Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga

Subito dopo la pubblicazione de I Malavoglia Verga inizia la stesura del secondo romanzo del ciclo dei vinti il Mastro-don Gesualdo. Il nuovo romanzo viene pubblicato nel 1890 dopo un lungo periodo di elaborazione e revisione. Negli stessi anni Verga lavora a varie raccolte di novelle, Novelle rusticane, Per le vie, Drammi intimi, Vagabondaggio, e all’adattamento per il teatro di Cavalleria rusticana, rappresentata per la prima volta a Torino nel gennaio del 1884. Tra le novelle e il nuovo romanzo ci sono stretti rapporti e diverse novelle anticipano sequenze narrative e soluzioni stilistiche del romanzo.
La prima elaborazione del romanzo prevedeva la narrazione della vita del protagonista a partire dalla nascita, alla fine il romanzo risulta diviso in quattro parti per un totale di ventuno capitoli. Ciascuna parte ruota intorno a un evento principale: il matrimonio di Mastro-don Gesualdo con Bianca Trao; la nascita della figlia Isabella; la storia d’amore di Isabella con il cugino Corrado e il matrimonio con il duca di Leyra, nobile ma povero; il fallimento e la morte di Mastro-don Gesualdo.
La storia di Mastro-don Gesualdo  è scritta nel suo stesso nome: “mastro” significa muratore, “don” è il titolo riservato ai ricchi gentiluomini del paese. Mastro-don Gesualdo con sacrificio e fatica è diventato ricco, ma la ricchezza, a cui ha sacrificato tutto, non lo ripaga di nulla. Dopo il matrimonio con la nobile decaduta Bianca Trao e la nascita della figlia Isabella, in realtà nata dalla precedente relazione della moglie con il cugino Ninì, la sua vita diviene sempre più triste e desolata; malvoluto sia dalla propria famiglia sia da quella della moglie, Gesualdo muore di cancro, solo, con il pensiero ancora fisso alla “roba” e la certezza che sarà dilapidata dalla figlia e dal genero.
Il racconto ha inizio con un evento drammatico generatore della vicenda, l’incendio di “casa Trao”. Nel trambusto dell’incendio don Diego Trao scopre la sorella Bianca con il cugino Ninì Rubiera. È un disonore e si deve porre rimedio maritando Isabella, ma la baronessa Rubiera non vuole che il figlio sposi la cugina povera e Bianca viene data in sposa a Mastro-don Gesualdo, che aspira a far parte della nobiltà del paese.
La vicenda principale di Mastro- don Gesualdo viene raccontata intrecciandola agli accadimenti minimi della vita quotidiana del paese, affari, pettegolezzi, processioni, e a eventi storici come le rivoluzioni del 1820 e del 1848 e il colera del 1837.
Come ne I Malavoglia i personaggi compaiono senza presentazione, senza “messa in scena”, per evitare ogni artificio e dare al lettore l’illusione completa della realtà, secondo il principio dell’opera che deve sembrare essersi fatta da sé. Nel Mastro-don Gesualdo la ricerca stilistica e linguistica di Verga non si ferma. Le tecniche narrative veriste vengono adattate alla nuova realtà rappresentata, non più il borgo di pescatori di Aci Trezza, ma il paese di nobili, borghesi, contadini e servi in cui è ambientato il nuovo romanzo.
Le principali novità sono: 1. scomparsa del narratore corale a cui si sostituisce un narratore esterno, più simile a quello dei romanzi naturalisti francesi, ovvero un narratore esterno che alterna una focalizzazione esterna a una focalizzazione interna variabile e multipla e che usa lingua, cadenza, modi di dire del mondo che racconta, 2. presenza dominante del punto di vista del protagonista, veicolato attraverso l’indiretto libero e il monologo interiore, 3. utilizzo intensivo del discorso diretto che si realizza con dialoghi fittissimi costruiti con una sintassi e un lessico tipici del parlato, che raggiungono esiti fortemente mimetici.
