Enrico IV di Luigi Pirandello

Il teatro era stato il primo amore di Pirandello, che giovanissimo scrive, senza successo, i suoi primi drammi. Al teatro ritorna nel 1910 quando a Roma mette in scena con la Compagnia del Teatro Minimo di Nino Martoglio La Morsa e Lumìe di Sicilia.  Nel 1921 con I sei personaggi in cerca d’autore diviene celebre in tutto il mondo, da allora il teatro diviene la sua principale attività; dal 1925 al 1928 dirige la compagnia del Teatro d’Arte di Roma.
Il teatro di Pirandello è un teatro filosofico, un teatro di idee. I personaggi dei suoi drammi, sono uomini e donne che speculano, dibattono della vita e della morte, del dolore e della felicità, della verità e della sua impossibilità, dellla solitudine, dell’odio, dell’amore e della compassione che ci lega gli uni altri. Il rovello filosofico dei personaggi pirandelliani è però sempre risolto in creazioni e immagini poetiche e raramente rimane astratto e fine a se stesso.
Pirandello raccoglie la sua produzione teatrale nei volumi intitolati Maschere Nude. Il titolo si riferisce ai personaggi dei drammi pirandelliani che sono maschere nude ovvero maschere analizzate e dissolte con penetrante chiarezza, le maschere nude sono gli uomini smascherati, messi a nudo, uomini a cui è stata strappata la maschera dietro cui solitamente sono costretti a vivere.

