Myricae di Giovanni Pascoli

Myricae è la prima e più importante raccolta di poesie di Pascoli. Myricae in latino significa tamerici,  specie arborea  citata da Virgilio in un verso della quarta bucolica “non omnes arbusta iuvant humilesque myricae” “non tutti amano gli arbusti e le umili tamerici”, la parola rimanda a una poesia di stile umile, non elevato. La raccolta ha avuto cinque principali edizioni, la prima nel 1891 di 22 testi, l’ultima nel 1900 di 156 testi, la maggior parte dei testi sono scritti tra il 1890 e il 1894. L’edizione definitiva è divisa in quindici sezioni.
La raccolta è dedicata al padre “A Ruggero Pascoli, mio padre”. Nella prefazione alla raccolta il poeta dice di avere deposto sulla tomba del padre i suoi canti “frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane” e chiede perdono al lettore delle sue lacrime e dei suoi singhiozzi “Di qualche lagrima, di qualche singulto, spero trovar perdono “.  La tomba nera e tetra ha oscurato la vita del poeta, ma egli non vuole vendetta e invita gli uomini “a benedire la vita che è bella” o meglio sarebbe bella “se noi non la guastassimo a noi e agli altri (…) gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene”. Gli uomini danno la colpa del male che gli uomini si fanno gli uni gli altri alla Natura ma sbagliano perché la Natura è “madre dolcissima, che anche nello spegnerci sembra che ci culli e addormenti”. Le parole del poeta potrebbero essere parole piene d’odio e di vendetta e invece sono parole d’amore.

La poesia che apre la raccolta è “Il giorno dei morti”, composta tra il 1890 e il 1893.
“Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto
con un fosco cipresso alto sul muro.”
Nel camposanto, battuto dalla pioggia e dal vento, i morti della famiglia di Pascoli, il padre, la madre, i due fratelli Luigi e Giacomo, le sorelle Ida, Margherita e Carolina piangono e si lamentano di essere stati abbandonati. Margherita invoca i fratelli di venirla a trovare, il padre ricorda l’ultimo istante di vita in cui il suo pensiero pieno di amore è corso ai figli che udiva singhiozzare lontano, la madre piange i figli morti e prega pace per quelli vivi. La pioggia sul camposanto sembra un pianto. Pascoli a differenza di Leopardi non sa distogliere lo sguardo dal proprio dolore da cui non vede scampo se non nel dolce abbraccio della morte. Lo spavento e il dolore per l’assassinio del padre e la morte della madre e dei fratelli ritornano ossessivamente nelle poesie di Myricae. Da Giacomo Debenedetti, un importante critico letterario del Novecento, la raccolta Myricae è stata definita “il romanzo dell’orfano”.
Come il bambino descritto da Sigmund Freud in “Al di là del principio di piacere” che scaglia via il giocattolo e poi lo riprende simulando la scomparsa e la riapparizione della madre che è andata via, Pascoli continua a ricreare nelle sue poesie gli eventi traumatici della sua vita. La poesia di Pascoli, come quella dei decadenti europei, è una poesia della “malattia”.

SCALPITIO
In questa poesia Pascoli immagina che la morte a cavallo percorra un paesaggio arido e deserto, qualche uccello solo e smarrito veloce come una freccia vola via da una distruzione lontana e sconosciuta. Il “piano deserto, infinito; tutto ampio, tutt’arido, eguale” è la vita che la morte percorre al galoppo, senza mai fermarsi.
L’ossessione di Pascoli per la morte, la sua pervasiva onnipresenza sono bene rappresentate da questa breve poesia. Il primo titolo della poesia era “La morte” poi mutato in “Scalpitio”.

Si sente un galoppo lontano
(è la…?),
che viene, che corre nel piano
con tremula rapidità.
Un piano deserto, infinito; 5
tutto ampio, tutt’arido, eguale:
qualche ombra d’uccello smarrito,
che scivola simile a strale:
non altro. Essi fuggono via
da qualche remoto sfacelo; 10
ma quale, ma dove egli sia,
non sa né la terra né il cielo.
Si sente un galoppo lontano
più forte,
che viene, che corre nel piano: 15
la Morte! la Morte! la Morte!

quattro quartine di versi novenari rimati ABAB, nella prima e ultima strofa in seconda sede compare un ternario. La poesia ha una struttura circolare e un ritmo lento e monotono. I versi si compongono di elementi ripetitivi “che viene, che corre”, “tutto ampio, tutt’arido”, “qualche ombra d’uccello”, “qualche remoto sfacelo” “ma quale, ma dove” “né la terra né il cielo”; alla fine  l’apparizione della Morte è amplificata dalle figure retoriche dell’anafora e personificazione.