Verga rimane fedele al progetto del “ciclo dei vinti” presentato nella prefazione a I Malavoglia. “Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso (…) diviene avidità di ricchezze”, Mastro-don Gesualdo è uno dei vinti “che restano per via, (…) e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori di oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi di arrivare, e che saranno sorpassati domani”. Lo scrittore, l’osservatore di “questo spettacolo non ha diritto di giudicarlo”, ma lo studia senza passione per “rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere.” Ed è indubbio che Verga nelle novelle e nei romanzi veristi sia riuscito nell’intento di rappresentare la realtà di un mondo che di lì a poco sarebbe scomparso.

Capitolo III
In casa Sganci tutta la nobiltà del paese è riunita per vedere la processione del Santo patrono ed è stato invitato anche Mastro-don Gesualdo. La signora Sganci, zia di Bianca Trao, ha combinato il matrimonio tra  i due e l’invito è l’occasione per informare dell’accordo i due diretti interessati che sono entrambi all’oscuro della cosa. La narrazione dei fatti procede in modo apparentemente casuale, senza alcuna preoccupazione per le aspettative del lettore, che scopre solo alla fine del capitolo ciò che sta accadendo. Verga utilizza un narratore esterno a focalizzazione variabile per descrivere situazioni e personaggi  e il discorso diretto per i dialoghi.

La signora Sganci aveva la casa piena di gente, venuta per vedere la processione del Santo patrono: c’erano dei lumi persino nella scala; i cinque balconi che mandavano fuoco e fiamma sulla piazza nera di popolo; don Giuseppe Barabba in gran livrea e coi guanti di cotone, che annunziava le visite.
– Mastro-don Gesualdo! – vociò a un tratto, cacciando fra i battenti dorati il testone arruffato. – Devo lasciarlo entrare, signora padrona?
C’era il fior fiore della nobiltà: l’arciprete Bugno, lucente di raso nero; donna Giuseppina Alòsi, carica di gioie; il marchese Limòli, con la faccia e la parrucca del secolo scorso. La signora Sganci, sorpresa in quel bel modo dinanzi a tanta gente, non seppe frenarsi.
– Che bestia! Sei una bestia! Don Gesualdo Motta, si dice! Bestia!
Mastro-don Gesualdo fece così il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese, raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina.
– Avanti, avanti, don Gesualdo! – strillò il marchese Limòli con quella sua vocetta acre che pizzicava. – Non abbiate suggezione.
Mastro-don Gesualdo però esitava alquanto, intimidito, in mezzo alla gran sala tappezzata di damasco giallo, sotto gli occhi di tutti quei Sganci che lo guardavano alteramente dai ritratti, in giro alle pareti.
La padrona di casa gli fece animo:
– Qui, qui, c’è posto anche per voi, don Gesualdo.
C’era appunto il balcone del vicoletto, che guardava di sbieco sulla piazza, per gli invitati di seconda mano ed i parenti poveri: donna Chiara Macrì, così umile e dimessa che pareva una serva; sua figlia donna Agrippina, monaca di casa una ragazza con tanto di baffi, un faccione bruno e bitorzoluto da zoccolante, e due occhioni neri come il peccato che andavano frugando gli uomini. In prima fila il cugino don Ferdinando, curioso più di un ragazzo, che s’era spinto innanzi a gomitate, e allungava il collo verso la Piazza Grande dal cravattone nero, al pari di una tartaruga, cogli occhietti grigi e stralunati, il mento aguzzo e color di filiggine, il gran naso dei Trao palpitante, il codino ricurvo, simile alla coda di un cane sul bavero bisunto che gli arrivava alle orecchie pelose; e sua sorella donna Bianca rincantucciata dietro di lui,colle spalle un po’ curve, il busto magro e piatto, i capelli lisci, il viso smunto e dilavato, vestita di lanetta in mezzo a tutto il parentado in gala. La zia Sganci tornò a dire:
– Venite qui, don Gesualdo. V’ho serbato il posto per voi. Qui, vicino ai miei nipoti.
Bianca si fece in là, timidamente. Don Ferdinando, temendo d’esser scomodato, volse un momento il capo, accigliato, e mastro-don Gesualdo si avvicinò al balcone, inciampando, balbettando, sprofondandosi in scuse. Rimase lì, dietro le spalle di coloro che gli stavano dinanzi, alzando il capo a ogni razzo che saliva dalla piazza per darsi un contegno meno imbarazzato.
