Archivio mensile:ottobre 2014

Mozah bint Nasser al Missned

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Biografia

Gli antichi ci insegnano ‘omen nomen’ –nel nome il destino- e guardando a Mozah bint Nasser al Missned non possiamo che constatarlo. Di origine ebraica, il nome ‘Mozah’ significa ‘azzimo’, parola che nella cultura ebraica associamo a ‘cambiamento’; infatti il pane azzimo viene associato alla fuga dall’Egitto durante la quale il pane non aveva tempo di lievitare, ma anche alla festa delle primizie in cui si eliminava il vecchio lievito.
Ed è proprio il cambiamento ciò che Mozah sta provocando: a Doha all’ingresso del suo ufficio è posta una scultura che rappresenta un piede nell’atto di abbattere un muro con un calcio, dentro il suo ufficio cerca di abbattere muri ben più consistenti per costruire un nuovo mondo.

Nata nel 1959 da una famiglia di dissidenti – il padre venne addirittura esiliato -, diventata moglie del principe Hamad bin Khalifa al-Thani a soli 18 anni, oggi rappresenta il volto pubblico (e meno male!) del piccolo ma potente Qatar. Così quest’affascinante donna, che si è fatta regalare dal marito la Maison Valentino, distrugge l’immagine occidentale della donna islamica sottomessa ed oppressa. Con il suo charme, la sua sobrietà e la sua eleganza innata, Mozah è riuscita a conquistare donne e uomini di ogni ceto sociale e luogo.

Seconda fra le 3 mogli dell’emiro, è di sicuro la più influente, tanto che l’anno scorso ha indotto il marito ad abdicare in favore di Tamin, uno dei suoi 6 figli. La ‘First Lady d’Arabia’ presiede dal 1995 la ‘Qatar Foundation’, madre della ‘Education City’ di Doha, dove le migliori università americane fanno a gara per formare la nuova classe dirigente araba e i qatarini e gli studenti più meritevoli dei Paesi limitrofi studiano gratuitamente o con borse di studio.

Education City

Education City è una zona di 14 kilometri quadrati nella capitale del Qatar, Doha, in cui si sono insediati diversi campus universitari ed istituti dedicati alla ricerca e all’innovazione ed è una delle prime “multiversità” al mondo.
6 università americane, una britannica e una francese possiedono una succursale dei loro campus all’interno di questa avanzata struttura, tra cui la famosa università Carnegie Mellon (informatica, arte drammatica, scienza politiche, business, ingegneria), Virginia Commonwealth University School of the Arts (Fashion, Grafica e Interior Design), Weill Cornell Medical College(ricerca biomedica), Texas A&M University (ingegneria), Georgetown University School of Foreign Service, Northwestern University (comunicazione e giornalismo).

1300 studenti di oltre 70 diverse nazionalità hanno la possibilità di condividere le proprie culture, idee, conoscenze, usanze, tradizioni, vissuti, arricchendosi con quelli altrui.

Education City mira ad essere il centro dell’eccellenza dell’educazione nella regione, ed è stato ideato come forum in cui le varie università condividono le ricerche e le scoperte.
“It’s a big, diverse community, brimming with energy, enthusiasm and ideas. It’s a close circle of friends and faculty who know you, support you and encourage you to reach your highest potential. Education City is whatever you choose to make it. But one thing is certain; it’s like no place else on Earth.” Mozah bint Nasser Al Missned è stata una forza trainante dietro la fondazione e la costruzione di Education City e si impegna a tenere alto il nome di un bene culturale così importante dal 2001.