Enrico IV è un dramma in tre atti scritto nel 1921 e rappresentato a Milano nel 1922, fu uno dei grandi successi di Pirandello.
La vicenda si svolge in una villa, arredata come la reggia di un re. Il personaggio principale è “Enrico IV”. Insieme a lui vivono nella villa quattro finti consiglieri segreti, Landolfo (Lolo), Arialdo (Franco), Ordulfo (Momo), Bertoldo (Fino), due valletti e un vecchio cameriere. Tutti vestono, tranne il vecchio cameriere Giovanni, come cavalieri dell’XI secolo.
In una delle sale della villa si trova il trono con il suo basso baldacchino e a fianco due ritratti di un uomo e una donna, giovani entrambi, “Enrico IV” e “Matilde di Toscana”. Il primo atto si svolge in questa sala, sono in scena i quattro consiglieri di “Enrico IV” e dalle loro parole lo spettatore comprende di stare assistendo ad una mascherata. E di una mascherata si tratta, infatti “Enrico IV” non è Enrico IV, ma uno sconosciuto personaggio che crede di essere Enrico IV. La vicenda ha luogo il giorno in cui nella villa giungono cinque personaggi, due donne e tre uomini a fare visita a “Enrico IV”. Sono il marchese Carlo di Nolli, nipote di “Enrico IV”, il barone Tito Belcredi e il dottor Dionisio Genoni, donna Matilde Spina, vedova, con la giovane figlia Frida, che assomiglia moltissimo alla madre da giovane. Il primo argomento di discussione tra questi personaggi è proprio la straordinaria somiglianza tra il ritratto che ritrae donna Matilde da giovane e la figlia Frida. Proseguendo nella discussione si viene a scoprire che diciotto anni prima in occasione di un carnevale un gruppo di giovani, tra cui Belcredi, donna Matilde e “Enrico IV”, organizzarono una cavalcata storica, è Belcredi a raccontare della sua idea “… Proposi questa cavalcata storica: storica per modo di dire: babelica. Ognuno di noi doveva scegliersi un personaggio da rappresentare, di questo o quel secolo: re o imperatore, o principe con la sua dama accanto, regina o imperatrice, a cavallo. Cavalli bardati, s’intende, secondo il costume dell’epoca. E la proposta fu accettata.”  (atto I)Ciascun giovane scelse il suo personaggio ed “Enrico IV” scelse di essere Enrico IV e la giovane Matilde la marchesa Matilde di Canossa, acerrima nemica di Enrico IV. Donna Matilde ricorda che allora “Enrico IV” era innamorato di lei, ma che lei lo aveva rifiutato con disprezzo, incapace di affrontare la sua offerta di amore. Durante la cavalcata in maschera “Enrico IV” cade da cavallo, batte la testa e diventa pazzo, da allora crede di essere veramente Enrico IV e vive nella villa con dei servitori che assecondano la sua follia. Gli antichi amici sono andati a trovarlo per mantenere la promessa fatta alla sorella di “Enrico IV”, madre di Carlo di Nolli, morta da poco, di non trascurarlo e di farlo visitare da un dottore nel tentativo di guarirlo. Per apparire davanti a “Enrico IV” tutti sono costretti a vestirsi in costume. La giovane Frida però si rifiuta di incontrarlo. Quando tutti si sono vestiti nella sala entra “Enrico IV”. È un uomo sulla cinquantina, pallido, con i capelli mezzi grigi e mezzi tinti e il volto truccato. “Enrico IV” parla da Enrico IV, ma con allusioni che fanno sospettare che egli non sia affatto pazzo, ma invece perfettamente lucido e consapevole.
All’inizio del secondo atto sono trascorse diverse ore dalla fine del primo. Il dottore, Belcredi e donna Matilde discorrono del breve incontro avuto con “Enrico IV” e del dubbio, nutrito sia da Belcredi, sia da donna Matilde, che “Enrico IV” non sia affatto pazzo. Questa in particolare è sicura di essere stata riconosciuta. Nel frattempo hanno progettato un “trucco violento” che strappi “Enrico IV” dalla sua follia. Frida, vestita con l’abito da Matilde di Canossa, deve apparire a “Enrico IV” e “strappandogli a un tratto l’illusione” fargli riacquistare “la sensazione della distanza del tempo”.
Frida sebbene timorosa si presta al trucco e si veste con l’antico costume della madre.
“Enrico IV” rientra in scena con donna Matilde vestita da imperatrice madre e con il dottore e continua con loro i suoi deliranti discorsi. Alla fine dell’atto questi escono di scena e “Enrico IV” rimasto in scena da solo con i suoi consiglieri rivela a loro e agli spettatori di non essere pazzo ma di “fare il pazzo”.
Nell’ultimo breve atto dopo l’apparizione di Frida a “Enrico IV” tutti i personaggi sono in scena. I consiglieri hanno rivelato a Belcredi e a donna Matilde la finzione del pazzo. Nel corso di un ultimo concitato dialogo in cui confessa di essere guarito, “Sono guarito, signori : perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia”, “Enrico IV” in un impeto di rabbia e vendetta ferisce con un colpo di spada Belcredi e torna “per sempre” a fare il pazzo. Enrico IV è una maschera nuda, è il simbolo dell’uomo che sa  di indossare una maschera. Se la vita è una mascherata, una “pazzia”, Enrico IV è consapevole di ciò a differenza degli altri personaggi che vivono la loro pazzia “senza saperla  e senza vederla”.

Il brano che segue è tratto dall’ultima parte del secondo atto:

