Arthur Rimbaud I poeti di sette anni

Ritratto di Juliette Courbet Gustave Courbet 1841

Ritratto di Juliette Courbet Gustave Courbet 1841

Rimbaud scrive questa poesia nel 1871 a 17 anni. La poesia è scritta in terza persona ma il poeta parla di sé stesso.
Descrive un bambino di sette anni bello, bravo e ubbidiente, che ha strani tics e manie.
Corre per i corridoi bui della casa a pugni chiusi, con la lingua di fuori e gli occhi stretti nei quali vede dei punti. Spesso il bambino si ritira a pensare in luoghi solitari, sul terrazzo della casa sotto una lampada o in fresche latrine. È amico dei bambini poveri e puzzolenti. La madre ogni tanto lo sorprende ma fa finta di non vedere, mente a sé stessa e al suo bambino, tenero e bello.
Con una bambina di otto anni ha scoperto il sesso, lei gli salta addosso e lui le morde le natiche nude sotto il vestito.
A sette anni il bambino scrive romanzi “sulla vita del vasto deserto dove splende la libertà rapita”, dove sogna praterie piene d’amore, di luce, di profumo, di dorate piante in fiore e assapora le cose misteriose, immerso nell’immaginazione trascorre la notte steso per terra su un pezzo di tela fino al cominciare del giorno, quando sente che da lontano arriva violentemente una vela.
In questa poesia Rimbaud traccia un ritratto di sè come di un bambino destinato a essere un poeta. Il poeta conosce sè stesso e sa rappresentare la propria storia dall’inizio, le prime volte che l’immaginazione lo colpisce e gli stravolge la vita. (G.Armellini, Letteratura letterature pp.163-165)

testo in lingua originale traduzione

LES POÈTES DE SEPT ANS
À M. P. Demeny.