Fonti:
-‘Mozah Bint Nasser Al Missned’ Wikipedia
-‘La first Lady d’Arabia’, D La Repubblica
-‘Education City’ Wikipedia
-‘Life in Education City’, Canergie Mellon University in Qatar

Isabella d’Este

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VITA

Isabella d’Este nacque a Ferrara il 17 maggio 1474 e morì il 13 febbraio 1539. E’ primogenita del duca di Ferrara, Ercole I d’Este e di Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli Ferdinando I. Isabella d’Este ebbe in gioventù una eccellente educazione culturale, infatti incontrò molti famosi umanisti come pittori, scrittori e musicisti con cui aveva delle corrispondenze. Da giovane si dedicò allo studio della storia romana e imparò a tradurre i testi greci e latini ed era anche una talentuosa cantante e musicista. Amava ritenersi ispiratrice di poesia, musica e arte, tanto che si guadagnò il soprannome di “decima Musa”, e le rappresentazioni di Muse infatti abbondavano nello studiolo. Era considerata la patrona delle arti, nonché leader della moda il cui stile di vestire è stato copiato dalle donne in tutta Italia e alla corte francese. Il poeta Ariosto, che faceva parte della corte di suo padre, la definì come “Isabella libera e magnanima”, infatti lei e suo marito erano suoi patroni mentre scriveva l’Orlando Furioso. Oltre al poeta, l’autore Matteo Bandello la ritenne la donna più “suprema tra le donne” mentre il diplomato Niccolò da Correggio “La primadonna del mondo “. All’età di 16 anni diventò marchesa di Mantova sposando il 12 febbraio il marchese Francesco II Gonzaga. Nel 1509 il marito fu catturato e tenuto in ostaggio a Venezia dopo la sua sconfitta nella battaglia di Casaloldo e prese lei il controllo delle forze militari di Mantova e tenne gli invasori fino al suo rilascio nel 1512. Durante questo difficile periodo, lei sembrò essere stata molto più competente di suo marito e quando lo liberarono, Francesco era furioso e umiliato per essere stato messo in ombra dalla moglie. Questo causò la rottura del loro matrimonio e come risultato Isabella cominciò a viaggiare liberamente e in modo indipendente dal marito fino alla sua morte, avvenuta il 19 Marzo 1519 . Dopo la morte del marito, Isabella governò Mantova al posto di suo figlio Federico, giocando un ruolo importante nella politica italiana e rafforzando il prestigio del marchesato mantovano. Con il conseguimento della maggiore età del figlio, la sua figura di donna di comando generò alcuni dissensi, tanto che Federico la escluse dalla vita politica di Mantova. Fu forse per questo che Isabella si allontanò dalla città recandosi a Roma ma ritornerà a Mantova dove si dedicherà a delle attività come aprire una scuola per sole ragazze (ancora oggi esistente) e a trasformare i suoi appartamenti in un museo.

STUDIOLO
Dopo il matrimonio con il marchese di Mantova si sistemò negli appartamenti al piano nobile del castello di San Giorgio. Poco dopo il suo arrivo fece organizzare due piccole stanze ad uso personale: lo “studiolo”, situato nella torretta di San Niccolò, e la “grotta”, un ambiente al di sotto dello studiolo. Isabella fu l’unica nobildonna ad avere uno studiolo e l’idea le era probabilmente partita sia dalla conoscenza dello Studiolo di Belfiore di suo zio Leonello d’Este, sia grazie alla cognata Elisabetta Gonzaga, che le mostrò gli studioli di Gubbio e Urbino. Nello studiolo Isabella si ritirava per dedicarsi ai suoi passatempi, alla lettura, allo studio, alla corrispondenza. Inoltre vi radunò i pezzi più pregiati delle sue collezioni, ovvero pezzi di archeologia ed opere contemporanee, secondo quel confronto tra “antichi e moderni” che all’epoca dominava in campo artistico. Mentre la grotta conteneva la collezione di antichità. Isabella elaborò per lo studiolo un programma decorativo basato su una serie di dipinti commissionati ai più illustri artisti dell’epoca su temi mitologici, allegorici ricavati dalla letteratura e celebrativi di se stessa e della sua casata. Il progetto di Isabella sarebbe stato quello di mettere in paragone i vari artisti su dipinti di identiche dimensioni con la medesima direzione della luce e con le figure in primo piano di stessa grandezza. Queste condizioni si rivelarono tutt’altro che semplici da comunicare ai vari artisti a causa dei diversi strumenti di misura e per una certa confusione che generò la stessa Isabella, variando e revocando spesso gli ordini. Inoltre non tutti gli artisti avevano familiarità con i temi mitologici ed allegorici. Tra il 1519 e il 1522, dopo la morte del marito, Isabella si trasferì in un nuovo appartamento nell’ala detta “Corte Vecchia”, realizzato dall’architetto ducale Battista Covo. Lo studiolo venne smantellato e rimontato in un altro ambiente le cui stanze si trovavano tutte in piano. Dopo la morte della marchesa, le pitture vennero traslocate in un’altra zona del palazzo nel 1605. Nel 1627 le tele vennero donate da Carlo I Nevers al cardinale Richelieu portandole a Parigi per aggiungerle poi nelle collezioni reali di Luigi XIV e dopo la rivoluzione francese, nel nascente Museo del Louvre. Gli altri arredi vennero tutti venduti e dispersi e quelli riconosciuti si trovano oggi sparsi in più musei.