Davanti alla soglia della comune, fin dove li ha accompagnati, li licenzia, ricevendone l’inchino. Donna Matilde e il Dottore, via. Egli richiude la porta e si volta subito, cangiato.
Enrico IV
Buffoni! Buffoni! Buffoni! – Un pianoforte di colori! Appena la toccavo: bianca, rossa, gialla, verde…E quell’altro là: Pietro Damiani. – Ah! Ah! Perfetto! Azzeccato! – S’è spaventato di ricomparirmi davanti!
Dirà questo con gaja prorompente frenesia, movendo di qua, di là i passi, gli occhi, finché all’improvviso non vede Bertoldo, più che sbalordito, impaurito del repentino cambiamento. Gli si arresta davanti e additandolo ai tre compagni anch’essi come smarriti nello sbalordimento:
Ma guardatemi quest’imbecille qua, ora, che sta a mirarmi a bocca aperta…
Lo scrolla per le spalle.
Non capisci? Non vedi come li paro, come li concio, come me li faccio comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di questo, oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra travestiti; come se non li avessi costretti io stesso a mascherarsi, per questo mio gusto qua, di fare il pazzo!
Landolfo Arialdo Ordulfo
(sconvolti, trasecolati, guardandosi tra loro).
Come! Che dice? Ma dunque?
Enrico IV
(si volta subito alle loro esclamazioni e grida, imperioso):
Basta! Finiamola! Mi sono seccato!
Poi subito, come se, a ripensarci, non se ne possa dar pace, e non sappia crederci:
Perdio, l’impudenza di presentarsi qua, a me, ora col suo ganzo accanto… – E avevano l’aria di prestarsi per compassione, per non fare infuriare un poverino già fuori del mondo, fuori del tempo, fuori della vita! – Eh, altrimenti quello là, ma figuratevi se l’avrebbe subita una simile sopraffazione! – Loro sì, tutti i giorni, ogni momento, pretendono che gli altri siano come li vogliono loro; ma non è mica una sopraffazione, questa! – Che! Che! – È il loro modo di pensare, il loro modo di vedere, di sentire: ciascuno ha il suo! Avete anche voi il vostro, eh? Certo! Ma che può essere il vostro? Quello della mandra! Misero, labile, incerto…E quelli ne approfittano, vi fanno subire e accettare il loro, per modo che voi sentiate e vediate come loro! O almeno, si illudono! Perché poi, che riescono a imporre? Parole! parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le così dette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: «pazzo!» – Per esempio, che so? – «imbecille» – Ma dite un po’, si può star quieti a pensare che c’è uno che si affanna a persuadere agli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di voi? – «Pazzo» «pazzo»! – Non dico ora che lo faccio per ischerzo! Prima, prima che battessi la testa cadendo da cavallo…
S’arresta d’un tratto, notando i quattro che si agitano, più che mai sgomenti e sbalorditi.
Vi guardate negli occhi?
Rifà smorfiosamente i segni del loro stupore.
Ah! Eh! Che rivelazione? – Sono o non sono? – Eh, via, sì, sono pazzo!
Si fa terribile
Ma allora, perdio, inginocchiatevi! inginocchiatevi! Li forza a inginocchiarsi tutti a uno a uno: Vi ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me – così! E toccate tre volte la terra con la fronte! Giù! Tutti, davanti ai pazzi, si deve stare così!
Alla vista dei quattro inginocchiati si sente subito svaporare la feroce gajezza, e se ne sdegna.
Su, via, pecore, alzatevi! – M’avete obbedito? Potevate mettermi la camicia di forza… – Schiacciare uno col peso d’una parola? Ma è niente! Che è? Una mosca! – Tutta la vita è schiacciata così dal peso delle parole! Il peso dei morti – Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così! – Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? – Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un’alba. Questo giorno che ci sta davanti – voi dite – lo faremo noi! – Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripetete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!
Si para davanti a Bertoldo, ormai istupidito.
Non capisci proprio nulla, tu, eh? – Come ti chiami?
Bertoldo

Io?…Eh…Bertoldo…
Enrico IV

Ma che Bertoldo, sciocco! Qua a quattr’occhi: come ti chiami?
Bertoldo

Ve… veramente mi… mi chiamo Fino…
Enrico IV
(a un atto di richiamo e di ammonimento degli altri tre, appena accennato, voltandosi subito per farli tacere).
Fino?
Bertoldo

Fino Pagliuca, sissignore.
Enrico IV
(volgendosi di nuovo agli altri).
Ma se vi ho sentito chiamare tra voi, tante volte!
A Landolfo
Tu ti chiami Lolo?
Landolfo