– Scusate! scusate! – sbuffò allora donna Agrippina Macrì, arricciando il naso, facendosi strada coi fianchi poderosi, assettandosi sdegnosa il fazzoletto bianco sul petto enorme; e capitò nel crocchio dove era la zia Cirmena colle altre dame, sul balcone grande, in mezzo a un gran mormorìo, tutte che si voltavano a guardare verso il balcone del vicoletto, in fondo alla sala. – Me l’han messo lì… alle costole, capite!… Un’indecenza!
– Ah, è quello lo sposo! – domandò sottovoce donna Giuseppina Alòsi, cogli occhietti che sorridevano in mezzo al viso placido di luna piena.
– Zitto! zitto. Vado a vedere… – disse la Cirmena, e attraversò la sala – come un mare di luce nel vestito di raso giallo – per andare a fiutare che cosa si macchinasse nel balcone del vicoletto. Lì tutti sembravano sulle spine: la zia Macrì fingendo di guardare nella piazza, Bianca zitta in un cantuccio, e don Ferdinando solo che badava a godersi la festa, voltando il capo di qua e di là,senza dire una parola.– Vi divertite qui, eh? Tu ti diverti, Bianca?
Don Ferdinando volse il capo infastidito; poi vedendo la cugina Cirmena, borbottò: – Ah… donna Sarina…buona sera! buona sera! – E tornò a voltarsi dall’altra parte. Bianca alzò gli occhi dolci ed umili sulla zia e non rispose; la Macrì abbozzò un sorriso discreto.
La Cirmena riprese subito, guardando don Gesualdo:
– Che caldo, eh? Si soffoca! C’è troppa gente questa volta… La cugina Sganci ha invitato tutto il paese…
Mastro-don Gesualdo fece per tirarsi da banda.– No, no, non vi scomodate, caro voi… Sentite piuttosto, cugina Macrì…
– Signora! signora! – vociò in quel momento don Giuseppe Barabba, facendo dei segni alla padrona.
– No, – rispose lei, – prima deve passare la processione.
Il marchese Limòli la colse a volo mentre s’allontanava, fermandola pel vestito: – Cugina, cugina, levatemi una curiosità: cosa state almanaccando con mastro-don Gesualdo?
– Me l’aspettavo… cattiva lingua!… – borbottò la Sganci; e lo piantò lì, senza dargli retta, che se la rideva fra le gengive nude, sprofondato nel seggiolone, come una mummia maliziosa.
Entrava in quel punto il notaro Neri, piccolo, calvo,rotondo, una vera trottola, col ventre petulante, la risata chiassosa, la parlantina che scappava stridendo a guisa di una carrucola. – Donna Mariannina!… Signori miei!… Quanta gente!… Quante bellezze!… – Poi, scoperto anche mastro-don Gesualdo in pompa magna, finse di chinarsi per vederci meglio, come avesse le traveggole, inarcando le ciglia, colla mano sugli occhi; si fece il segno della croce e scappò in furia verso il balcone grande, cacciandosi a gomitate nella folla, borbottando:
– Questa è più bella di tutte!… Com’è vero Dio!

Capitolo IV
Il IV è il primo capitolo interamente dedicato al protagonista del romanzo.  Al termine di una giornata di  lavoro, Mastro-don Gesualdo giunge alla sua fattoria alla Canziria, dove lo aspetta Diodata, la serva contadina da cui Gesualdo ha avuto due figli e a cui è particolarmente legato. Dopo avere mangiato accanto alla donna, Mastro-don Gesualdo esce sull’aia a prendere il fresco e si abbandona ai ricordi. Nel monologo interiore realizzato attraverso il discorso indiretto libero il protagonista ripercorre la sua vita dall’infanzia al presente.