 
ALLEGORIA DELLA CORTE DI ISABELLA D’ESTE

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Il dipinto “ Allegoria della corte di Isabella d’Este” di Lorenzo Costa il Vecchio fu commissionato da Isabella d’Este per il suo studiolo e si chiama anche “ L’incoronazione di Isabella d’Este” . L’opera esalta la figura di Isabella protettrice delle arti che generano armonia. Isabella è la figura femminile al centro e la scena è ambientata nel giardino dell’Armonia dove si coltivano la musica, la poesia e le arti che vengono rappresentati dai personaggi in cerchio intorno a Isabella. Ella viene incoronata d’alloro da Anteros, dio dell’amore ricambiato e fratello di Eros, che è retto dalla madre Venere. Anteros e Venere simboleggiano l’amore celeste e virtuoso. Nella parte bassa del dipinto si trovano due figure femminili sedute in terra: la donna vestita di rosso, che accudisce la mucca, è Perseveranza mentre l’altra vestita di blu, che accarezza l’agnello, è Innocenza o Purezza. Insieme vegliano e proteggono il mondo di Isabella.

FONTI:
it.wikipedia.org/wiki/Isabella_d’Este

en.wikipedia.org/wiki/Isabella_d’Este

it.wikipedia.org/wiki/Studiolo_di_Isabella_d’Este

en.wikipedia.org/wiki/Allegory_of_Isabella_d%27Este%27s_Coronation

Giulia Bongiorno

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Giulia Bongiorno nata a Palermo il 22 marzo 1966, è un avvocatessa e politica italiana. Laureata in giurisprudenza nel 1989 all’Università di Palermo, nel 1992 diviene procuratrice legale nel distretto di Palermo e nello stesso anno, in seguito a un tirocinio, diventa avvocatessa penale e riceve la Toga d’Oro, riconoscimento riservato ai più lodevoli neoavvocati. Nel corso della sua carriera da penalista ha difeso grandi personaggi tra cui Giulio Andreotti, dal 1993 al 1996, Piero Angela, imputato del reato di diffamazione a danno di due associazioni omeopatiche, Pierfrancesco Pacini Battaglia, accusato di corruzione, Gianfranco Fini nella sua pratica di separazione dalla moglie Daniela Di Sotto, Raffaele Sollecito, condannato per l’omicidio di Meredith Kercher. Nel 2010 difende i manager di Google, accusati di illecito trattamento dei dati personali e per aver permesso che un video diffamatorio fosse caricato. Recentemente è stata nominata difensore di Berlusconi nel processo Ruby-ter. Per quanto riguarda la giustizia sportiva ha difeso i calciatori Stefano Bettarini accusato di scommesse illecite e Francesco Totti per la sua squalifica dal Campionato europeo di calcio 2004. Nel 2006 viene eletta alla Camera dei Deputati, dove sarà rieletta due anni dopo. Inoltre nel 2007 ha fondato Doppia Difesa insieme a Michelle Hunziker, a sostegno prima delle donne e successivamente anche dei minori.

