disse: – In questa spera  5
sarai anchor meco, se ’l desir non erra:
i’ so’ colei che ti die’ tanta guerra,
et compie’ mia giornata inanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto humano:
te solo aspetto, et quel che tanto amasti  10
e là giuso è rimaso, il mio bel velo. –

Deh perché tacque, et allargò la mano?
Ch’al suon de’ detti sí pietosi et casti
poco mancò ch’io non rimasi in cielo.

Comprensione
In questo sonetto il poeta immagina di salire al terzo cielo, cielo di Venere, dove si trova Laura. Lì la rivede più bella di quando era viva, ma non più orgogliosa come allora. La donna lo prende per mano e gli parla: un giorno il poeta sarà con lei in quel cielo, lei lo sta aspettando. “Oh perché tacque e gli lasciò la mano?”:  le parole pietose  e caste di Laura erano tali  da far credere al poeta di poter rimanere in cielo con lei.
Francesco De Sanctis, scrittore e critico (Morra Irpina 1817- Napoli 1883) così commentava questo testo: “Non le basta dire: – Ancor tu sarai “in questa spera” -; ma ci aggiunge un “meco”, particolare d’un valore infinito: che cos’è il paradiso senza Laura?”

CCCXI Quel rosignuol che sì soave piagne

Quel rosignol, che sí soave piagne,
forse suoi figli, o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo et le campagne
con tante note sí pietose et scorte,

et tutta notte par che m’accompagne, 5
et mi rammente la mia dura sorte:
ch’altri che me non ò di ch’i’ mi lagne,
ché ’n dee non credev’io regnasse Morte.

O che lieve è inganar chi s’assecura!
Que’ duo bei lumi assai piú che ’l sol chiari 10
chi pensò mai veder far terra oscura?

Or cognosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo et lagrimando impari
come nulla qua giú diletta, et dura.

Comprensione
Un usignolo canta tristemente la morte della propria compagna
o quella dei figli, riempie il cielo e la campagna dei suoi dolci gorgheggi e sembra al poeta che gli tenga compagnia nella notte e gli ricordi la sua crudele sorte:  egli non ha da lamentarsi che di sé stesso perché ha creduto che le divinità non morissero. E’ facile ingannare chi si sente sicuro! Come si poteva pensare che i due begl’ occhi di Laura, luminosi più del sole potessero divenire nera terra?
Ora il poeta sa che la sua crudele sorte vuole che vivendo e soffrendo impari come nessuna cosa mortale dia piacere e duri nel tempo.

CCCXVII Tranquillo porto avea mostrato Amore

Tranquillo porto avea mostrato Amore
a la mia lunga et torbida tempesta
fra gli anni de la età matura honesta
che i vicii spoglia, et vertú veste et honore.

Già traluceva a’ begli occhi il mio core,  5
et l’alta fede non piú lor molesta.
Ahi Morte ria, come a schiantar se’ presta
il frutto de molt’anni in sí poche hore!

Pur vivendo veniasi ove deposto
in quelle caste orecchie avrei parlando 10
de’ miei dolci pensier’ l’antiqua soma;

et ella avrebbe a me forse resposto
qualche santa parola sospirando,
cangiati i volti, et l’una et l’altra coma.

Comprensione
Prima che Laura morisse il poeta aveva pensato di poter diventare vecchio accanto alla donna amata. Divenuto ormai virtuoso e senza più vizi avrebbe potuto parlarle e dirle il peso del suo dolce amore per lei.
E lei  avrebbe risposto sospirando, divenuti ormai  vecchi e con i capelli bianchi. Ma la Morte malvagia  è arrivata a distruggere in poco tempo quello che molti anni avevano preparato.

Baucide e Filemone : due vecchietti nelle Metamorfosi di Ovidio

Due altri famosi vecchietti nella letteratura latina sono Bàucide e Filèmone nelle Metamorfosi di Ovidio.
Nell’ottavo libro si legge di Bàucide e Filèmone, due vecchi sposi, che diedero ospitalità nella loro povera capanna a due sconosciuti. Offrirono ai loro ospiti una abbondante cena a base di verdure, spalla affumicata di maiale (prosciutto), olive, còrniole, frutta fresca e secca, miele e vino, e proprio quando i due vecchietti videro il boccale del vino che da solo si riempiva di continuo, capirono di essere alla presenza di due divinità. I due ospiti erano Giove e Mercurio, che avevano cercato ospitalità presso i vicini di Bàucide e Filèmone senza riceverla.
I due dei punirono i cattivi vicini sommergendo le loro case, e trasformarono la capanna di Filemone e Bàucide in un tempio.
Poi Giove disse ai due vecchietti di esprimere un desiderio e  questi chiesero  di divenire i custodi del tempio e di morire insieme. Entrambi i desideri furono esauditi  e alla loro morte i due vecchi sposi vennero trasformati in una quercia e in un tiglio.

