De vulgari eloquentia, Convivio, Monarchia: testi

De vulgari eloquentia
Capitolo XVI libro I

Nel capitolo XI del I libro del De vulgari eloquentia Dante dichiara di essere alla ricerca del volgare italiano più elegante, che chiama illustre.
Nel capitolo XVI il volgare illustre che Dante cerca e non trova è paragonato a una pantera, che secondo i bestiari medievali emanava un profumo che attirava gli altri animali. Per individuare il volgare illustre Dante si affida a un metodo di indagine che definisce razionale. In ogni categoria di elementi esiste un elemento con cui confrontare e valutare tutti gli elementi appartenenti a quella data categoria, per esempio tutti i colori si misurano sul bianco, le azioni degli uomini si misurano sulla virtù, etc. Così il volgare illustre, cardinale, regale e curiale è il volgare “che appartiene a tutte le città italiane” con cui vengono misurati, valutati e confrontati tutti gli altri volgari italiani.
Abbiamo battuto i boschi e i pascoli d’Italia senza trovare la pantera (1) che inseguiamo: applichiamo dunque per la sua scoperta un metodo di indagine più razionale, nell’intento di avviluppare nei nostri lacci questa fiera che fa sentire il suo profumo ovunque senza mostrarsi in nessun luogo.
Riprendiamo dunque i nostri spiedi di caccia e affermiamo che in ciascun genere deve esistere un elemento con cui confrontare e valutare tutti i membri di quel genere e da cui ricavare la misura degli altri suoi componenti. Così fra i numeri tutto viene misurato sull’uno, e si dice che un numero è maggiore o minore a seconda che si allontani o si avvicini all’uno; così fra i colori tutto è misurato sul bianco: si dice infatti che un colore è più o meno luminoso a seconda che si accosti o si discosti dal bianco. Queste affermazioni relative a casi che presentano le categorie della quantità e qualità si possono a nostro avviso estendere a qualsivoglia categoria, compresa la sostanza. Noi riteniamo cioè che ciascuna cosa, in quanto appartenente a un genere, sia misurabile dal più semplice dei componenti di quel genere. Anche fra le nostre azioni (benché si divìdano in diverse specie) bisogna quindi trovare questo indice che ci permetta di misurarle. In quanto agiamo come uomini in senso assoluto, abbiamo dunque come indice la virtù (intendendola in senso generale): infatti rispetto ad essa giudichiamo buono o cattivo un uomo; in quanto agiamo come uomini e cittadini, abbiamo come indice la legge, in base alla quale dichiariamo buono o cattivo un cittadino; in quanto agiamo come uomini e Italiani, abbiamo alcuni indici semplicissimi, costituiti da usi, costumi e linguaggio, con cui valutiamo e misuriamo le azioni proprie degli Italiani. Ora, le più nobili di queste azioni proprie degli Italiani sono quelle che, senza appartenere ad alcuna città d’Italia, sono comuni a tutte le città: fra queste azioni possiamo adesso scorgere quel volgare che prima abbiamo cercato, quel volgare che si fa sentire in ogni città, senza aver sede in nessuna di esse. Esso può tuttavia farsi sentire in una città più che in un’altra: infatti la più semplice delle sostanze, cioè Dio, si fa sentire nell’uomo più che nella bestia, nell’animale più che nella pianta, nella pianta più che nel minerale, in quest’ultimo più che nell’elemento, nel fuoco più che nella terra; la più semplice quantità, cioè l’unità, si fa invece sentire nel numero dispari più che nel pari; il colore più semplice, cioè il bianco, si fa sentire nel giallo più che nel verde.
Abbiamo così conseguito ciò che cercavamo, e dichiariamo che in Italia il volgare illustre, cardinale, regale e curiale è quel volgare che appartiene a tutte le città italiane senza apparire proprio di alcuna di esse, quel volgare con cui vengono misurati, valutati e confrontati i volgari italiani.

1. La metafora della pantera riprende e conclude la metafora della caccia iniziata in V. E., I, XI, I. La cultura medievale, fondandosi sull’autorità degli scrittori classici attribuiva alla pantera un singolare comportamento: dopo ogni pasto questa belva dormiva per tre giorni e al proprio risveglio ruggiva emettendo un fiato così profumato da attirare tutti gli animali eccettuato il dragone: cfr. il Physiologus, e specialmente la parafrasi di questo testo presente in Brunetto, Tres., I, 193, 1. Tale caratteristica assicurava a questo animale un posto privilegiato nella letteratura, permettendo interpretazioni simboliche sia in senso religioso (in questo caso la fiera rappresentava Cristo) sia in senso amoroso (in questo caso essa si identificava con la donna o forniva un termine di paragone per il suo respiro e il suo profumo).

