La coscienza di Zeno: La morte di mio padre

Il capitolo La morte di mio padre racconta gli ultimi giorni di vita del padre di Zeno.
Zeno parla dell’evento avvenuto il 15 aprile del 1890 quando ha circa trent’anni come dell’avvenimento più importante della sua vita. Tutto l’episodio ruota intorno al senso di colpa che Zeno prova nei confronti del padre. A Zeno sembra che il padre morendo abbia voluto punirlo dandogli uno schiaffo, ora che è morto non potrà più dimostrargli la sua innocenza e dovrà convivere con il proprio senso di colpa.
Anche per questo episodio Svevo si è servito di materiale freudiano. Secondo Freud quando si genera il complesso edipico il bambino stabilisce nei confronti del padre un comportamento ambivalente di amore e odio insieme. Il bambino vuole essere come il padre che ammira, ma allo stesso tempo prova rancore e ostilità nei suoi confronti, è questa ostilità che genera  il senso di colpa (S.Freud, Cinque conferenze, L’Io e l’Es, Compendio di psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 2011, p.129-130). L’individuo nevrotico non avendo superato il complesso edipico non riesce a liberarsi del senso di colpa che continua ad angosciarlo e opprimerlo.

Quando mi levai, Maria andò a coricarsi ed io restai accanto a mio padre insieme all’infermiere. Ero abbattuto e stanco; mio padre piú irrequieto che mai.
Fu allora che avvenne la scena terribile che non dimenticherò mai e che gettò lontano lontano la sua ombra, che offuscò ogni mio coraggio, ogni mia gioia. Per dimenticarne il dolore, fu d’uopo che ogni mio sentimento fosse affievolito dagli anni.
L’infermiere mi disse:
– Come sarebbe bene se riuscissimo di tenerlo a letto. Il dottore vi dà tanta importanza!
Fino a quel momento io ero rimasto adagiato sul sofà. Mi levai e andai al letto ove, in quel momento, ansante piú che mai, l’ammalato s’era coricato. Ero deciso: avrei costretto mio padre di restare almeno per mezz’ora nel riposo voluto dal medico. Non era questo il mio dovere?
Subito mio padre tentò di ribaltarsi verso la sponda del letto per sottrarsi alla mia pressione e levarsi. Con mano vigorosa poggiata sulla sua spalla, gliel’impedii mentre a voce alta e imperiosa gli comandavo di non moversi. Per un breve istante, terrorizzato, egli obbedí. Poi esclamò:
– Muoio!
E si rizzò. A mia volta, subito spaventato dal suo grido, rallentai la pressione della mia mano. Perciò egli poté sedere sulla sponda del letto proprio di faccia a me. Io penso che allora la sua ira fu aumentata al trovarsi – sebbene per un momento solo – impedito nei movimenti e gli parve certo ch’io gli togliessi anche l’aria di cui aveva tanto bisogno, come gli toglievo la luce stando in piedi contro di lui seduto. Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!
Non lo sapevo morto, ma mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli, moribondo, aveva voluto darmi. Con l’aiuto di Carlo lo sollevai e lo riposi in letto. Piangendo, proprio come un bambino punito, gli gridai nell’orecchio:
– Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star sdraiato! Era una bugia. Poi, ancora come un bambino, aggiunsi la promessa di non farlo piú:
– Ti lascerò movere come vorrai.
L’infermiere disse:
– È morto.
Dovettero allontanarmi a viva forza da quella stanza. Egli era morto ed io non potevo piú provargli la mia innocenza!

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