DOPPIA DIFESA

Giulia Bongiorno nel 2007 fonda insieme a Michelle Hunziker “Doppia Difesa”.  È una fondazione Onlus ed ha come fine quello di assistere le donne vittime di discriminazioni, violenze ed abusi che non hanno il coraggio, o le capacità, di intraprendere un percorso di denuncia. In Italia, ad esempio, molte donne vittime di abusi decidono di non denunciare il proprio aggressore, non solo per la mancanza di mezzi ma anche per la mancanza di consapevolezza del proprio status di vittime. Spesso non è scontato riconoscere di essere una vittima di una situazione di violenza e accettare quello che si è passato. Una violenza è qualsiasi forma di potere esercitato attraverso il sopruso fisico, sessuale, psicologico e economico.
– Violenza fisica, ovvero il maltrattamento contro la persona, il suo corpo o le sue proprietà;
– Violenza sessuale, ovvero il coinvolgimento in pratiche sessuali senza il consenso della persona;
-Violenza psicologica, ovvero la mancanza di rispetto idonea a ledere l’identità della persona;
-Violenza economica, ovvero la privazione e il controllo che limita l’indipendenza economica della persona.
Doppia Difesa dà l’opportunità a queste donne di confrontarsi con un gruppo di esperti in grado di indirizzarle, valorizzare le loro risorse individuali e di renderle capaci di affrontare non solo la situazione attuale ma anche proprio futuro. Aiutare le donne in difficoltà è importante e quindi ogni vittima ha il dovere di presentarsi alla sede centrale di questa associazione a Roma.

FONTI

http://www.doppiadifesa.it/
http://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Bongiorno
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1742&biografia=Giulia+Bongiorno

Battista di Montefeltro

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Battista Montefeltro nacque nel 1384 ad Urbino dal padre Antonio II conte di Montefeltro e dalla madre Agnesina di Giovanni di Prefetti di Vico.
Grazie al marcato interesse per la letteratura volgare del padre, Battista ricevette una ricercata educazione che la rese abile nel comporre poesie in volgare e discorsi in latino, come documentato dal suo epistolario, in cui sono raccolte le lettere ai familiari.
Il 14 giugno 1405, all’età di ventun’anni si sposò con il figlio del signore di Pesaro Malatesta di Pandolfo, Galeazzo Malatesta. La cultura di Battista superava di molto quella del marito, infatti era facile percepire la sua abilità nel negoziare, nel capire e nel giudicare una situazione e sfruttare questa capacità a suo favore, fu inoltre apprezzata per i suoi scritti in latino e in volgare dai più grandi umanisti e biografi a lei contemporanei, come Guiniforte Barzizza, Jacopo Filippo Berg Omensis e Vespasiano da Bisticci.
Leonardo Bruni le dedicò “De Studiis et Litteris liber ad illustrem dominam Baptistam de Malatestis”, un programma di educazione umanistica per le donne scritto nel 1424, che comprendeva la conoscenza del latino, le abilità nella scrittura e l’ approfondimento della religione, della morale, della storia e della poesia.
Nella primavera del 1407 ebbe una figlia, Elisabetta, e durante la maternità poté dedicarsi alla lettura e alla scrittura, grazie anche alla corrispondenza con la sorella e le cognate e allo scambio di sonetti con il suocero poeta noto come Malatesta dei Sonetti, compì, inoltre, diversi viaggi e pii pellegrinaggi.
A Mantova nel 1417, Battista, alla presenza dell’appena eletto Papa Martino V, sostenne un discorso gratulatorio in latino, in cui esprimeva l’appoggio dei Malatesta a favore del pontefice.
Nello stesso anno, insieme al suocero Malatesta di Pandolfo, si trovò a Jesi per contrattare la liberazione del marito e di Carlo Malatesta di Rimini che, tenuti prigionieri dopo essere stati catturati in battaglia da Andrea Fortebracci, vennero liberati con un riscatto di 30.000 scudi e la cessione di Jesi a Fortebracci.
Battista venne poi, nel 1424, resa prigioniera insieme al marito da Angelo Della Pergola al comando delle milizie del duca di Milano Filippo Maria Visconti, e, percepita l’influenza viscontea, venne liberata poco dopo.
Nella raffinata e colta corte di Pesaro la passione letteraria di Battista e la sua abilità poetica emersero, fu tra le prime donne a godere di successo letterario e con lei la presenza colta femminile cominciò a svilupparsi nelle corti italiane.
Nel 1425 Battista implora l’intervento autorevole del pontefice Martino V a favore della cognata Cleofe minacciata dal marito, despota ortodosso della Morea, di essere ripudiata in caso di mancata abiura della fede cattolica.
In seguito alla morte del suocero e di Martino V e alla deposizione di Eugenio IV, i Malatesta divennero i destinatari di una rivolta popolare sostenuta anche dal vescovo di Recanati Giovanni Vitelleschi.
I Malatesta vennero cacciati e Battista cerca protezione ad Urbino, da dove indirizzò all’imperatore Sigismondo un’orazione latina chiedendo il suo intervento per il rientro a Pesaro del marito e dei cognati.
Con la Bolla del 10 Dicembre 1438 Battista ottenne dal pontefice Eugenio IV l’autorizzazione per convertire la casa delle terziarie, fondata a Pesaro dalla suocera Elisabetta Varano Malatesta, in monastero di clausura “Corpo di Cristo” , di cui la figlia Elisabetta fu amministratrice e patrona.
Alla morte di Carlo Malatesta e del cognato l’arcivescovo Pandolfo, Battista si ritrovò a gestire la signoria di Pesaro e a rimediare alle negligenze del marito.
Ricevette diversi aiuti, ma fu poi costretta a cedere le sue proprietà e si stabilì ad Urbino.
Nell’attesa di ricevere l’autorizzazione pontificia a prendere il velo delle clarisse, Battista entrò nel Convento di Santa Lucia a Foligno, dove si dedicò agli studi spirituali e alla scrittura di rime ispirate alla rinuncia delle gioie materiali e al distacco del mondo profano.
A questi ultimi lustri di vita claustrale vengono attribuiti i trattati “De vera religione” e “De humanae conditionis fragilitate”, oggi perduti.
Con papa Nicolò V ottenne la dispensa con il nome di Suor Girolama nel 1447.
Battista morì il 3 Luglio 1448 lasciando alla figlia Elisabetta ed a Santa Lucia di Foligno la sua eredità.