Sissignore…
Poi con uno scatto di gioja:
Oh Dio…Ma allora?
Enrico IV
(subito, brusco).
Che cosa?
Landolfo
(d’un tratto smorendo).
No… dico…
Enrico IV
Non sono più pazzo? Ma no. Non mi vedete? – Scherziamo alle spalle di chi ci crede.
Ad Arialdo
So che tu ti chiami Franco…
A Ordulfo
E tu, aspetta…
Ordulfo

Momo!
Enrico IV

Ecco, Momo! Che bella cosa, eh?
Landolfo

(c.s.). Ma dunque… oh Dio…
Enrico IV

(c.s.). Che? Niente! Facciamoci tra noi una bella, lunga, grande risata…
E ride.
Ah, ah, ah, ah, ah, ah!
Landolfo Arialdo Ordulfo

(guardandosi tra loro, incerti, smarriti, tra la gioia e lo sgomento).
È guarito? Ma sarà vero? Com’è?
Enrico IV

Zitti! Zitti!
A Bertoldo:
Tu non ridi? Sei ancora offeso? Ma no! Non dicevo mica a te, sai? – Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare. Che dico io di quelli là che se ne sono andati? Che una è una baldracca, l’altro un sudicio libertino, l’altro un impostore…Non è vero! Nessuno può crederlo! – Ma tutti stanno ad ascoltarmi, spaventati. Ecco, vorrei sapere perché, se non è vero. – Non si può mica credere a quel che dicono i pazzi! – Eppure, si stanno ad ascoltare così, con gli occhi sbarrati dallo spavento. – Perché? – Dimmi, dimmi tu, perché? Sono calmo, vedi?
Bertoldo

Ma perché… forse, credono che…
Enrico IV

No, caro… no, caro…Guardami bene negli occhi…- Non dico che sia vero, stai tranquillo! – Niente è vero! – Ma guardami negli occhi!
Bertoldo
Sì, ecco, ebbene?
Enrico IV
Ma lo vedi? lo vedi? Tu stesso! Lo hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi! – Perché ti sto sembrando pazzo! – Ecco la prova! Ecco la prova!

E ride.
Landolfo

(a nome degli altri, facendosi coraggio, esasperato)
Ma che prova?
Enrico IV

Codesto vostro sgomento, perché ora, di nuovo, vi sto sembrando pazzo! – Eppure, perdio, lo sapete! Mi credete; lo avete creduto fino ad ora che sono pazzo! – È vero o no?
Li guarda un po’, li vede atterriti .
Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto i piedi e vi tolga l’aria da respirare? Per forza, signori miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! – Eh! che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! – Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili! – Voi dite: «questo non può essere!» – e per loro può essere tutto. – Ma voi dite che non è vero. E perché? – Perché non par vero a te, a te, a te,
indica tre di loro,
e centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi, e che spettacolo danno dei loro accordi, fiori di logica! Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l’opposto di ciò che vi pareva vero jeri! Guai se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi – come io guardavo un giorno certi occhi – potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca…
Pausa lungamente tenuta. L’ombra, nella sala, comincia ad addensarsi, accrescendo quel senso di smarrimento e di più profonda costernazione da cui quei quattro mascherati sono compresi e sempre più allontanati dal grande Mascherato, rimasto assorto a contemplare una spaventosa miseria che non è di lui solo, ma di tutti. Poi egli si riscuote, fa come per cercare i quattro che non sente più attorno a sé e dice:
S’è fatto buio, qua.
Ordulfo

(subito, facendosi avanti).
Vuole che vada a prendere la lampa?
Enrico IV

(con ironia). La lampa, si…Credete che non sappia che, appena volto le spalle con la mia lampa ad olio per andare a dormire, accendete la luce elettrica per voi – qua e anche là nella sala del trono? – Fingo di non vederla…
Ordulfo

Ah! – Vuole allora…?
Enrico IV

No: m’accecherebbe. – Voglio la mia lampa.

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