Egli invece non aveva sonno. Si sentiva allargare il cuore. Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto… gli sembrava di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di suo padre, a Donferrante! Quante volte l’aveva fatta quella strada di Licodia, dietro gli asinelli che cascavano per via e morivano alle volte sotto il carico! Quanto piangere e chiamar santi e cristiani in aiuto! Mastro Nunzio allora suonava il deprofundis sulla schiena del figliuolo, con la funicella stessa della soma… Erano dieci o dodici tarì che gli cascavano di tasca ogni asino morto al poveruomo! – Carico di famiglia! Santo che gli faceva mangiare i gomiti sin d’allora; Speranza che cominciava a voler marito; la mamma con le febbri, tredici mesi dell’anno!… – Più colpi di funicella che pane!– Poi quando il Mascalise, suo zio, lo condusse seco manovale, a cercar fortuna… Il padre non voleva, perché aveva la sua superbia anche lui, come uno che era stato sempre padrone, alla fornace, e gli cuoceva di vedere il sangue suo al comando altrui. – Ci vollero sette anni prima che gli perdonasse, e fu quando finalmente Gesualdo arrivò a pigliare il primo appalto per conto suo… la fabbrica del Molinazzo… Circa duecento salme di gesso che andarono via dalla fornace al prezzo che volle mastro Nunzio… e la dote di Speranza anche, perché la ragazza non poteva più stare in casa… – E le dispute allorché cominciò a speculare sulla campagna!… – Mastro Nunzio non voleva saperne… Diceva che non era il mestiere in cui erano nati. «Fa l’arte che sai!» – Ma poi, quando il figliuolo lo condusse a veder le terre che aveva comprato, lì proprio, alla Canziria, non finiva di misurarle in lungo e in largo, povero vecchio, a gran passi,come avesse nelle gambe la canna dell’agrimensore… E ordinava «bisogna far questo e quest’altro» per usare del suo diritto, e non confessare che suo figlio potesse aver la testa più fine della sua. – La madre non ci arrivò a provare quella consolazione, poveretta. Morì raccomandando a tutti Santo, che era stato sempre il suo prediletto e Speranza carica di famiglia com’era stata lei…– un figliuolo ogni anno… – Tutti sulle spalle di Gesualdo, giacché lui guadagnava per tutti. Ne aveva guadagnati dei denari! Ne aveva fatta della roba! Ne aveva passate delle giornate dure e delle notti senza chiuder occhio! Vent’anni che non andava a letto una sola volta senza prima guardare il cielo per vedere come si mettesse. – Quante avemarie, e di quelle proprio che devono andar lassù, per la pioggia e pel bel tempo! – Tanta carne al fuoco! tanti pensieri, tante inquietudini, tante fatiche!… La coltura dei fondi, il commercio delle derrate, il rischio delle terre prese in affitto, le speculazioni del cognato Burgio che non ne indovinava una e rovesciava tutto il danno sulle spalle di lui!… – Mastro Nunzio che si ostinava ad arrischiare cogli appalti il denaro del figliuolo, per provare che era il padrone in casa sua!… –Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa grave di pensieri, il cuore grosso d’inquietudini, le ossa rotte di stanchezza; dormendo due ore quando capitava, come capitava, in un cantuccio della stalla, dietro una siepe, nell’aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula, all’ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in mezzo a un nugolo di zanzare. –Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo denaro; mai un’ora come quelle che suo fratello Santo regalavasi in barba sua all’osteria! – trovando a casa poi ogni volta il viso arcigno di Speranza, o le querimonie del cognato, o il piagnucolìo dei ragazzi –le liti fra tutti loro quando gli affari non andavano bene.– Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse. – Nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto. – Dover celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, l’impeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l’occhio vigilante, la bocca seria! Le astuzie di ogni giorno; le ambagi per dire soltanto «vi saluto»; le strette di mano inquiete, coll’orecchio teso; la lotta coi sorrisi falsi, o coi visi arrossati dall’ira, spumanti bava e minacce – la notte sempre inquieta, il domani sempre grave di speranza o di timore…– Ci hai lavorato, anche tu, nella roba del tuo padrone!… Hai le spalle grosse anche tu… povera Diodata!…Essa, vedendosi rivolta la parola, si accostò tutta contenta e gli si accovacciò ai piedi, su di un sasso, col viso bianco di luna, il mento sui ginocchi, in un gomitolo. Passava il tintinnìo dei campanacci, il calpestìo greve e lento per la distesa del bestiame che scendeva al torrente, dei muggiti gravi e come sonnolenti, le voci dei guardiani che lo guidavano e si spandevano lontane, nell’aria sonora. La luna ora discesa sino all’aia, stampava delle ombre nere in un albore freddo; disegnava l’ombra vagante dei cani di guardia che avevano fiutato il bestiame;la massa inerte del camparo, steso bocconi.

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