I crepuscolari – Guido Gozzano

I crepuscolari sono un gruppo di giovani poeti che pubblicano le loro prime raccolte poetiche nel primo decennio del Novecento. Guido Gozzano (1883-1916), Sergio Corazzini (1886-1907), Marino Moretti (1885-1979), Aldo Palazzeschi (1885-1974), vivono a Firenze, Roma, Torino. Il termine venne coniato dal critico e scrittore Giuseppe Antonio Borgese per indicare i poeti che venivano dopo la poesia dei grandi autori dell’Ottocento Carducci, Pascoli e D’Annunzio. Borgese li definisce poeti “che si annoiano e non hanno che un’emozione da cantare: la torpida e limacciosa malinconia del non avere nulla da dire e da fare”. La poesia crepuscolare ha termine nel 1916 con la morte di Guido Gozzano, che è considerato il maggiore di questi poeti.
I poeti crepuscolari hanno “perso l’aureola”; come Baudelaire, che mezzo secolo prima aveva scritto “Perdita dell’aureola”, sono consapevoli che nella società moderna la poesia e il poeta sono inutili e non hanno posto. I crepuscolari rifiutano il ruolo di poeta vate e la missione della poesia in cui i poeti italiani dell’Ottocento ancora credevano o affermavano di credere. Corazzini dice di essere “un piccolo fanciullo che piange”, Palazzeschi si definisce “un saltimbanco dell’anima” a cui “gli uomini non domandano più nulla”, Gozzano scrive il suo nome tutto minuscolo “guidogozzano” come fosse una cosa e dice di vergognarsi di essere un poeta.
Questi poeti si rappresentano come inadatti alla vita, tristi e malati, alcuni si autocommiserano e piagnucolano, altri si mostrano freddi e divertiti e nascondono con l’ironia il loro malessere. Nelle loro poesie quando non parlano di sé, raccontano storie di provincia i cui protagonisti sono piccoli borghesi alle prese con i problemi della vita, come la sorella di Moretti da poco sposata e incinta della poesia A Cesena , o la signorina Felicita dell’omonima poesia di Gozzano.
Lo stile delle loro poesie è discorsivo e apparentemente privo di artifici retorici, la lingua è prosaica, colloquiale e rifiuta i toni alti e le parole ricercate.

Guido Gozzano
Guido Gozzano, il maggiore dei poeti crepuscolari, nasce a Torino nel 1883. Appartiene a famiglia borghese benestante, frequenta i circoli letterari e l’università senza laurearsi. La sua opera principale è la raccolta I colloqui pubblicata nel 1911. Malato di tubercolosi muore giovane nel 1916, dopo aver compiuto un viaggio in India, gli articoli scritti per la Stampa  durante il viaggio vengono pubblicati dopo la morte nel volume Verso la cuna del mondo.

Invernale di Guido Gozzano in I colloqui
La poesia descrive un gruppo di giovani che pattinano su un lago ghiacciato. Improvvisamente il ghiaccio scricchiola e tutti corrono a riva. Uno dei giovani è trattenuto da una donna, per un momento si lascia trascinare da lei, ubriaco e sordo ai richiami degli altri. Si ode più “tetro e sordo” lo scricchiolio del ghiaccio e il giovane rabbrividisce come se avesse udito il sogghigno della Morte. Si libera dalla stretta della donna e torna a riva di corsa. La donna rimane ancora a lungo a roteare sui pattini al centro del lago ghiacciato. Quando torna a riva, spettinata e ansante, si avvicina al poeta lo ringrazia e gli dà del “vile”.
Sette strofe di sei versi endecasillabi ciascuna, la poesia è intessuta di ricordi danteschi dai canti XXXII e XXXIII, i suoni duri e stridenti, il ghiaccio che scricchiola, l’immagine dei volti dei giovani sulla superficie ghiacciata, che ricorda i dannati sepolti nel ghiaccio del Cocito degli ultimi canti dell’Inferno dantesco.
Il tema dell’amore si intreccia a quello della morte entrambi simboleggiati dalla giovane donna, dalla quale il poeta è allo stesso tempo attratto e respinto.

“…cri…i…i…i…i…icch”…
                                            l’incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
“A riva!” Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
“A riva! A riva!…” un soffio di paura 5
disperse la brigata fuggitiva

“Resta!” Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. “Resta, se tu m’ami!”
E sullo specchio subdolo e deserto 10
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d’immensità, sordi ai richiami.

Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m’abbandonai con lei nel folle accordo, 15
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro…
dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…

Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte, 20
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti…
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte…

Oh! Come, come, a quelle dita avvinto, 25
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperiosa dell’istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la riva, ansante, vinto… 30

Ella sola restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo nel suo regno solo.
Le piacque, al fine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come 35
la procellaria che raccoglie il volo. (1)

Noncurante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile, (2)
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese: 40
“Signor mio caro, grazie!” E mi protese
la mano breve, sibilando: – Vile!

Note (1) la procellaria è un uccello marino che vola instancabilmente sull’acqua anche durante le tempeste (2) gaietto è voce dantesca e significa variopinto

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