L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto

La pazzia di Orlando, Gustave Doré, illustrazione

La pazzia di Orlando, Gustave Doré, illustrazione

L’ Orlando furioso è un romanzo cavalleresco in ottave, in quarantasei canti.
Ariosto vi lavorò dal 1505-1506 al 1532, pubblicando tre successive edizioni nel 1516, nel 1521 e nel 1532. Il poema è dedicato a Ippolito d’Este e racconta le imprese dei cavalieri di Carlo Magno e dei Mori, o Arabi, loro nemici, e di Orlando, il più valoroso dei cavalieri del re, che diventa pazzo furioso, quando scopre che la donna amata, Angelica, ama un altro uomo e infine rinsavisce grazie ad Astolfo, un cavaliere inglese suo amico, che ritrova il senno dello sfortunato cavaliere sulla Luna.
Ariosto presenta il suo poema come  una “gionta”, una continuazione dell’Orlando innamorato di Boiardo.
La trama
Orlando, dopo lunghi viaggi in Oriente, è tornato in Occidente con Angelica, all’accampamento di re Carlo ai piedi dei Pirenei. Qui durante la battaglia campale che oppone l’esercito cristiano a quello dei Mori infedeli, Angelica, promessa come ricompensa al cavaliere più valoroso, approfittando della disfatta dell’esercito cristiano, si allontana dall’accampamento ed entra in un bosco (canto I ottava X e sgg.) Di avventura in avventura, di canto in canto, Angelica fugge i cavalieri innamorati di lei che la inseguono, diviene invisibile grazie a un anello magico e si prende gioco di loro, infine su un prato incontra un giovane soldato ferito, Medoro, di cui si innamora, che sposa e con cui decide di ritornare nel lontano Catai (canto XIX ottava XVII e sgg.).
Orlando persa Angelica, proprio in Francia, là dove pensava più facile averla per sè, passerà buona parte del poema a cercarla. A Parigi e per la Francia, su fino alla Bretagna e alla Normandia, Orlando insegue Angelica, che ora gli appare in sogno, invocando aiuto, ora in carne ed ossa lo inganna e si fa gioco di lui. (canto XII ottava 23 e sgg.)
Mentre cerca Angelica che sempre gli sfugge, Orlando combatte contro gli infedeli, salva altre principesse in pericolo e un giorno dopo aver combattuto e sconfitto un nemico, si ferma a riposare in un prato e sui tronchi degli alberi e sulle rocce vede incisi i nomi di Angelica e Medoro. Un pastore, che aveva ospitato i due amanti, gli racconta la loro storia d’amore e gli mostra il bracciale d’oro e gemme, dono di Orlando ad Angelica, che questa aveva donato al pastore per ricompersarlo della sua ospitalità .
“Questa conclusione fu la scure che ‘l capo a un colpo gli levò dal collo”, Orlando per gelosia impazzisce, in preda all’odio, alla rabbia, all’ira e al furore distrugge gli alberi e le rocce su cui sono incisi i nomi dei due amanti, poi per tre giorni e tre notti rimane immobile, sdraiato a terra senza né mangiare né dormire, il quarto giorno si denuda completamente e continua la sua opera di distruzione. (canto XXIII ottava CXXI e sgg. ) Vaga disperato e furioso finché giunge in Spagna, scende fino in Catalogna, vicino alla città di Tarragona, qui sulla spiaggia, nudo, più simile a un animale, porco e cane, che a un essere umano, la faccia magra come un teschio, i capelli e la barba orridi e incolti, incontra Angelica che insieme a Medoro e lì per imbarcarsi per il Catai. I due non si riconoscono, Orlando, desideroso della donna, vuole afferrarla, Medoro cerca di difenderla, ma Orlando gli uccide il cavallo e lo disarciona, Angelica spaventata mette in bocca l’anello che la rende invisibile, ma un attimo prima di scomparire cade riversa sulla spiaggia ed esce definitivamente di scena.
Orlando impossessatosi della giumenta di Angelica continua la sua folle corsa (canto XXIX ottava LVIII e sgg.), a nuoto raggiunge l’Africa, dove Astolfo, il cavaliere inglese che è stato sulla luna a recuperare il senno dell’amico impazzito (canto XXXIV ottava LXXI e sgg.), gli fa fiutare l’ampolla che lo contiene. Orlando rinsavisce, compie le ultime imprese e ritorna a Parigi da re Carlo con Ruggiero, l’eroe destinato con Bradamante a dare inizio alla casata degli Estensi.
Dopo Orlando, Ruggiero è il cavaliere più importante del poema perché è il capostipite degli Estensi. Ruggiero, rimasto orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto dal mago Atlante , che abbandona per seguire il re moro Agramante nella guerra contro i cristiani. Su di lui pende una triste profezia, cresciuto e convertitosi al cristianesimo verrà ucciso dai perfidi Maganzesi.
Prigioniero del castello del mago Atlante (canto IV ottava XXIX e sgg.), che vuole proteggerlo dal suo destino di morte e poi catturato dalla vecchia strega Alcina, che grazie alle sue arti magiche si presenta a lui come giovane e bellissima donna facendolo innamorare (canto VII ottava IX e sgg.), Ruggiero, dopo lunghe peregrinazioni e avventure, infine dà compimento al proprio destino si converte al cristianesimo e sposa Bradamante.
Bradamante, fortissima guerriera, sorella di Rinaldo e cugina di Orlando, entra in scena nel primo canto compiendo un’impresa singolare. Chiusa in una bianca armatura che nasconde la sua figura di donna, Bradamante, che sta cercando Ruggiero, giunge nel bosco e incontra il re Sacripante, che è sul punto di aggredire la bella Angelica. I due si battono e il bianco cavaliere in men che non si dica atterra il re e riparte di corsa. Sacripante tutto pesto e vergognoso subito dopo verrà a sapere da un messaggero che è stato atterrato da una valorosa e bella fanciulla. (canto I ottava LX e sgg.) Innumerabili altre avventure e imprese di cavalieri e donne si intrecciano a quelle di Orlando e Ruggiero.

Un giudizio critico
“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto” (canto I vv.1-4)

Il poema di Ariosto si presenta come una creazione in cui la molteplicità delle vicende narrate e dei personaggi si compone in una costruzione perfettamente equilibrata e l’opera è un esempio di mirabile armonia compositiva.
Benedetto Croce (1866-1952) filosofo e storico, riprendendo un’interpretazione critica di Francesco De Sanctis, ha definito Ariosto “poeta dell’armonia”. Questa interpretazione è stata approfondita dalla critica del ventesimo secolo (Momigliano, Binni, Caretti, Calvino). Ariosto è un poeta che crea un mondo fantastico e irreale, ma questo mondo è come uno specchio, a volte uno specchio rovesciato e deformante, del mondo reale nel quale Ariosto e i suoi lettori passati e presenti vissero e vivono.
Poeta ilare, apparentemente disimpegnato e ironico, a tratti cinico (indifferente lo definì Francesco De Sanctis), Ariosto “resta misterioso : nella sua ostinata maestria a costruire ottave su ottave sembra occupato soprattutto a nascondere se stesso. Egli è certo lontano dalla tragica profondità che avrà Cervantes, quando un secolo dopo, nel Don Chisciotte, compirà la dissoluzione della letteratura cavalleresca. Ma tra i pochi libri che si salvano, quando il curato e il barbiere danno alle fiamme la biblioteca che ha condotto alla follia l’hidalgo della Mancia, c’è il Furioso…” (Orlando Furioso, Presentazione di Italo Calvino, Einaudi Tascabili Classici, pp.XLIII-XLIV)

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