Rime di Vittorio Alfieri

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Ritratto di Vittorio Alfieri di François Xavier Fabre, 1793, sul retro di questo quadro Alfieri ricopiò il sonetto Sublime specchio di veraci detti

Le Rime, 351 componimenti di vario metro, raccolgono le poesie scritte da Alfieri. Una prima raccolta fu stampata nel 1789, una seconda definitiva nel 1804, dopo la morte del poeta. Le Rime sono l’autobiografia poetica di Alfieri, la figura del poeta, solo, malinconico, irato, angosciato, domina i componimenti della raccolta. Il modello delle Rime è il Canzoniere di Petrarca, ma la poesia di Alfieri è lontana dall’armonia ed euritmia petrarchesca, il verso di Alfieri è teso e  spezzato, specchio dell’animo agitato del poeta. Le Rime di Alfieri eserciteranno una notevole influenza sui maggiori letterati della generazione successiva, Foscolo, Manzoni, Leopardi.

CLVII Sublime specchio di veraci detti
In questo sonetto, datato 9 giugno 1786, Alfieri traccia un autoritratto di sé, descrive nelle due quartine il suo aspetto fisico, i capelli, la corporatura, i dettagli del viso, nelle due terzine indica i principali tratti del proprio carattere. Nell’ultimo verso il poeta rivolge a se stesso in terza persona un’interrogativa diretta, quale giudizio esprimere su di sé è possibile stabilirlo solo davanti alla “Morte”. Questo sonetto farà da modello ai due sonetti autoritratto di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni. ( a questo link pdf sui sonetti autobiografici Alfieri, Foscolo, Manzoni di Daniela Aronica)

Sublime specchio di veraci detti,
mostrami in corpo e in anima qual sono:
capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;
lunga statura, e capo a terra prono;

sottil persona in su due stinchi schietti; 
bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
giusto naso, bel labro, e denti eletti;
pallido in volto, più che un re sul trono:

or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
irato sempre, e non maligno mai;
la mente e il cor meco in perpetua lite:

per lo più mesto, e talor lieto assai,
or stimandomi Achille, ed or Tersite:
uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

XVIII Bieca, o Morte, minacci?
Questo sonetto è datato 12 gennaio 1778, Alfieri sfida la Morte a vibrare il suo colpo mortale, la morte libera il poeta dalla vita che il poeta sente di vivere “in ceppi” . Il sonetto riprende alcune delle idee espresse da Alfieri nel trattato Della tirannide, del 1777. Alfieri presenta sé stesso come un uomo che  sfida la morte in nome della propria libertà. Questo atteggiamento di sfida e ribellione nei confronti dell’autorità e del potere è stato definito titanismo, dal nome, Titani, delle divinità ribelli dell’antica mitologia greca.

Bieca, o Morte, minacci? e in atto orrenda,
l’adunca falce a me brandisci innante?
Vibrala, su: me non vedrai tremante
pregarti mai, che il gran colpo sospenda.

Nascer, sì, nascer chiamo aspra vicenda,
non già il morire, ond’io d’angosce tante
scevro rimango, e un solo breve istante
de’ miei servi natali il fallo ammenda.

Morte a troncar l’obbrobbriosa vita
che in ceppi io traggo, io di servir non degno
che indugi omai, se il tuo indugiar m’irrita?

Sottrammi ai re, cui sol dà orgoglio e regno
viltà dei più, ch’a inferocir gl’invita
e a prevenir dei pochi il tardo sdegno.

CLXXIII Tacito orror di solitaria selva
In questo sonetto, datato 26 agosto 1786, il motivo della solitudine rimanda a Petrarca, al sonetto Solo e pensoso, in cui il poeta ricerca la solitudine per sfuggire agli uomini e dedicarsi ai propri pensieri d’amore. Alfieri nutre un uguale desiderio di solitudine e lontananza dagli uomini, la selva solitaria diviene un luogo immaginario  dove è possibile fuggire dall’oppressione  della vita.  La solitudine è  l’unica via di scampo a una vita  da “schiavo” che il poeta non accetta di vivere. Alfieri utilizza in questo sonetto parole aspre e disarmoniche, più che a Petrarca le scelte linguistiche e stilistiche di questo sonetto rimandano alla poesia di Dante.

Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricrea
tra’ figli suoi nessuna orrida belva.

E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
tanto più calma e gioja in me si crea;
onde membrando com’io là godea,
spesso mia mente poscia si rinselva.

Non ch’io gli uomini abborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
né ch’io mi creda al buon sentier più appresso:

ma, non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai.

CXXXV Solo, fra i mesti miei pensieri
Il sonetto è datato 4 gennaio 1785, in Pisa al mare , il poeta si raffigura in riva al mare in compagnia del suo cavallo. Il mare è in tempesta, spesso negli scritti di Alfieri la natura   ha tratti cupi, notturni e selvaggi, che si possono definire  romantici. Il cuore del poeta è pieno di “alta malinconia”, sentimento  che è dolce e gradito, perché provoca dimenticanza di sé e delle proprie pene e crea nella mente l’illusione di essere in compagnia della propria amata. Alla malinconia sono dedicati diversi componimenti della raccolta, la malinconia è il sentimento di “mestizia”, tristezza, senso di insoddisfazione, desiderio sempre inappagato, a questo stato d’animo i poeti tedeschi romantici  daranno il nome di “Sehnsucht”, da sehnen «desiderare» e Sucht «brama».

Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva
al mar là dove il Tosco fiume ha foce,
con Fido il mio destrier pian pian men giva;
e muggìan l’onde irate in suon feroce.

Quell’ermo lido, e il gran fragor mi empiva
il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce)
d’alta malinconia; ma grata, e priva
di quel suo pianger, che pur tanto nuoce.

Dolce oblio di mie pene e di me stesso
nella pacata fantasia piovea;
e senza affanno sospirava io spesso:

quella, ch’io sempre bramo, anco parea
cavalcando venirne a me dappresso…
Nullo error mai felice al par mi fea.

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