La lirica barocca e Giambattista Marino

L’arte del Seicento è detta barocca. Il termine barocco è utilizzato nel Settecento per indicare il cattivo gusto degli architetti, pittori e scultori del Seicento, in seguito il termine è stato utilizzato anche nel campo della storia della letteratura e della musica , senza l’originario valore negativo e dispregiativo.
Il Barocco non rispetta i canoni del classicismo cinquecentesco, ispirati a ordine, equilibrio e armonia, anche se il modello classicista resta imprescindibile per gli artisti del Barocco.
L’arte barocca vuole essere strana, meravigliosa, sbalorditiva, vuole colpire lo spettatore e il lettore al cuore e alla mente.
Nell’ arte, nell’ architettura, nella musica, nel teatro l’arte barocca italiana annovera alcuni dei più grandi artisti europei del Seicento : Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Caravaggio, Pietro da Cortona, Guercino, Luca Giordano, Salvator Rosa, Claudio Monteverdi, Domenico Scarlatti, Antonio Vivaldi.
Il principale poeta della lirica barocca in Italia è Giambattista Marino.
Nato a Napoli nel 1569, ebbe una vita errabonda e movimentata, da 1608 al 1615 visse a Torino alla corte di Carlo Emanuele I, nel 1615 si trasferì in Francia, a Parigi, dove ebbe la protezione prima di Maria de Medici e poi di Luigi XIII, riscuotendo grande successo negli ambienti letterari e mondani. A Parigi pubblicò nel 1623 l’Adone, la sua opera più importante. Tornato in Italia nel 1624, morì a Napoli nel 1625.
Le opere di Marino ebbero tra i contemporanei grande successo e molti poeti lo imitarono. Tra i marinisti ricordiamo : Gerolamo Fontanella, Ciro di Pers, Giacomo Lubrano.
Il motto della lirica marinista è riassunto da Marino in tre versi “È del poeta il fine la meraviglia (parlo dell’eccellente e non del goffo) : chi non sa far stupir vada alla striglia”.
Il poeta deve destare stupore, meraviglia nel lettore e per riuscirci usa con maestria tutti gli artifici retorici : analogie, antitesi, bisticci, metafore, etc., che la tecnica poetica gli mette a disposizione. La figura retorica prediletta dai poeti del Barocco è la metafora, la più ingegnosa, acuta, straordinaria, mirabile invenzione dei poeti. Essa deve esser « pellegrina » ovvero proporre accoppiamenti di parole astrusi e rari, ed esprimere  “un concetto per mezzo di un altro molto diverso, trovando in cose dissimiglianti la simiglianza” (E. Tesauro, La metafora barocca, in H.Grosser, Il canone letterario, vol.3, p.254)
I temi prediletti dalla lirica barocca sono l’amore, con una particolare insistenza sulla sensualità del corpo della donna, spesso rappresentato nelle sue parti separate : il seno, i capelli, il viso, le mani etc., la riflessione sulla fugacità del tempo e sulla morte, la rappresentazione fantastica della natura.
Una delle caratteristiche della lirica barocca è la ricerca di motivi e immagini non usuali nella tradizione lirica, le immagini tradizionali vengono reinventate e arricchite di aspetti nuovi e sorprendenti. È il caso della poesia Pallidetto mio sole di Marino, in cui l’immagine della donna che emana luce, risalente a Petrarca e prima ancora ai poeti del Dolce Stil Novo, viene rinnovata attraverso il motivo del pallore, tradizionalmente legato al tema della morte della donna.
In molte poesie barocche dedicate alle donne, queste perdono la loro tradizionale immobilità e sono impegnate in innumerevoli e a volte strane azioni : si pettinano, si specchiano, cuciono, saltano la corda, si tuffano, ballano etc., e alla donna bella si affiancano serve, zingare e mendicanti e anche vecchie, sporche e pidocchiose.
Nelle poesie sul tempo e sulla morte sono protagonisti teschi, orologi, monumenti funebri, fantasmi e scheletri.
Della natura si preferiscono le immagini cangianti, mutevoli, sfuggenti : l’acqua, le onde, le nuvole, i rami, le foglie, insetti, oppure quelle che rappresentano elementi che appassiscono, sfioriscono, scompaiono, giungono alla loro fine.
Del resto il XVII secolo è il secolo post-rivoluzione astronomica, che ha distrutto la visione tolemaico-aristotelica di un universo chiuso e geocentrico, e anche il secolo post-scoperta dell’America in cui comincia a serpeggiare l’idea della relatività di idee, valori, fedi e credenze.
Michel De Montaigne nei Saggi scrive “Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa:la terra, le rocce del Caucaso, le piramidi d’Egitto, e per il movimento generale e per il loro proprio. La stessa costanza non è che un movimento più debole. Io non posso fissare il mio oggetto. Esso procede incerto e vacillante, per una naturale ebrezza. Io lo prendo in questo punto, com’è, nell’istante in cui mi interesso a lui. Non descrivo l’essere. Descrivo il passaggio…” (in Barbara Spinelli presentazione di “Per l’alto mare aperto” di Eugenio Scalfari)
I poeti, gli artisti barocchi testimoniano con la loro arte astrusa e visionaria di essersi accorti del cambiamento in atto.

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