Orlando Furioso: il proemio e la fuga di Angelica, canto 1 ottave 1-23

Come tutti i poemi epici l’Orlando Furioso inizia con un proemio. Nella prima e seconda ottava troviamo la protasi, ovvero la presentazione dell’argomento, e l’invocazione ad Alessandra Benucci, la donna amata, nella terza e quarta la dedica al cardinale Ippolito d’Este, fratello del duca Alfonso e signore di Ariosto. Ruggero il cavaliere di cui si parla nella quarta ottava è un eroe saraceno che si converte al cristianesimo e sposa Bradamante, dal loro matrimonio avrà origine la casata degli Estensi.
Argomenti del poema sono le imprese dei cavalieri nella guerra combattuta dall’esercito cristiano, al comando di Carlo Magno, contro l’esercito dei Mori infedeli, e i loro amori. Novità assoluta del poema è la pazzia di Orlando, che per gelosia è diventato pazzo furioso.
Il poeta spera che la sua donna, che ha quasi fatto impazzire anche lui, gli conceda di portare a termine l’opera (ottave 1-2). La dedica è a Alfonso d’Este, cardinale, fratello del duca di Ferrara Alfonso I d’Este e signore di Ariosto ; il poeta spera che egli sappia apprezzare l’opera. In essa si lodano le imprese di Ruggero, capostipite degli Estensi (ottave 3-4).
L’azione ha inizio sul campo di battaglia “sotto i gran monti Pirenei”, da una parte l’esercito cristiano di Carlo Magno, dall’altra gli infedeli, guidati da Marsilio, re di Spagna, e Agramante, re di Africa. Ma Orlando e Rinaldo, i più valorosi cavalieri dell’esercito cristiano, non pensano alla battaglia, ma ad Angelica, la bella principessa, che Orlando ha condotto dal lontano Oriente e di cui entrambi sono innamorati. Il re Carlo per convincere i due a combattere ha affidato la principessa al vecchio duca Namo di Baviera, promettendola a chi dei due avesse ucciso in battaglia più nemici.
Quel giorno però l’esercito cristiano viene sconfitto, il duca Namo viene preso prigioniero e Angelica rimasta sola nella tenda, balza in sella a un cavallo e fugge (ottave 5-10).
Entra in un bosco e incontra un cavaliere, vestito di tutto punto, con corazza, elmo, lancia e scudo che corre a più non posso. Angelica lo riconosce subito e più veloce di una pastorella di fronte a un serpente velenoso, si ferma e volta indietro il cavallo. È Rinaldo, signore di Montalbano, a cui poco prima era fuggito il cavallo Baiardo; anche lui ha immediatamente riconosciuto Angelica, la bella donna che lo tiene prigioniero nella rete di Amore (ottave 11-13).
Angelica fugge “a tutta briglia” per la selva, senza più guidare il cavallo, lascia che sia l’animale a farsi strada. Dopo lungo girare giunge a un fiume, dove vede un cavaliere tutto sporco e sudato. È Ferraù, un nobile cavaliere saraceno anche lui innamorato di Angelica; per lei ha sfidato Argalia, fratello di Angelica, e lo ha ucciso prendendogli l’elmo; ora sta cercando nel fiume proprio l’elmo che gli è caduto mentre beveva. Angelica arriva gridando forte e Ferraù la riconosce subito anche se è pallida e turbata per la paura. Sguainata la spada, come se avesse in testa l’elmo, che invece ha perso nel fiume, il prode cavaliere corre minaccioso verso Rinaldo. Iniziano a combattere dandosi colpi fortissimi che neppure un’incudine reggerebbe.
Intanto Angelica fugge (ottave 14-17).
Dopo aver combattuto per un bel po’ Rinaldo si rende conto che qualcosa non va, mentre loro combattono “la bella donna … se ne va via”, meglio prima prenderla e poi decidere con la spada di chi debba essere. Ferraù accetta la proposta e i due, montati insieme sullo stesso cavallo, si mettono alla ricerca della bella Angelica. “Oh gran bontà dei cavalieri antichi !” commenta molto ironicamente Ariosto. Sono rivali, hanno fedi diverse, sono tutti dolenti l’uno per i colpi dell’altro e se ne vanno tranquilli insieme per la selva oscura. Arrivano a un bivio e non sapendo quale strada abbia preso Angelica, si separano e ciascuno prende una via. Dopo lungo girare per il bosco, Ferraù si ritrova al punto di partenza sul fiume e riprende a cercare l’elmo perduto (ottave 18-23).