Capitolo XIX libro I
Nell’ultimo capitolo del primo libro del De vulgari eloquentia Dante, giunto al termine della sua ricerca, afferma che il volgare illustre, cardinale, regale e curiale da lui individuato è il volgare italiano e che esso è stato utilizzato dai poeti “che in Italia composero poesia in volgare”.

Affermiamo poi che questo volgare che abbiamo dimostrato essere illustre, cardinale, regale e curiale, si identifica con quello che viene chiamato volgare italiano. Infatti, come si può trovare un determinato volgare proprio di Cremona, così se ne può trovare uno proprio della Lombardia, e come se ne può trovare uno proprio della Lombardia, così se ne può trovare uno proprio del lato sinistro d’Italia, e come si possono trovare tutti questi volgari, così si può trovare il volgare che è proprio di tutta l’Italia. Pertanto, come il primo di questi riceve il nome di volgare cremonese, il secondo di volgare lombardo, il terzo di volgare di mezza Italia, così questo volgare che appartiene a tutta l’Italia, riceve il nome di volgare italiano. Esso fu usato dagli illustri maestri che in Italia composero poesia in volgare, e cioè da Siciliani, Apuli, Toscani, Romagnoli, Lombardi e scrittori di entrambe le Marche.
È nostra intenzione esporre la dottrina relativa all’eloquenza volgare, come abbiamo promesso all’inizio di quest’opera, e quindi cominceremo da questo volgare, in quanto è il volgare più eccellente: tratteremo nei prossimi libri chi a nostro avviso sia degno di usarlo, e per che cosa e come, nonché dove e quando e a chi bisogni rivolgerlo. Chiarito questo, procureremo di far luce sui volgari inferiori, scendendo per gradi fino al volgare che è proprio di una singola famiglia.

Edizione di riferimento:
Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986
cura e note di Sergio Cecchin

Convivio
Capitolo I libro I
Nel primo capitolo del primo libro del Convivio Dante espone lo scopo e l’oggetto dell’opera.
Come dice Aristotele nella Metafisica tutti gli uomini desiderano sapere. Questo perché l’anima tende naturalmente alla sua perfezione e la conoscenza è la perfezione dell’anima e in essa sta la felicità dell’uomo. Non tutti però possono raggiungere la conoscenza. Diversi sono i motivi che li impediscono, i difetti fisici o i vizi, la mancanza di tempo libero da dedicare allo studio o la lontanza dai centri di studio. Pochi sono coloro che siedono alla beata mensa dove si mangia il “pane degli angeli”, ovvero pochi possono dedicarsi allo studio e alla conoscenza, e Dante che conosce la dolcezza del sapere perché ha raccolto le briciole cadute dalla beata mensa dei sapienti vuole con queste briciole imbandire un banchetto per coloro che sono impediti. Fuor di metafora il banchetto è il Convivio stesso in cui Dante presenta e commenta le sue canzoni d’amore e di virtù. Le canzoni sono la vivanda del banchetto e il commento è il pane senza cui non si può mangiare la vivanda.

Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti. Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l’uomo e di fuori da esso lui rimovono da l’abito di scienza. Dentro da l’uomo possono essere due difetti e impedimenti: l’uno da la parte del corpo, l’altro da la parte de l’anima. Da la parte del corpo è quando le parti sono indebitamente disposte, sì che nulla ricevere può, sì come sono sordi e muti e loro simili. Da la parte de l’anima è quando la malizia vince in essa, sì che si fa seguitatrice di viziose delettazioni, ne le quali riceve tanto inganno che per quelle ogni cosa tiene a vile. Di fuori da l’uomo possono essere similemente due cagioni intese, l’una de le quali è induttrice di necessitade, l’altra di pigrizia. La prima è la cura familiare e civile, la quale convenevolemente a sé tiene de li uomini lo maggior numero, sì che in ozio di speculazione esser non possono. L’altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano.
Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte di dentro e la prima da la parte di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne; le due altre, avvegna che l’una più, sono degne di biasimo e d’abominazione.