Fonti:
http://www.treccani.it/enciclopedia/battista-di-montefeltro_(Dizionario-Biografico)/
http://www.treccani.it/enciclopedia/battista-da-montefeltro/
http://www.claraschiavoni.com/approfondimenti-storici-sono-tornata/37-di-clara.html

Frida Kahlo

Frida KahloMagdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn nacque da genitori tedeschi ebrei a Coyoacàn, Messico, il 6 luglio 1907, anche se lei dichiarò sempre di essere nata con la rivoluzione,  nel 1910.

A 6 anni si ammalò di poliomelite. La malattia le deformò gamba e piede destro, che per tutta la vita nascose sotto pantaloni prima, lunghe gonne messicane poi.

Nel 1922, a 18 anni, iniziò gli studi per diventare medico. E’ in questo periodo che entra a far parte dei “cachuchas”, un gruppo di studenti dalle idee socialiste nazionaliste e riformatrici, che allo stesso tempo la avvicinano alla cultura tradizionale messicana, che sarà sempre di grandissima influenza per la sua arte.

Il 17 settembre 1925 rimase gravemente coinvolta nello scontro tra l’autobus su cui viaggiava e un tram.

In seguito all’incidente, Frida riportò gravi fratture nella zona lombare, che la costrinsero a portare un busto di gesso per 9 mesi e a un lungo periodo a letto, che la madre trasformò in un letto a baldacchino su cui montò un grande specchio, per permettere a Frida di riuscire a vedersi. E’ proprio in questo periodo che inizia a produrre una lunga serie di autoritratti, fedeli all’immagine che rimandava lo specchio, e che sempre continuò a dipingere nella sua vita.

“Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”, disse a riguardo.

Più di un anno dopo, Frida si unì a un gruppo di artisti e letterati che sostenevano un’arte messicana indipendente. Frida sviluppa un proprio stile figurativo, carico di simbologia, che si rifà all’arte e alla cultura popolare messicana e precolombiana.

Il 21 agosto 1929 Frida sposò Diego Rivera, un famoso pittore e muralista messicano conosciuto già anni prima. A causa della malformazione pelvica dovuta all’incidente, Frida subì due aborti spontanei e non riuscì mai ad avere figli.