Et la Mère, fermant le livre du devoir,
S’en allait satisfaite et très fière sans voir,
Dans les yeux bleus et sous le front plein d’éminences,
L’âme de son enfant livrée aux répugnances.
Tout le jour il suait d’obéissance ; très
Intelligent ; pourtant des tics noirs, quelques traits,
Semblaient prouver en lui d’âcres hypocrisies.
Dans l’ombre des couloirs aux tentures moisies,
En passant il tirait la langue, les deux poings
À l’aine, et dans ses yeux fermés voyait des points.
Une porte s’ouvrait sur le soir ; à la lampe
On le voyait, là-haut, qui râlait sur la rampe,
Sous un golfe de jour pendant du toit. L’été
Surtout, vaincu, stupide, il était entêté
À se renfermer dans la fraîcheur des latrines :
Il pensait là, tranquille et livrant ses narines.
Quand, lavé des odeurs du jour, le jardinet
Derrière la maison, en hiver, s’illunait,
Gisant au pied d’un mur, enterré dans la marne
Et pour des visions écrasant son œil darne,
Il écoutait grouiller les galeux espaliers.
Pitié ! Ces enfants seuls étaient ses familiers
Qui, chétifs, fronts nus, œil déteignant sur la joue,
Cachant de maigres doigts jaunes et noirs de boue,
Sous des habits puant la foire et tout vieillots,
Conversaient avec la douceur des idiots !
Et si, l’ayant surpris à des pitiés immondes,
Sa mère s’effrayait ; les tendresses profondes,
De l’enfant se jetaient sur cet étonnement.
C’était bon. Elle avait le bleu regard, — qui ment !
À sept ans, il faisait des romans, sur la vie
Du grand désert, où luit la Liberté ravie,
Forêts, soleils, rios, savanes ! — Il s’aidait
De journaux illustrés où, rouge, il regardait
Des Espagnoles rire et des Italiennes.
Quand venait, l’œil brun, folle, en robes d’indiennes,
— Huit ans, — la fille des ouvriers d’à côté,
La petite brutale, et qu’elle avait sauté,
Dans un coin, sur son dos, en secouant ses tresses,
Et qu’il était sous elle, il lui mordait les fesses,
Car elle ne portait jamais de pantalons ;
— Et, par elle meurtri des poings et des talons
Remportait les saveurs de sa peau dans sa chambre,
Il craignait les blafards dimanches de décembre,
Où, pommadé, sur un guéridon d’acajou,
Il lisait une Bible à la tranche vert-chou ;
Des rêves l’oppressaient chaque nuit dans l’alcôve.
Il n’aimait pas Dieu ; mais les hommes, qu’au soir fauve,
Noirs, en blouse, il voyait rentrer dans le faubourg
Où les crieurs, en trois roulements de tambour
Font autour des édits rire et gronder les foules.
— Il rêvait la prairie amoureuse, où des houles
Lumineuses, parfums sains, pubescence d’or,
Font leur remuement calme et prennent leur essor !
Et comme il savourait surtout les sombres choses,
Quand, dans la chambre nue aux persiennes closes,
Haute et bleue, âcrement prise d’humidité,
Il lisait son roman sans cesse médité,
Plein de lourds ciels ocreux et de forêts noyées,
De fleurs de chair aux bois sidérals déployées,
Vertige, écroulements, déroutes et pitié !
— Tandis que se faisait la rumeur du quartier,
En bas, — seul, et couché sur des pièces de toile
Écrue, et pressentant violemment la voile !
26 mai 1871
E la Madre, chiudendo il libro del dovere,
Se ne andava, soddisfatta e fiera senza vedere
Negli occhi azzurri e sotto la fronte prominente,
l’anima del suo bambino zeppa di ripugnanze.
Tutto il giorno sudava obbedienza; molto
intelligente eppure i neri tics, le manìe,
rivelavano in lui acerbe ipocrisie.
Nei corridoi bui dai parati ammuffiti,
Lui passava con la lingua fuori, coi pugni
sull’inguine, e vedeva punti dentro gli occhi chiusi.
Una porta si apriva nella sera: sotto la lampada
Lo scoprivano lassù, sulla ringhiera, a rantolare
sotto un golfo di luce appeso al tetto.
Soprattutto d’estate, àtono, vinto,
Si ostinava a rinchiudersi nella frescura delle latrine:
Là pensava tranquillo saziando le narici.
Quando, lavato dagli odori del giorno, l’orto
Dietro la casa, d’inverno, si riempiva della luce della luna
Steso ai piedi d’un muro, sepolto nella marna (terra fangosa)
spremendo visioni dal suo occhio intontito,
Ascoltava il brusio delle marce spalliere
Pietà! Era amico soltanto di quei bambini scarni
Che, a fronti nude, occhi stinti sulle guance,
Celando magre dita nere e gialle di fango,
Sotto vesti vecchiotte puzzolenti di sciolta,
Conversavano con la dolcezza degli idioti!
E se, nel sorprenderlo in pietà immonde, la madre
Si spaventava; le tenerezze, profonde,
Del bambino balzavano su quello stupore.
Era bello. Lei aveva lo sguardo azzurro, che mentiva !
A sette anni, faceva romanzi sulla vita
Del vasto deserto, dove splende la libertà rapita,
Soli, foreste, savane, rive! – Si aiutava
Con i giornali illustrati in cui, rosso, guardava
Ridere le Spagnole e le Italiane. Quando, pazza,
Occhi bruni, grembiulino d’indiana, – otto anni, –
Veniva la bambina degli operai vicini,
la piccola selvaggia, scotendo le trecce,
in un angolo, gli saltava a a cavalcioni,
Lui standole di sotto le addentava le natiche,
Perché non portava mai le mutandine;
E, pestato da lei coi pugni e coi calcagni,
Si portava i sapori della sua pelle in camera
Odiava le domeniche squallide, a dicembre,
In cui, impomatato, su un tavolino di mogano
Leggeva una Bibbia dal dorso verde-cavolo.
Nel letto ogni notte era oppresso dai sogni.
Non amava Dio; ma gli uomini che, la sera fulva,
Vedeva rientrare neri, in camiciotto, al sobborgo
Dove i banditori al rullo dei tamburi
Fanno rumoreggiare e ridere ai proclami le folle.
– Sognava le praterie piene d’amore, dove ondate
Di luce, sani profumi, pubescenze dorate,
Calmamente si espandono e prendono il volo!
E come assaporava le cose misteriose
Quando, nella stanza nuda con le persiane chiuse,
Alta e azzurra, satura di umidi afrori,
Leggeva il suo romanzo sempre rimeditato,
Pieno di grevi cieli color ocra e foreste affogate,
Fiori di carne esplosi ai boschi siderali,
vertigine, scoscendimenti, disfatte, pietà!
– Mentre avevano inizio i rumori del quartiere,
Giù in basso – da solo, e steso su una pezza
Di tela grezza, e presentendo con violenza la vela!
26 maggio 1871

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