Manifestamente adunque può vedere chi bene considera, che pochi rimangono quelli che a l’abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerevoli quasi sono li ’mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo! Ma però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui ch’elli ama, coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando. E acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata. E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi. Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata. (…) La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì d’amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d’alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro bontade era in grado. Ma questo pane, cioè la presente disposizione, sarà la luce la quale ogni colore di loro sentenza farà parvente.

Capitolo XIII libro I
Dante conclude il primo libro del Convivio con una entusiastica celebrazione del volgare “sole nuovo” che “darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade”.

Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce.

Edizione di riferimento
Dante, Opere minori, vol. II, sezione a cura di Angelo Jacomuzzi, U.T.E.T., Torino 1986, secondo l’edizione apprestata da Ermenegildo Pistelli per le Opere di Dante, testo critico della Società Dantesca Italiana, Firenze 1921

Monarchia
Capitolo XV libro III
Nell’ultimo capitolo della Monarchia Dante dimostra che l’autorità dell’imperatore dipende immediatamente da Dio e non dal papa. L’uomo è sia corruttibile in quanto corpo, sia incorruttibile in quanto anima e partecipa alla natura di entrambi. Per questo all’uomo sono dati due fini ultimi: la felicità terrena e la felicità eterna. A questi due fini sono preposte due guide, il Papa per condurre il genere umano alla felicità della vita eterna e l’imperatore per realizzare la felicità della vita terrena.
Poiché la terra e gli uomini sono sottoposti all’influenza dei cieli e solo Dio conosce i cieli e la loro disposizione solo Dio può eleggere l’imperatore e assegnargli il suo potere. Così dunque Dante dimostra che l’autorità dell’imperatore deriva senza alcun intermediario da Dio che è la fonte di ogni autorità. Alla fine del capitolo Dante invita l’imperatore ad avere nei confronti del Papa la reverenza che un figlio ha nei confronti del padre.