Nel 1934, di ritorno dagli Stati Uniti, Frida si separò da Diego, che l’aveva più volte tradita con altre donne, compresa sua sorella.

Iniziò così un’attiva vita politica. Dopo un viaggio a New York e diverse relazioni sentimentali, la pittrice si separò ufficialmente dal marito. Viaggiò molto, a New York e Parigi, prendendo parte con i suoi quadri a diverse mostre. In Europa Frida era vista come una vera e propria attrattiva esotica: la sua arte e il suo modo di vestire tipicamente messicano fecero di lei un’icona. In molti definirono la sua arte come surrealista, il movimento artistico che si stava affermando in quel periodo, ma lei rifiutò sempre quella definizione, dichiarando di dipingere la sua realtà.

Nel 1939 avvenne il divorzio da Diego, e Frida tornò a vivere coi suoi genitori.

Per motivi di salute, nel 1940 a San Francisco e risposò Diego Riviera. Due anni dopo cominciò a insegnare all’Accademia di Belle Arti Esmeralda, dove si formò un gruppo di suoi seguaci, chiamati Los Fridos.

Man mano però, le sue condizioni di salute peggiorarono e cominciò a tenere le sue lezioni da casa.

Nel 1946 portò per diverso tempo un corsetto di ferro e dovette subire diversi interventi alla schiena. È in questo periodo che inizia a tenere un diario con poesie sulla propria vita e disegni.

Nel 1953, la gamba destra le fu amputata fin sotto al ginocchio.

Morì il 13 luglio 1954, forse per un’embolia polmonare.

Nel corso degli ultimi anni, la figura di Frida Kahlo come pittrice è stata sempre più affiancata e sovrastata dal personaggio di Frida, con la sua tormentata e appassionata storia personale, che è passata dall’essere elemento di sfondo della sua arte a fulcro centrale dell’attenzione di tutti. I suoi quadri ci offrono lo scorcio pù attraente e significativo al suo mondo personale, ma occorre ricordare che sono costruzioni dell’artista stessa, proiezioni delle sue idee, esperienze, sensazioni, ma anche più semplicemente una forma d’arte e, in quanto tale, finzione.

Frida stessa si definisce una Gran Ocultadora, capace di fare apparire le cose diverse da come sono, e non stupisce quindi scoprire che molti dei suoi quadri nascondono una vena di camuffata ironia, sottintendono una spietata critica, o drammatizzano una realtà già di per sé decisamente teatrale. L’arte di Frida è eclettica, spietata e tenera al tempo stesso, assordante e imprevedibile. E’ un’arte che non può essere contenuta in nessuna etichetta, ed è questo a renderla tanto viva e sfuggente.

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-Frida Kahlo, Il mio vestito è appeso là, 1933, olio e collage su masonite, Monterrey, Femsa

In Il mio vestito è appeso là Frida traccia un bilancio del suo soggiorno negli Stati Uniti, dove aveva seguito Rivera, impegnato in un grande progetto per il Rockfeller Center di New York. Diversamente da quanto generalmente si possa pensare, con questo quadro Frida non critica soltanto il declino dei valori umanistici nella società industriale, ma intende soprattutto illustrare il fallimento del marito e delle sue smisurate illusioni, che Frida sembra vivere come un trionfo. Il vestito è infatti appeso al nastro azzurro, che nella tradizione spettava alla nave più veloce sulla rotta transatlantica. E’ quindi il vestito, e con lui Frida, a vincere il premio. Le due colonne davanti al tempio sono un antico rimando alle logge massoniche a cui era affiliato anche Rivera e richiamano l’unione delle forze maschili e femminili. Sulla colonna femminile capeggia una coppa della vittoria, mentre su quella dorica maschile c’è una tazza da gabinetto, che fa intuire vi sia inciso il monogramma DR. Gli attrezzi del pittore si ammassano come immondizia nel bidone della spazzatura.