CEPPO
La poesia fa parte di Creature, la quarta sezione di Myricae dominata dal tema della morte.
In “Ceppo” Pascoli riprende un’antica favola toscana, secondo la quale la notte di Natale la Madonna insieme al suo bambino appena nato andava di casa in casa in cerca di un fuoco per scaldarsi. È notte e nevica, le campane suonano a doppio per la Messa di Natale. Maria, bianca come la neve, giunge a una casa, la porta è aperta ed entra, nella cucina c’è odore di medicina, un pentolino sul fuoco borbotta, nel camino un piccolo ceppo brucia, la casa sembra vuota, Maria e Gesù bambino si avvicinano al fuoco per scaldarsi, da sopra arriva un suono, il lamento di qualcuno che sta male, la Madonna piange perché c’è una mamma che muore, poi piano piano esce dalla casa e va via. Sul focolare il ceppo brucia, il lamento è cessato. Maria cammina stanca nella neve, come in un sogno arriva il suono delle campane, sembra una voce debole e malata.
La madre di Pascoli morì il 18 dicembre del 1868, ma ai figli fu raccontato che era morta la vigilia di Natale.

È mezzanotte. Nevica. Alla pieve
suonano a doppio; suonano l’entrata.
Va la Madonna bianca tra la neve:
spinge una porta; l’apre: era accostata.
Entra nella capanna: la cucina
é piena d’un sentor di medicina. 5
Un bricco al fuoco s’ode borbottare:
piccolo il ceppo brucia al focolare.
Un gran silenzio. Sono a messa? Bene.
Gesù trema; Maria si accosta al fuoco.
Ma ecco un suono, un rantolo che viene 10
di su, sempre più fievole e più roco.
Il bricco versa e sfrigge: la campana,
col vento, or s’avvicina, or s’allontana.
La Madonna, con una mano al cuore,
geme: Una mamma, figlio mio, che muore! 15
E piano piano, col suo bimbo fiso
nel ceppo, torna all’uscio, apre, s’avvia.
Il ceppo sbracia e crepita improvviso,
il bricco versa e sfrigola via via:
quel rantolo… è finito. O Maria stanca! 20
bianca tu passi tra la neve bianca.
Suona d’intorno il doppio dell’entrata:
voce velata, malata, sognata.

tre ottave di versi endacasillabi che rimano ABABCCDD. La poesia presenta una struttura circolare, appena variata, nel secondo e penultimo verso “”suonano a doppio; suonano l’entrata”, “Suona d’intorno il doppio dell’entrata”.
In questa poesia  compaiono oggetti non comuni nella lirica italiana: una cucina  piena dell’odore delle medicine, un pentolino che bolle sul fuoco, un ceppo che brucia nel camino, sono oggetti “umili”, “piccoli”. In Myricae Pascoli dà inizio alla cosidetta “poetica degli oggetti”, che poi sarà fatta propria dai poeti crepuscolari e da Montale.

X Agosto
In X agosto Pascoli ricorda l’anniversario della morte del padre. Il 10 agosto del 1867 Ruggero Pascoli, padre del poeta, venne ucciso mentre tornava a casa. Gli assassini non furono mai arrestati, anche se molti indizi accusavano un mandante e due esecutori materiali. Il fatto che il padre fosse stato ucciso proprio la notte delle stelle cadenti suggerisce al poeta l’immagine del cielo che piange sulla terra buia e malvagia. Il racconto è in terza persona, un padre ucciso mentre torna a casa con un dono per i suoi bambini è paragonato a  una rondine che viene uccisa mentre torna al nido con la cena per i suoi piccolini. Il nido e la casa aspettano invano chi non tornerà mai più. Le stelle che cadono dall’alto del cielo lontano sembrano lacrime che inondano di pianto il mondo “quest’atomo opaco del Male”.

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto: 5
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano; 10
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido 15
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano 20

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
Oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

sei quartine di versi decasillabi e novenari alternati che rimano ABAB.
La X del titolo X Agosto è la chiave di lettura della poesia, è il simbolo della croce, segno del dolore che inonda il mondo. Il dieci agosto è il giorno in cui nel calendario cristiano si celebra San Lorenzo martire, nella notte di questo giorno si verifica il fenomeno astronomico delle stelle cadenti, che un tempo erano dette “lacrime di San Lorenzo”.
Pascoli usa in modo raffinato alcune delle più comuni figure retoriche le metafore “tetto” e “nido” (v5 e 13); le  simmetrie,  “ritornava” , “l’uccisero” , “Ora è là”, “cielo lontano” (v. 5, 13; 6,14; 9, 17; 10, 20); il chiasmo ( v.5, 11, 13, 17).

IL LAMPO
Questa poesia e quella successiva descrivono l’inizio di un temporale. Un lampo attraversa la notte e rompendo l’oscurità mostra il cielo e la terra in una visione sconvolta e angosciata; nel silenzioso subbuglio che segue appare una casa bianca che subito scompare , così un occhio si aprì e richiuse nel buio di una notte scura.