Sebbene nel capitolo precedente sia stato provato, con la riduzione all’assurdo, che l’autorità dell’Impero non deriva dall’autorità del Sommo Pontefice, tuttavia non è stato affatto dimostrato che essa dipenda immediatamente da Dio, se non in quanto ciò ne risulta di conseguenza. È logico infatti dire che, se non dipende dal Vicario di Dio, debba dipendere da Dio. Perciò, per una trattazione completa dell’assunto, occorre dimostrare in modo diretto che l’Imperatore, cioè il Monarca del mondo, dipende immediatamente dal Signore dell’universo, che è Dio. Per comprendere questa tesi, bisogna osservare che, tra tutti gli esseri, soltanto l’uomo tiene il posto intermedio tra le cose corruttibili e quelle incorruttibili, e perciò giustamente viene dai filosofi paragonato all’orizzonte che si trova in mezzo tra i due emisferi. Se infatti si considera l’uomo secondo ambedue i suoi componenti essenziali, cioè l’anima e il corpo, egli è corruttibile, se invece si considera solo secondo un componente, cioè l’anima, egli è incorruttibile. E per questo il Filosofo, nel secondo libro Dell’anima, riferendosi a questo elemento in quanto è incorruttibile, dice: «Solo questo, in quanto immortale, può separarsi dall’elemento corruttibile». Se pertanto l’uomo è qualcosa di mezzo tra gli esseri corruttibili e quelli incorruttibili, deve necessariamente partecipare della natura di ambedue, dato che ogni essere intermedio partecipa della natura degli estremi. E siccome ogni natura è ordinata ad un suo fine ultimo, ne consegue che il fine dell’uomo è duplice, cosicché egli, come è l’unico tra tutti gli esseri a partecipare dell’incorruttibilità e della corruttibilità, così è l’unico fra tutti ad essere ordinato a due fini ultimi, ad uno in quanto è corruttibile, all’altro in quanto è incorruttibile.
L’ineffabile Provvidenza ha posto dunque innanzi al l’uomo due fini cui tendere: la felicità di questa vita, che consiste nell’esplicazione della propria specifica facoltà, ed è simboleggiata nel paradiso terrestre, e la felicità della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, e costituisce il paradiso celeste; ad essa quella facoltà specifica dell’uomo non può elevarsi senza il soccorso della luce divina. A queste [due] beatitudini, come a [due] fini diversi, occorre giungere con mezzi diversi. Alla prima infatti perveniamo per mezzo degli insegnamenti filosofici, purché li mettiamo in pratica operando secondo le virtù morali e intellettuali; alla seconda invece perveniamo per mezzo degli insegnamenti divini che trascendono la ragione umana, purché li seguiamo operando secondo le virtù teologiche della fede, speranza e carità. Sebbene quel fine e quei mezzi [naturali] ci siano stati additati dalla ragione umana, quale si è manifestata a noi compiutamente attraverso i filosofi, e sebbene quel fine e quei mezzi [soprannaturali] ci siano stati indicati dallo Spirito Santo, che ci ha rivelato la verità soprannaturale a noi necessaria attraverso i profeti, gli scrittori ispirati, Gesù Cristo, figlio di Dio a lui coeterno, ed i suoi discepoli, tuttavia la cupidigia umana indurrebbe a dimenticarli, se gli uomini, come cavalli spinti dalla loro bestialità a percorrere vie traverse, non fossero trattenuti sulla retta strada «con la briglia e con il freno». Per questo l’uomo ebbe bisogno di una duplice guida, in corrispondenza del duplice fine, cioè del Sommo Pontefice, per condurre il genere umano alla vita eterna mediante la dottrina rivelata, e dell’Imperatore, per dirigere il genere umano alla felicità terrena attraverso gli insegnamenti della filosofia. E siccome a questo porto [della felicità terrena] nessuno o pochi, ed anche questi con eccessiva difficoltà, potrebbero approdare, se il genere umano — sedati i flutti della cupidigia esposta ad ogni seduzione — non riposasse libero nella tranquillità della pace, il governatore del mondo, detto Principe Romano, deve tendere con tutte le sue forze a questo scopo, cioè a far sì che in questa aiuola umana si possa vivere nella libertà e nella pace. E siccome la disposizione di questo mondo è conseguenza della disposizione propria dei moti celesti, affinché le utili iniziative imperiali di libertà e di pace possano trovare applicazione adatta ai luoghi e ai tempi, è necessario che quel governatore del mondo sia stabilito da chi ha una visione complessiva ed immediata della disposizione globale dei cieli. Ora questi è soltanto Colui che ha preordinato tale disposizione come mezzo per poter subordinare provvidenzialmente tutte le cose ai suoi piani. Ma se è così, solo Dio elegge, egli solo conferma, non avendo altri superiori a sé. Dal che si può ricavare questa ulteriore conseguenza, che né gli elettori attuali, né quelli che, in qualunque modo, sono stati detti «elettori» si possono chiamare con tale titolo, ma piuttosto vanno considerati come «annunciatori della scelta provvidenziale di Dio». Onde avviene che talvolta coloro, cui è stata conferita questa carica di annunciatori, sono travagliati da discordie, dovute al fatto che tutti o alcuni di essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non riescono ad individuare chiaramente l’elezione fatta da Dio. Così dunque risulta evidente che l’autorità del monarca temporale gli deriva, senza intermediario alcuno, dalla fonte stessa di ogni autorità, fonte che, pur essendo tutta raccolta nella roccaforte della sua semplicità, si espande in molteplici ruscelli per la sovrabbondanza della sua bontà.
Mi pare ormai di aver raggiunto la meta che mi ero proposto. Difatti è stata dimostrata la vera soluzione della questione se al buon ordinamento del mondo sia necessario l’ufficio del Monarca, dell’altra questione se il popolo romano si sia appropriato di diritto dell’Impero, ed infine dell’ultima questione se l’autorità del monarca dipenda immediatamente da Dio o da qualcun altro. La soluzione data all’ultima questione non va però intesa in senso così stretto, da escludere che il Principe romano non sottostia in qualcosa al romano Pontefice, poiché la felicità di questa vita mortale è ordinata, in qualche modo, alla felicità immortale .
Cesare pertanto usi verso Pietro di quella reverenza che il figlio primogenito deve usare verso il padre, affinché, illuminato dalla luce della grazia paterna, possa illuminare con maggior efficacia la terra, al cui governo è stato preposto solo da Colui che è il reggitore di tutte le cose spirituali e temporali.

Edizione di riferimento:
Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986
traduzione di Pio Gaja

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