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-Frida Kahlo, Le due Fride, 1939, olio su tela, Museo di Arte Moderna di Città del Messico

“Origine delle due Frida = Ricordo

Dovevo avere sei anni quando vissi intensamente l’amicizia immaginaria con una bambina… della mia stessa età, più o meno. Sulla vetrata di quella che era allora la mia stanza e che dava su via Allende, sopra uno dei primi vetri della finestra. Facevo ‘Bau’ e con un dito disegnavo una ‘porta’… Da questa ‘porta’ uscivo con l’immaginazione, in grande allegria e fretta. Attraversavo tutta la pianura che si vedeva, fino a arrivare a una latteria che si chiamava Pinzòn… Entravo dalla O di Pinzòn e mi ritrovavo improvvisamente dentro la terra, dove la mia amica immaginaria mi attendeva sempre. Non ricordo la sua immagine, né il suo incarnato. Però so che era allegra, si rideva molto. Senza suoni. Era agile e ballava come se non avesse alcun peso. Io la seguivo in tutti i suoi movimenti, e mentre ballava le raccontavo i miei problemi segreti. Quali? Non ricordo. Ma lei dalla mia voce sapeva tutte le mie cose… Quando tornavo alla finestra, entravo per la stessa porta disegnata sul vetro. Quando? Per quanto tempo ero stata con ‘lei’? Non so. Poteva essere un secondo o mille anni… Io ero felice. Cancellavo la ‘porta’ con la mano e ‘scompariva’. Correvo, con il mio segreto e la mia allegria, fino all’ultimo angolo del cortile di casa mia. Sempre nello stesso punto, sotto un albero di cedròn, gridavo e ridevo. Stupita di essere sola con la mia grande felicità e il ricordo tanto vivo della bimba. Sono passati 34 anni da quando ho vissuto questa magica amicizia e ogni volta che la rammento si ravviva e cresce sempre più dentro il mio mondo. Pinzòn 1950. Frida Kahlo, Le due Frida.”

Frida Kahlo, The Diary of Frida Kahlo, introduzione di Carlos Fuentes, saggio e commenti di Sarah M. Lowee, Harry Abrams Inc. Publ., New York 1995, pp. 245-247

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Frida Kahlo, La colonna spezzata, 1944, olio su tela, Fondazione Dolores Olmedo, Città del Messico

In La colonna spezzata la sofferenza di Frida viene comunicata nel modo più acuto possibile, mostrando chiodi conficcati nella carne e una spaccatura, che le divide in due il busto e ricorda le spaccature del terreno dopo un  terremoto, riprese poi anche sul terreno di sfondo. La colonna ionica spezzata che si staglia all’interno della proiezione della pittrice rappresenta la sua colonna vertebrale ma potrebbe anche avere riferimento fallico; la connotazione sessuale del quadro viene accentuata dalla bellezza dei seni del soggetto, che in principio era completamente nudo: solo in seguito infatti la pittrice aggiunse il telo bianco a coprire il bacino. Nonostante il dolore, la figura di Frida è dritta e bella, e guarda all’osservatore con sguardo di sfida, trionfante. Le immagini sono essenziali, come le lacrime sul suo volto, quasi prive di ombre. Per questo motivo il tutto appare come un ritaglio di giornale o l’icona di un Santo, senza alcuna connessione con il paesaggio retrostante. La rigidità di Frida esprime la sua sensazione di impossibilità ad agire, Frida sa di non poter essere aiutata. Nonostante la sua forte volontà, Frida non agisce, subisce sempre l’azione. Le sue braccia, per esempio, sembrano incapaci di muoversi come fossero quelle di una bambola di porcellana.

Fonte:http://www.fridakahlo.org/the-broken-column.jsp

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-Frida Kahlo, Viva la Vida, 1954, olio su masonite, Museo Frida Kahlo, Coyoacàn, Messico

Viva la Vida è uno tra gli ultimi quadri di Frida, dipinto quando già era costretta a letto da forti dolori. I colori sono carichi, le pennellate decise. Il titolo, inciso nella polpa del frutto in primo piano, emerge con chiarezza. E’ un’affermazione, un messaggio, un ultimo estremo atto d’amore per la vita, che Frida non smise mai di raccontare e amare, fino alla fine.

Fonti:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/frida-kahlo/

http://www.fridakahlo.org/the-broken-column.jsp

-catalogo della mostra “Frida Kahlo”, Scuderie del Quirinale, a cura di Helga Prignitz-Poda, Mondadori Electa, 2014