“Il desiderio fu esaudito. Furono custodi del tempio, finché fu loro concesso di vivere. Ormai indeboliti dagli anni e dall’età, mentre per caso si trovavano davanti ai sacri giardini e narravano la storia del luogo, Bàucidevide Filèmone coprirsi di foglie, ed il vecchio Filèmone vide coprirsi di fronde Bàucide. E mentre ormai la cima di un albero avviluppava i volti di entrambi, finchè fu possibile si indirizzavano a vicenda parole: “Addio, coniuge” – dissero insieme, e contemporaneamente il fogliame ricoprì le bocche nascoste.
Ancora oggi in quel luogo la gente frigia mostra due tronchi vicini nati dai due corpi. Queste cose mi sono state raccontate da due vecchi e non c’era motivo per cui volessero ingannarmi. Per parte mia vidi ghirlande di fiori che erano appese sui rami, e appendendone anche io di fresche dissi: “Chi fu caro agli dei sia divino e coloro che hanno onorato, siano onorati”. (Ovidio Metamorfosi, libro VIII vv.711-724)

CCCXXXVI Tornami a la mente

Tornami a la mente, anzi v’è dentro, quella
ch’indi per Lethe esser non pò sbandita,
qual io la vidi in su l’età fiorita,
tutta accesa de’ raggi di sua stella.

Sí nel mio primo occorso honesta et bella 5
veggiola, in sé raccolta, et sí romita,
ch’i’ grido: – Ell’è ben dessa; anchor è in vita -,
e ’n don le cheggio sua dolce favella.

Talor risponde, et talor non fa motto.
I’ come huom ch’erra, et poi piú dritto estima, 10
dico a la mente mia: – Tu se’ ’ngannata.

Sai che ’n mille trecento quarantotto,
il dí sesto d’aprile, in l’ora prima,
del corpo uscío quell’anima beata.

Comprensione
La mente inganna il poeta: Laura appare a Petrarca bella e onesta, solitaria e silenziosa, ed egli si convince di averla lì davanti a sé, vuole che parli e a volte la bella donna risponde. Ma poi il poeta si rivolge a sé stesso: “Ti sei ingannato, sai che il 6 aprile del 1348 quell’anima beata è uscita dal corpo”. Sonetto di rievocazione della bellezza  di Laura e potenza del suo amore anche dopo la morte della donna.

CCCLVI L’aura mia sacra al mio stanco riposo

L’aura mia sacra al mio stanco riposo
spira sí spesso, ch’i’ prendo ardimento
di dirle il mal ch’i’ò sentito et sento,
che, vivendo ella, non sarei stat’oso.

I’ incomincio da quel guardo amoroso, 5
che fu principio a sí lungo tormento,
poi seguo come misero et contento,
di dí in dí, d’ora in hora, Amor m’à roso.

Ella si tace, et di pietà depinta,
fiso mira pur me; parte sospira, 10
et di lagrime honeste il viso adorna:

onde l’anima mia dal dolor vinta,
mentre piangendo allor seco s’adira,
sciolta dal sonno a se stessa ritorna.

Comprensione
Ancora un silenzioso monologo con l’anima piangente di Laura, evocata dal senhal all’inizio della poesia “L’aura mia sacra”.
Il poeta confessa il lungo tormento che l ‘amore per la donna amata ha causato, Laura  ascolta e piange, il volto atteggiato a quella pietà per il poeta che da viva non ha mai avuto. Poi l’anima per il dolore si riscuote, piangendo si adira con sé stessa: è stato un sogno.

Il Canzoniere si conclude con tre componimenti di preghiera: due sonetti e una canzone.
Nei due sonetti il poeta si rivolge al signore dio chiedendo perdono per il proprio “fallo”, errore; si avvicina la morte e non rimane che affidarsi a Dio e alla sua pietà. Nella canzone che conclude il Canzoniere il poeta  rivolge alla Vergine una richiesta di perdono e salvezza.

CCCLXIV Tennemi Amor anni ventun ardendo

Tenemmi Amor anni ventuno ardendo,
lieto nel foco, et nel duol pien di speme;
poi che madonna e ’l mio cor seco inseme
saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.

Omai son stanco, et mia vita reprendo  5
di tanto error che di vertute il seme
à quasi spento; et le mie parti extreme,
alto Dio, a te devotamente rendo:

pentito et tristo de’ miei sí spesi anni,
che spender si deveano in miglior uso, 10
in cercar pace et in fuggir affanni.

Signor che ’n questo carcer m’ài rinchiuso,
tràmene, salvo da li eterni danni,
ch’i’ conosco ’l mio fallo, et non lo scuso.

CCCLXV I’ vo piangendo i miei passati tempi

I’ vo piangendo i miei passati tempi
i quai posi in amar cosa mortale,
senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,
per dar forse di me non bassi exempi.

Tu che vedi i miei mali indegni et empi,  5
Re del cielo invisibile immortale,
soccorri a l’alma disvïata et frale,
e ’l suo defecto di tua gratia adempi:

sí che, s’io vissi in guerra et in tempesta,
mora in pace et in porto; et se la stanza  10
fu vana, almen sia la partita honesta.

A quel poco di viver che m’avanza
et al morir, degni esser Tua man presta:
Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

E’ questo il penultimo componimento del Canzoniere.
Il poeta si rivolge a Dio “Re del cielo invisibile immortale” e confessando il suoi peccati si professa pentito e chiede aiuto, soccorso nel poco che tempo che gli rimane da vivere e nel momento della morte.

Parafrasi
Io piango il mio tempo passato
speso ad amare  una donna,
senza elevarmi, come sarei stato in grado di fare,
per dare  prova più alta di me.

Tu che vedi i miei peccati indegni ed empi,
Re del cielo invisibile e immortale,
vieni in aiuto della mia anima persa e fragile,
e riempi della tua grazia  la mia mancanza .

così che se io vissi con affanno e angoscia
muoia in pace e se la mia vita
è trascorsa invano, almeno la mia morte sia  buona.

Degnati di venire in  mio aiuto nel poco tempo che mi rimane da vivere
e nel momento della morte,
Tu sai bene che non ho speranza  in nessun altro.

 

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