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto; 5
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

IL TUONO
Al lampo segue nella notte nera un tuono che rimbomba improvviso e violento, il cupo rimbombo si allontana fino a scomparire. Allora nel silenzio si ode il canto di una madre e il suono del dondolio di una culla .

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto, 5
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì di madre, e il moto di una culla.

Le due ballate piccole di endecasillabi, presentate di seguito nell’ultima edizione di Myricae, formano un sonetto.
“Il lampo” è stato messo in relazione con un frammento in prosa del 1892 in cui il poeta immagina gli ultimi istanti di vita del padre “I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento, in quel batter d’ala. Il momento fu rapido …. ma i pensieri non furono brevi e pochi. Quale intensità di passione! Come un lampo in una notte buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico; una terra irta piena d’alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci.”
Le due poesie rimandano alla notte dell’assassinio del padre, il temporale  rappresenta simbolicamente la fine della pace e della felicità dell’infanzia causata dalla morte violenta del padre: forse l’occhio, “largo, esterrefatto” del verso sei nella prima poesia è quello del padre nel momento della morte,  la “notte nera come il nulla”  quella dell’assassinio, il “canto” quello della madre che consola il bambino spaventato .
Tra le numerose figure retoriche notiamo le allitterazioni “bianca bianca nel tacito tumulto” “nella notte nera” “nella notte nera come il nulla” “col fragor d’arduo dirupo” “rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo”;  l’ossimoro “tacito tumulto”, la similitudine  “come un occhio, che , largo, esterefatto” a cui manca però il secondo termine .
La rappresentazione antropomorfica della terra “ansante, livida, in sussulto” e del cielo “ingombro, tragico, disfatto” e  la scelta  di una parte singola del viso umano “l’occhio” rimandano a tecniche espressionistiche, che ottengono effetti deformanti e perturbanti nella rappresentazione della realtà come avviene in queste due liriche.

ARANO
Le tre poesie che seguono fanno parte della sezione L’ultima passeggiata.
“L’estate è finita e il poeta fa l’ultima passeggiata prima di tornare in città. Passa tra cose e luoghi cari e li rivive in una serie di piccoli quadri apparentemente realistici ma che nascondono simboli e sensazioni profonde” (Myricae, introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo, note di Franco Melotti, Bur, p.186).
In queste poesie troviamo la cosiddetta poetica impressionistica, una tecnica poetica basata sulla registrazione minuziosa di impressioni visive e uditive,  in un saggio di poetica Pascoli scrive  che il poeta non deve fare altro che vedere e udire:  “Vedere e udire. Altro non deve il poeta”.  Ma la descrizione della natura e della vita campestre assume un significato altro, nascosto, esprime malinconia e tristezza, solitudine e abbandono, le inquietitudini e le paure del poeta. L’impressionismo delle immagini  si fonde con il simbolismo del significato.
Le tre poesie hanno tutte uguale forma metrica, sono madrigali di due terzine e una quartina di endecasillabi che rimano secondo lo schema ABA CBC DEDE.

Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte 5
le porche con sua marra pazïente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.

roggio: rosso
fratte: cespugli
porche: la terra rialzata tra solco e solco
marra: zappa

GALLINE
Al cader delle foglie, alla massaia
non piange il vecchio cor, come a noi grami:
che d’arguti galletti ha piena l’aia;
e spessi nella pace del mattino
delle utili galline ode i richiami: 5
zeppo, il granaio; il vin canta nel tino.
Cantano a sera intorno a lei stornelli
le fiorenti ragazze occhi pensosi,
mentre il granturco sfogliano, e i monelli
ruzzano nei cartocci strepitosi.

grami: miseri
arguti: dalla voce argentina
occhi pensosi: dagli occhi pensosi, costrutto alla greca

LAVANDARE
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare 5
con tonfi spessi e lunghe cantilene:
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

gora: canale
sciabordare: il rumore dei panni mossi dall'acqua
frasca: ramoscello con foglie
maggese: campo lasciato a riposo dopo un periodo di coltivazione

ULTIMO CANTO
È l’ora del tramonto, il campo di granturco ormai secco riflette i raggi del sole, il vento passa tra le foglie secche, uno stormo di passeri si alza in volo, una contadina intenta a sfogliare pannocchie canta una canzone d’amore.
Paesaggio e sentimento si fondono nella dolcezza e musicalità di un madrigale che ricorda quelli di Tasso.

Solo quel campo, dove io volga lento
l’occhio, biondeggia di pannocchie ancora,
e il solicello vi si trascolora.
Fragile passa fra’ cartocci il vento:
uno stormo di passeri s’invola: 5
nel cielo è un gran pallore di viola.
Canta una sfogliatrice a piena gola:
Amor comincia con canti e con suoni
e poi finisce con lacrime al cuore.

cartocci: le foglie delle pannocchie

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