1 Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

2 Dirò d’Orlando in un medesmo tratto

cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

3 Piacciavi, generosa Erculea prole,

ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4 Voi sentirete fra i più degni eroi,

che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensier cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

5 Orlando, che gran tempo innamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti ed immortal trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,

6 per far al re Marsilio e al re Agramante

battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentì d’esservi giunto:

7 Che vi fu tolta la sua donna poi:

ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperi ai liti eoi
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
Il savio imperator, ch’estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse.

8 Nata pochi dì inanzi era una gara

tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che entrambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

9 in premio promettendola a quel d’essi,

ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
degl’infideli più copia uccidessi,
e di sua man prestasse opra più grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch’in fuga andò la gente battezzata,
e con molti altri fu ’l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione.

10 Dove, poi che rimase la donzella

ch’esser dovea del vincitor mercede,
inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alla cristiana fede:
entrò in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.

11 Indosso la corazza, l’elmo in testa,

la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e più leggier correa per la foresta,
ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
Timida pastorella mai sì presta
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.

12 Era costui quel paladin gagliardo,

figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per strano caso uscito era di mano.
Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe, quantunque di lontano,
l’angelico sembiante e quel bel volto
ch’all’amorose reti il tenea involto.

13 La donna il palafreno a dietro volta,

e per la selva a tutta briglia il caccia;
né per la rara più che per la folta,
la più sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di sé tolta,
lascia cura al destrier che la via faccia.
Di sù di giù, ne l’alta selva fiera
tanto girò, che venne a una riviera.

14 Su la riviera Ferraù trovosse

di sudor pieno e tutto polveroso.
Da la battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio di bere e di riposo;
e poi, mal grado suo, quivi fermosse,
perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,
l’elmo nel fiume si lasciò cadere,
né l’avea potuto anco riavere.

15 Quanto potea più forte, ne veniva

gridando la donzella ispaventata.
A quella voce salta in su la riva
il Saracino, e nel viso la guata;
e la conosce subito ch’arriva,
ben che di timor pallida e turbata,
e sien più dì che non n’udì novella,
che senza dubbio ell’è Angelica bella.

16 E perché era cortese, e n’avea forse

non men de’ dui cugini il petto caldo,
l’aiuto che potea tutto le porse,
pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:
trasse la spada, e minacciando corse
dove poco di lui temea Rinaldo.
Più volte s’eran già non pur veduti,
m’al paragon de l’arme conosciuti.

17 Cominciar quivi una crudel battaglia,

come a piè si trovar, coi brandi ignudi:
non che le piastre e la minuta maglia,
ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.
Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,
bisogna al palafren che ’l passo studi;
che quanto può menar de le calcagna,
colei lo caccia al bosco e alla campagna.

18 Poi che s’affaticar gran pezzo invano

i dui guerrier per por l’un l’altro sotto,
quando non meno era con l’arme in mano
questo di quel, né quel di questo dotto;
fu primiero il signor di Montalbano,
ch’al cavallier di Spagna fece motto,
sì come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco,
che tutto n’arde e non ritrova loco.

19 Disse al pagan: – Me sol creduto avrai,

e pur avrai te meco ancora offeso:
se questo avvien perché i fulgenti rai
del nuovo sol t’abbino il petto acceso,
di farmi qui tardar che guadagno hai?
che quando ancor tu m’abbi morto o preso,
non però tua la bella donna fia;
che, mentre noi tardiam, se ne va via.

20 Quanto fia meglio, amandola tu ancora,

che tu le venga a traversar la strada,
a ritenerla e farle far dimora,
prima che più lontana se ne vada!
Come l’avremo in potestate, allora
di chi esser de’ si provi con la spada:
non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
che possa riuscirci altro che danno. –

21 Al pagan la proposta non dispiacque:

così fu differita la tenzone;
e tal tregua tra lor subito nacque,
sì l’odio e l’ira va in oblivione,
che ’l pagano al partir da le fresche acque
non lasciò a piedi il buon figliuol d’Amone:
con preghi invita, ed al fin toglie in groppa,
e per l’orme d’Angelica galoppa.

22 Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!

Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi.
Da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva.

23 E come quei che non sapean se l’una

o l’altra via facesse la donzella
(però che senza differenza alcuna
apparia in amendue l’orma novella),
si messero ad arbitrio di fortuna,
Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
Pel bosco Ferraù molto s’avvolse,
e ritrovossi al fine onde si tolse.

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